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    «Dialogo tra religioni» in tempo di guerra

    I rabbini ortodossi e gli esponenti di Hamas sono meno distanti di quanto si possa credere. E tra loro trattano
    2 agosto 2006 - Joseph Halevi
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    Cominciamo con le prime verità sul crimine perpetrato dall'aviazione israeliana a Qana. Su Ha-aretz di ieri primo agosto, Yoav Stern e Amos Arel scrivono: «Ieri è emerso che dal palazzo bombardato non vi sono stati nel passato tiri di katyusha e che non vi era informazione (da parte dell'esercito israeliano, ndr) circa la presenza di uomini di Hezbollah. Il palazzo è stato preso come obiettivo perchè in passato delle katyusha vennero lanciate non lontano da esso e l'aviazione ha deciso di attaccare alcune abitazioni in un certo raggio dal punto di lancio». Il brano si spiega perfettamente da solo. Si noti inoltre che queste frasi appaiono solo nell'edizione in ebraico e non nella versione inglese di Ha-aretz(quest'ultima firmata solo da Yoav Stern), che è la versione usata dalla stampa estera.
    L'elite socio-militare israeliana si trova nella stessa situazione di insanità mentale di Macnamara e Westmoreland durante la guerra del Vietnam. Grazie agli Usa, quest'elite possiede aviazione, missili e artiglieria da Terza guerra mondiale, e le applica contro abitanti di un piccolissimo paese per cercare alcune migliaia di guerriglieri. Non possono che perdere e perdersi nelle macerie della distruzione da loro causata. E' in questo quadro da dottor Stranamore che l'esistenza in Israele di attività di protesta, come quelle organizzate da Gush Shalom di Uri Avnery e da Taayush - quest'ultima è esplicitamente di sinistra - dalla coalizione delle donne per la pace che il 29 luglio ha manifestato a Tel Aviv, assume una grande importanza. Ma uguale significato hanno iniziative e incontri effettuati su terreni diversi.
    Il tentativo di negoziato con esponenti Hamas, silurato dai servizi di sicurezza di Tel Aviv proprio per dar via libera ai carri armati a Gaza, da parte di due rabbini e patrocinato dal fondatore dell'istituto Arik, Yitzhak Frankenthal, è stato un avvenimento non secondario. Il nome dell'istituto è quello del figlio di Frankenthal ucciso da Hamas nel 1994. Frankenthal aveva organizzato un incontro del ministro palestinese (Hamas) per Gerusalemme Chaled Abu Arafa ed il rappresentante a Gerusalemme di Hamas Muhamed Abu Tir con un gruppo di rabbini guidati da Menahem Fruman e David Bigman. L'obiettivo era di effettuare uno scambio di prigionieri contro il rilascio del soldato Gilad Galit ma anche di lanciare una proposta di pace. La riunione fallì perchè i servizi di sicurezza arrestarono Abu Arafa ed Abu Tir impedendo loro di partecipare all'incontro fino ad annullare il permesso di risiedere a Gerusalemme. Fruman è rabbino presso la colonia di Tekoa in Cisgiordania, un insediamento illegale quindi in territorio palestinese occupato. Fatto che tuttavia non sembra pregiudicare un dialogo. L'altro rabbino, Bigman, è invece direttore della yeshiva (scuola di religione) del movimento kibutzistico religioso. La maggioranza dei kibutizm - ora in fase di privatizzazione - provengono dal sionismo socialistico ed erano areligiosi o antireligiosi. Come riporta il Jerusalem Postdel 26 giugno, Fruman e Birgman assieme ad altri rabbini ortodossi sono convinti che dialogare sulla base di sensibilità religiose apra più strade della diplomazia tradizionale in quanto per Hamas i leader sionisti sono degli apostati. Fruman è stato consigliere per gli affari religiosi del parlamento Knesset e prese l'iniziativa per la liberazione del leader Hamas Ahmed Yassin poi ucciso dalle forze israeliane. Fruman crede nella sacralità della Terra di Israele ma non in quella dello Stato. E' sottoposto a minacce da parte dei coloni e vive sotto la protezione della polizia. Per Yitzhak Frankenthal, il cui figlio è stato ucciso da Hamas «dobbiamo capire che è obbligo dei palestinesi, così come è obbligo di ogni nazione, lottare per la propria liberazione. E' arrivato il tempo per la riconciliazione e l'unico modo per raggiungerla è dialogare» (riportato da Arthur Neslen, «A way out of the Gaza crisis», Al Jazeera, 30 luglio)

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