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    Venti giorni di guerra e sono ancora lì: funziona la riforma di Hezbollah

    1 agosto 2006 - Stefano Chiarini
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    Un portavoce dell'esercito israeliano, alcuni giorni fa, ha annunciato che il numero due degli Hebollah - lo sheik Naim Qassem - era stato ucciso in un raid aereo, salvo poi essere smentito, due giorni dopo, dallo stesso esponente libanese. Allo stesso modo i comunicati del ministero della difesa israeliano sull'occupazione di Bint Jbeil si sono rivelati presto poco veritieri per poi lasciare il passo all'annuncio di un ritiro dei parà dalla zona dopo aver subito pesanti perdite. In questa tragica estate di guerra sembra quasi che l'usuale e poco credibile propaganda araba dei tempi di Nasser arrivi oggi da Tel Aviv più che dal Cairo o da Beirut.
    E' una delle tante novità della nuova invasione-distruzione israeliana del Libano nella quale un'istituzione araba non statuale, una guerriglia locale con un'agenda «islamo-nazionale» e non jihadista - l'obiettivo dichiarato è quello di liberare le fattorie di Sheba occupate da Israele, liberare i prigionieri e sostenere i palestinesi - abbia tenuto testa, sopravvivendo per venti giorni, all'esercito più potente del Medioriente. Un fatto che resterà a lungo nella memoria della politica araba e che ha messo a nudo la debolezza dei regimi filo-Usa come l'Egitto, la Giordania e soprattutto l'Arabia saudita. Un inciampo non da poco, la mancata distruzione di Hezbollah, se consideriamo che l'obiettivo della guerra israelo-americana è non solo di impedire che Israele debba restituire ai palestinesi, al Libano e alla Siria i territori occupati nel 1967, ma anche quello di colpire a morte l'idea che sia possibile resistere a Tsahal, l'esercito di Tel Aviv, per far si che il problema delle occupazioni israeliane non venga cancellato dall'agenda internazionale.
    Se paragoniamo queste due settimane di guerra a quella dei «Sei giorni» del 1967 e alle precedenti sette invasioni del Libano, questa volta le cose sembra stiano andando in modo assai diverso. La prima ragione di questa inaspettata tenuta sta nel fatto che gli Hezbollah sono in gran parte nati su quel terreno montuoso, con i suoi wadi, i fiumicelli, le pietraie, gli scuri campi di tabacco, le caverne e i mille cunicoli che permettono alla resistenza di sbucare alle spalle dei tank che avanzano tra mine e trappole esplosive. Un dato evidentemente trascurato da molti commentatori è che gli Hezbollah rappresentano, con i loro alleati, la comunità sciita - che a sua volta costituisce il 40% della popolazione - e soprattutto l'intera popolazione del sud del Libano. Il sostegno del quale godono gli Hezbollah è frutto di diversi fattori: l'efficacia della resistenza, il principale tra i fattori che nel 2000 misero fine a 22 anni di occupazione israeliana del Libano, la buona amministrazione locale, l'essere parte di una rinascita della comunità sciita, l'aver realizzato una trasformazione del movimento da organizzazione di resistenza favorevole alla creazione di uno stato islamico in Libano, sull'esempio iraniano, a movimento sempre sciita ma «nazionale», con una forte attenzione al sociale, che accetta il carattere multiconfessionale del Libano e che, soprattutto, non interferisce più, a differenza degli anni ottanta, con la vita di tutti i giorni dei cittadini.
    Questa riforma politico-militare, accentuatasi negli ultimi quindici anni anni con l'attuale segretario Hassan Nasrallah, ha visto una separazione tra organizzazione politica e militare (la resistenza islamica) con quest'ultima che ha ristretto le sue fila dando vita ad un piccolo esercito di circa 5.000 uomini altamente professionale (fanteria, genio, comunicazioni, artiglieria, intelligence, finanziamenti) e con una larga autonomia nel portare avanti la resistenza quotidiana in stretto contatto con le popolazioni del sud. Una simbiosi che trova la sua espressione nel «Quartier generale del Libano del Sud» nel quale ha un ruolo determinante Nabil Qaouq, la «mente» locale della lotta armata, sostenitore della teoria di una «Jihad difensiva patriottica», il cui vero segreto sta in ultima analisi nel fatto che gli Hezbollah difendono non tanto e non solo un'idea quanto le loro stesse case, le loro famiglie, le loro comunità. Difficile vedere i miliziani islamici girare armati anche nel sud dal momento che armi, divise, razzi, e uomini sono già lì sparsi nei villaggi e soprattutto tra le rocce o nei torrenti, pronti all'uso sulla base di piani sperimentati in anni di esercitazioni nei quali ogni singola unità ha amplissimi margini di manovra.
    Esattamente l'opposto della ossificata catena di comando degli eserciti arabi. Alla difesa dei villaggi affidata ai nuclei di resistenza interna, si aggiunge nel territorio circostante l'attività di commandos, gruppi di artiglieria mobile e anticarro, nascosti per giorni tra le rocce o nei cunicoli, con il compito di tagliare le linee di rifornimento ai reparti israeliani e di colpirli alle spalle dopo averli fatti avanzare nel territorio libanese. In altri termini i reparti corazzati israeliani sono un po' come i galeoni spagnoli attaccati dai corsari di sir Francis Drake o come l'esercito napoleonico in Spagna. Anche in questo campo le parti si sono invertite, con la velocità e l'inventiva più presenti nel campo arabo che in quello israeliano. Hezbollah si sta rivelando un avversario temibile per Israele, e ancor più per i soldati italiani che il governo Prodi sembra pronto a mandare a combattere e magari a morire per difendere i confini delle occupazioni israeliane.

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