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    Perchè vado in Libano

    Per poter disprezzare la guerra bisogna guardarla negli occhi. Per potersene disgustare bisogna sentirne il fetore. E non si tratta di numeri e di statistiche quanto di volti, di storie, di progetti di vita andati in frantumi. Spero di incontrarli e, al ritorno, di contagiarvi perché il disgusto della guerra generi il suo ripudio. Fermo e assoluto. Sempre e dappertutto.
    8 agosto 2006 - Tonio Dell'Olio (coodinatore di "Libera")


    Ciao

    Salvo insormontabili difficoltà logistiche dell'ultimo momento, da domani
    sarò in Libano insieme ad altre amiche e amici rappresentanti di altrettante
    organizzazioni.

    Perché vado in Libano in questi giorni di guerra? Me lo sono chiesto e mi è
    stato chiesto da alcune e alcuni.

    Ci sono le motivazioni ufficiali che la delegazione ha concordato e che sono
    dichiarate nel documento congiunto che avete letto.

    Ci sono poi motivazioni personali (più profonde) che non sono nell'ordine
    delle finalità politiche e di solidarietà comuni a molti tra noi.

    Io in Libano ci vado con i significati e lo stile che ci hanno insegnato don
    Tonino Bello nei giorni di Sarajevo, Teissier nell'Algeria ferita e piagata
    dalla pazzia del fanatismo, Helder Camara nel Brasile delle torture e
    dell'uccisione degli avversari politici. Andare in Libano per farsi prossimi
    anche (soprattutto?) quando la situazione sembra essere senza speranza.

    Quando una nostra sorella, un nostro fratello, un'amica stanno male, minimo
    andiamo a far visita. Persino quando si tratta di una malato terminale per
    cui è stato dato fondo a tutte le strade conosciute e percorribili. andiamo
    per stare accanto ad una persona che amiamo. E quello stare accanto non
    aiuta fisicamente, non è un farmaco miracoloso. E' come rispondere ad un
    moto interiore che dice che quello è il tuo posto. Al capezzale dell'amico
    morente.

    C'è inoltre la convinzione che per poter disprezzare la guerra bisogna
    guardarla negli occhi. Per potersene disgustare bisogna sentirne il fetore.
    Per poterne comprendere il paradosso, la stupidità, la drammaticità, è
    necessario assumere lo stesso punto d'osservazione delle vittime. L'ho
    sempre creduto e ritenuto vero. Se fossi nella condizione dei libanesi,
    degli abitanti dell'Alta Galilea, di Gaza. vorrei sapere se il mondo sa
    della mia paura in fondo ad un rifugio, della casa che ho dovuto
    abbandonare, di quelli che non ci sono più. E non si tratta di numeri e di
    statistiche quanto di volti, di storie, di progetti di vita andati in
    frantumi. Spero di incontrarli e, al ritorno, di contagiarvi perché il
    disgusto della guerra generi il suo ripudio. Fermo e assoluto. Sempre e
    dappertutto.

    L'esperienza e la vita mi hanno già raccontato che proprio nelle situazioni
    di morte è possibile cogliere i segni nuovi della speranza. Intravedere le
    prime luci dell'alba a partire dal cuore della notte. Prego perché questa
    grazia mi sia ancora riservata e veda protagonisti proprio le vittime cui la
    storia e gli egoismi, i giochi perversi della politica e gli interessi
    economici. impongono questo calice amaro.

    Per ultimo, il mio attuale impegno in Libera sta rafforzando in me la
    sensibilità e il valore della legalità democratica. Alla luce di questo
    appare ancora più chiaro che la guerra sia la più eclatante e drammatica
    violazione del diritto e dei diritti a partire da quello fondamentale alla
    vita. Cosa insegneremo mai alle generazioni che seguono se consentiamo e
    addirittura pretendiamo di regolare il ricorso alla violenza, alla morte
    minacciata e inflitta, alla distruzione su vasta scala come sta avvenendo in
    questi giorni in Libano? Rischia di essere inefficace ogni altro progetto di
    educazione alla legalità se poi tolleriamo o legittimiamo la guerra!

    Grazie a Libera che mi consente questo cammino verso il Libano e alle amiche
    e agli amici di Pax Christi e Tavola della pace che, insieme a Libera, mi
    delegano a rappresentarli. Spero di esserne all'altezza.

    L'ascolto attento degli operatori delle ONG libanesi ci farà comprendere
    meglio cosa è necessario fare da qui in avanti, ma contiamo sul fatto che
    nessuno di noi tralascerà di fare ogni cosa possibile anche qui in Italia
    perché tacciano le armi e si risvegli la politica, la diplomazia sincera,
    l'umanità, la fraternità.

    Shalom Salam Peace

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