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Come l'impero lascia bruciare Beirut

"Così Hariri mi presentò a Chirac in un locale del centro storico di Beirut: 'Jacques, voglio presentarti il reporter che una volta ha dichiarato che non sarei stato in grado di ricostruire Beirut!'"
Robert Fisk
Fonte: The Seattle Post-Intelligencer - 02 agosto 2006


Nell’anno 551 DC, la splendida e ricca città di Berytus – quartier generale della flotta romana imperiale di stanza nel Mediterraneo orientale – fu colpita da un violento terremoto. Il mare si ritirò diverse miglia e i sopravvissuti, gli antenati dell’attuale popolo libanese, cominciarono a saccheggiare le navi mercantili che nel tempo erano lì affondate e che ora si trovavano davanti ai loro occhi.

Fu allora però che un muro d’acqua più alto di uno tsunami travolse la città, uccidendo tutti i suoi abitanti. La devastazione dell’attuale Beirut fu tale che l’Imperatore Giustiniano fece arrivare da Costantinopoli una certa quantità d’oro per risarcire tutte le famiglie sopravvissute.

Alcune città sembrano condannate per l’eternità. Quando i Crociati, sulla strada per Gerusalemme, giunsero a Beirut nell'undicesimo secolo, uccisero tutti gli abitanti della città. Durante la Grande Guerra, la Beirut ottomana visse una tremenda carestia; l’esercito turco aveva requisito tutto il grano e le potenze alleate avevano posto il blocco sulla linea costiera. Conservo ancora diverse cartoline che acquistai nella capitale libanese trent’anni fa raffiguranti bambini malnutriti in orfanotrofi, privi di vestiti e abbandonati loro stessi.

Una signora americana che era vissuta a Beirut nel 1916 raccontava di "donne e bambini che giacevano ai bordi delle strade con gli occhi chiusi e i volti pallidi e cadaverici. Era comune trovare persone che frugavano nella spazzatura alla ricerca di bucce d’arancia, ossa scarnificate o altri rifiuti, e vederli poi avventarvisi sopra... Dappertutto c’erano donne che cercavano erbacce commestibili lungo le strade...".

Com’è possibile ciò a Beirut? Per trent’anni ho visto questo luogo morire, risorgere e poi morire di nuovo, i suoi condomini bucherellati da così tanti proiettili da sembrare trina irlandese. Ho vissuto qui 15 anni di una guerra civile che ha causato 150 mila morti, e due invasioni israeliane nonché anni di bombardamenti da parte di Israele che hanno fatto altre 20 mila vittime tra la popolazione. Ho visto cadaveri con braccia, gambe e testa amputati, vittime di bombe, corpi accoltellati e spiaccicati contro i muri delle case. Eppure, si tratta di un popolo meraviglioso, istruito e onesto, la cui generosità sorprende qualsiasi straniero, il cui garbo è motivo di vergogna per qualsiasi occidentale, e la cui sofferenza è quasi sempre ignorata.

Il popolo di Beirut è come noi. Hanno carnagione chiara e parlano bene inglese e francese. Viaggiano il mondo. Le donne libanesi sono meravigliose, il cibo è delizioso. E oggi, cosa possiamo dire mentre gli israeliani – in quello che si è rivelato uno tra i loro più cruenti attacchi a questa città e alla campagna circostante – li strappano dalle proprie case, li bombardano sui ponti, li privano di cibo, acqua ed elettricità? Diciamo che è stata colpa loro? Paragoniamo le loro spaventose perdite – 240 in tutto il Libano all’inizio della scorsa settimana – con i 24 morti di Israele, come se le cifre fossero pari.

Ancora peggio, lasciamo i libanesi al loro destino come fossero appestati e trascorriamo il tempo cercando di portare in salvo i nostri preziosi stranieri, disapprovando al contempo la reazione “sproporzionata” di Israele alla cattura dei propri soldati da parte degli Hezbollah.

La scorsa settimana ho attraversato a piedi il centro deserto di Beirut e la città più che mai mi ha richiamato alla mente la scena di un film, un luogo di sogni troppo belli per durare, una fenice rinata dalle ceneri di una guerra civile, il cui piumaggio fosse di un colore così vivido da abbagliare chiunque vi soffermasse lo sguardo. Questa parte della città – che un tempo ricordava una Dresda dell’immediato dopoguerra – fu ricostruita per volere di Rafiq Hariri, il Primo Ministro assassinato lo scorso anno qualche centinaio di metri più in là.

Il relitto prodotto da quello scoppio, orrendo precursore di questa guerra che per mano israeliana sta distruggendo quella preziosa eredità, giace ancora in riva al Mediterraneo, in attesa che l’ultimo ispettore ONU indaghi sull’assassinio. Mi sono seduto sul marciapiede davanti all’Etoile – dove una volta Hariri cenò con Jacques Chirac – osservando la guardia parlamentare pattugliare la facciata dell’edificio di costruzione francese che ospita ciò che è rimasto della democrazia libanese. Numerose strade furono costruite dai parigini durante il mandato francese, ed elegantemente restaurate, i loro portoni arabeggianti impreziositi da colonne di marmo romane portate alla luce dall’antica Via Maxima alcuni metri più avanti.

Hariri amava questo posto. Un giorno, mentre aveva invitato qui Chirac per una birra, mi vide seduto ad un tavolo. "Ah, Robert, vieni qui", gridò. Poi si girò verso Chirac come un gatto alla vista di un canarino. "Jacques, voglio presentarti il reporter che una volta ha dichiarato che non sarei stato in grado di ricostruire Beirut!"

Ora l’hanno demolita di nuovo. L’aeroporto internazionale di Beirut, intestato al Martire Rafiq Hariri, ha subito tre attacchi da parte degli israeliani, le sue strutture, i suoi negozi hanno tremato sotto i colpi dei missili piombati sulle piste e sui depositi carburanti. La meravigliosa autostrada transnazionale fatto costruire da Hariri è stato demolito dai bombardieri israeliani. La maggior parte dei suoi viadotti sono stati distrutti. Il faro in stile romano è stato frantumato da un missile di un elicottero Apache. Questo piccolo gioiello di ristorante nel centro di Beirut è stato invece risparmiato. Per ora.

Sono i quartieri poveri di Haret Hreik, di Ghobeiri e Shiyah ad essere stati rasi al suolo, cancellati, polverizzati, costringendo un quarto di milione di musulmani sciiti a cercare rifugio nelle scuole e nei numerosi parcheggi della città. Qui, infatti, si trovavano i quartier generali di Hezbollah, quei "centri di terrorismo mondiale" che l’Occidente continua a scovare nelle terre musulmane. Qui viveva Sayed Hassan Nasrallah, leader del Partito di Dio, un uomo spietato, aggressivo e calcolatore; Sayad Mohamed Fadlallah, uno tra gli ecclesiastici più saggi ed eloquenti; e numerosi pianificatori militari ai vertici di Hezbollah – compresi, senza ombra di dubbio, coloro che per mesi hanno progettato la cattura dei due soldati israeliani 10 giorni fa.

Ma meritavano forse le decine di migliaia di poveri che qui vivono un tale castigo di massa? Quale significato può assumere questo atto di distruzione? E come se ne può uscire?

In un edificio moderno in una parte di Beirut ancora intatta, mi imbatto, del tutto casualmente, in un personaggio degli Hezbollah molto conosciuto – una camicia bianca sbottonata, abito nero, scarpe pulite. "Andremo avanti, se necessario, per giorni, settimane, mesi o...", contando queste orrende statistiche con le dita della mano sinistra. "Mi creda, abbiamo in serbo sorprese ancor più grosse per gli israeliani – molto più grosse, vedrà. Poi ci porteremo a casa i nostri prigionieri, in cambio di qualche piccola concessione".

Esco dall’edificio, stordito, come se fossi stato colpito alla testa. Oltre al muro dall’altra parte c’è della buganvillea viola, del gelsomino bianco e delle gardenie. I fiori dell’amore libanesi. Beirut è ornata di alberi e cespugli che profumano di paradiso.

Per quanto riguarda i poveracci fuggiti dal quartiere raso al suolo di Haret Hreik, ne ho visti centinaia ieri, seduti all’ombra degli alberi e distesi sull’erba inaridita accanto ad un’antica fontana donata dal sultano ottomano Abdul-Hamid. Come finiscono gli imperi... All’orizzonte, sul Mediterraneo, si potevano scorgere due elicotteri della USS Iwo Jima dirigersi attraverso la nebbia e il fumo verso l’edificio-bunker dell’ambasciata statunitense ad Awkar, allo scopo di evacuare cittadini dell’“Impero Americano”, il quale nulla ha fatto per aiutare quella povera gente stesa nel parco, per offrire loro cibo e assistenza medica.

Ecco levarsi un diffuso fumo grigio scuro che si estende per tutta la città: si tratta degli incendi dei terminali petroliferi, degli edifici che si trasformano in una miscela di aria sulfurea che entra dalle nostre porte e attraverso le finestre. La sento quando mi sveglio. Metà della popolazione di Beirut tossisce in questo sudiciume, respirando la propria stessa distruzione mentre conta i propri morti.

La rabbia che in qualsiasi animo umano dovrebbe ribollire per una tale tragedia è stata efficacemente descritta dal pensiero del massimo poeta e mistico libanese, Khalil Gibran, che scriveva del mezzo milione di libanesi, molti dei quali risiedevano a Beirut, che morirono durante la carestia del 1916:

La mia gente è morta di fame, e chi
Non è morto di inedia
È stato massacrato dalla spada.
È morta di fame
In una terra ricca di latte e di miele.
È morta perché le vipere
e le prole di vipere hanno sputato veleno
nel luogo in cui i Sacri Cedri
e le rose, e i gelsomini emanano i loro profumi .
(Tratto da "I segreti del cuore" di Khalil Gibran, NdT).

La spada continua a farsi strada a Beirut. Quando il weekend scorso un pezzo di un aereo ha attraversato il cielo sopra la periferia orientale, sono corso sul posto e quello che ho trovato è stato un autista quasi decapitato nella sua auto e tre soldati libanesi dell’unità logistica dell’esercito. Si tratta di militari non combattenti del Kfar Chim, forti e coraggiosi, che negli ultimi sei giorni sono stati impegnati a ripristinare le linee elettriche e idriche per tenere Beirut in vita.

Conoscevo uno di loro. “Salve, Robert. Fai presto perché credo che gli israeliani bombarderanno ancora. Ma nel frattempo ti mostreremo tutto ciò che possiamo”. E mi hanno condotto attraverso la linea di fuoco per mostrarmi lo stato di devastazione in cui si trova la città, e intanto mi facevano da scudo con i loro corpi.

Alcune ore più tardi, gli israeliani sono tornati, mentre gli uomini della piccola unità logistica se ne stavano per andare a dormire. Hanno bombardato le caserme e hanno ucciso 10 soldati, compresi quei tre ometti che si sono presi cura di me tra i fuochi di Kfar Chim. Ma perchè? Di certo gli israeliani sanno ciò che stanno colpendo. Ecco perché hanno ucciso nove soldati vicino a Tripoli quando hanno bombardato le antenne radio militari. Ma un’unità logistica? Uomini il cui unico compito è quello di riparare linee elettriche? Poi il lampo… Beirut deve soccombere! Deve morire per mancanza di elettricità, ora che la stazione elettrica a Jiyeh è in fiamme. A nessuno è permesso mantenere Beirut viva. Ecco perché quei poveracci sono stati uccisi.

Quella di Beirut è gente dura, che non si commuove facilmente. Tuttavia, alla fine della scorsa settimana, molti sono rimasti sconvolti da una fotografia pubblicata sui quotidiani locali: una piccola ragazza, abbandonata a terra come un fiore appassito in un campo vicino a Ter Harfa, con i piedi accartocciati, la testa appoggiata sul pigiama blu a brandelli, gli occhi – sotto a lunghi capelli soffici – chiusi, distolti dalla macchina fotografica. Si trattava di un altro bersaglio "terrorista" di Israele? Diverse persone, me compreso, hanno ravvisato una spaventosa somiglianza tra questa foto e quella di una ragazza polacca che nel 1939 giace morta in un campo accanto alla sorella in lacrime.

Vado a casa e consulto il mio archivio, tra le vecchie fotografie dell’invasione israeliana del 1982. Ci sono ancora foto di bambini morti, di ponti distrutti. Certo, dimentichiamo con molta facilità questi massacri passati. Fino a 1.700 palestinesi furono massacrati a Sabra e Chatila dagli alleati delle milizie cristiane nel 1982: le truppe israeliane, come poi testimonieranno davanti alla propria corte d’inchiesta nel loro paese, rimasero a guardare mentre si perpetravano quelle uccisioni. Mi sono fermato a contare i cadaveri una volta raggiunto il centinaio. Molte donne sono state violentate prima di essere accoltellate o uccise con un colpo di pistola.

Eppure, mentre fuggivo dal bombardamento di Ghobeiri assieme al mio autista Abed, due settimane fa, siamo passati rapidamente davanti all’entrata del luogo funesto, lo stesso posto dove vidi i primi palestinesi uccisi. Non ci vennero in mente. Non li ricordammo. Erano morti a Beirut e noi stavamo cercando di sopravvivere a Beirut. Sopravvivere, questo ho cercato di fare qui per 30 anni.

Di ritorno alla zona costiera mi squilla il cellulare. È una donna israeliana che mi chiama dagli Stati Uniti, autrice di un bel romanzo sui palestinesi. "Robert, ti prego, abbi cura di te”, dice. "Mi dispiace davvero così tanto per ciò che stanno facendo ai libanesi. È imperdonabile. Prego per il popolo libanese, e per i palestinesi, e per gli israeliani". La ringrazio per i modi garbati con cui condanna questo massacro.

Poi, sul mio balcone. Uno sguardo per controllare la postazione della cannoniera israeliana tra il fumo e la nebbia, e trovo vecchi ritagli di giornale. Questo è di un giornale inglese del 1840, quando Beirut era una grande città ottomana. "Beyrouth" era il dateline. "L’anarchia è ora all’ordine del giorno, le nostre proprietà e la sicurezza personale sono in pericolo, il crimine è commesso impunemente. Diversi europei hanno lasciato le proprie case e sospeso i propri affari per trovare protezione in luoghi più tranquilli".

Sul muro della mia sala da pranzo c’è una litografia dipinta a mano di truppe francesi che arrivano a Beirut nel 1842 per proteggere i cristiani maroniti dai drusi. Si accampano nel Jardin des Pins; successivamente è diventata l’ubicazione dell’ambasciata francese dove poco fa ho visto uomini e donne francesi registrarsi per essere evacuati. Fuori dalla finestra, sento ancora i jet israeliani, nascosti dietro il fumo che si diffonde a 20 miglia dal mare.

Fairouz, la più famosa cantante libanese, doveva esibirsi al festival di Baalbek quest’anno. L’evento è stato annullato, come tutti i concerti qui in Libano. Una delle sue canzoni più note è dedicata alla sua città natale:

"A Beirut – pace a Beirut con tutto il mio cuore e baci – al mare e alle nuvole,
alla roccia di una città che assomiglia al volto di un vecchio marinaio.
Dall’anima del suo popolo produce vino, dal sudore della sua gente pane e gelsomino.
Com’è possibile, quindi, che sappia di fumo e fiamme?"

Note:

Robert Fisk vive a Beirut da trent'anni. Scrive per 'The Independent' e collabora con il sito Counterpunch. Corrispondente dalla capitale libanese per il quotidiano britannico, è uno dei più autorevoli esperti di questioni mediorientali. Ha intervistato tre volte Osama bin Laden.

Traduzione a cura di Arianna Ghetti per Nuovi Mondi Media
http://www.nuovimondimedia.com

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