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    diario da Beirut

    Da un Paese in frantumi

    18 agosto 2006 - Marco Pasquini ( Kinoki mrc)

    Il viaggio e' stato lungo, sensazione amplificata dalla voglia di arrivare.
    Sono finalmente in Libano, ho passato la frontiera con la Siria a Nord, a
    el-Aabboudiye.

    A Baramke, la stazione dei taxi di Damasco, l'area di quelli diretti a
    Beirut era incredibilmente desolata. Poche auto, ancora meno viaggiatori.
    Si discute un po' sul prezzo, ma soprattutto sul tragitto. Qualcuno
    vorrebbe portarmi al confine vicino Batroune, dove in Libano la strada e'
    stata bombardata e sembra ci sia un cratere che la divide in due. Da la'
    si prosegue a piedi, passando la dogana e trovando un mezzo dall'altro
    lato. Vorrebbe dire attraversare la valle della Bekaa, dove ha piovuto
    metallo anche ieri.
    L'idea non mi piace, cerco un'altra soluzione e sono gia in auto. E' una
    grande macchina americana, gialla e singhiozzante, la divido con un
    siriano che rientra a Beirut dove ha lasciato la famiglia e le macerie
    della sua copisteria ad al-Ghobeiri.

    Alla dogana non fanno problemi e l'attrezzatura passa senza neanche essere
    controllata. Di solito non e' cosi', ero preparato al peggio ma i
    poliziotti oggi sono particolarmente accoglienti: quando notano i numerosi
    visti libanesi sul passaporto mi trattano da amico. Effetti della guerra,
    forse, del bisogno di sentirsi meno isolati.

    Proseguiamo per appena qualche chilometro e troviamo un'interruzione.
    L'autista esclama, senza stupirsene troppo ...solo ieri... e la frase
    rimane sospesa, assorbita dalla polvere della strada di campagna che
    imbocchiamo per aggirare l'ostacolo.
    L'ostacolo e' un ponte abbattuto. La strada sterratta diventa un viottolo,
    ci passiamo appena, porta ad alcune case e dovrebbe sbucare da qualche
    parte. La gente del luogo dice di proseguire.
    Rientriamo sulla strada principale che e' comunque una secondaria, passa
    poco e siamo costretti a deviare ancora.
    Pietre e asfalto misto a terra, un grande buco e alcuni uomini che cercano
    di rimuovere i detriti, e' una pompa di benzina in frantumi.
    Ancora avanti, su strade bianche, e il secondo benzinaio bombardato non si
    lascia attendere. E' difficile credere che qui si nascondessero arsenali
    della resistenza. Il cemento e' spezzato su se stesso, gli adulti intenti
    al ripristino e i bambini noncuranti giocano a palla.
    Siamo ormai sulla litoranea, nonostante tutto c'e' l'odore del mare e
    questa constatazione mi sorprende.
    Proseguiamo ancora, un'altra bomba e un'altra deviazione. In questa zona
    deve essere stato divertente il tiro al bersaglio, con l'abbondanza di
    piccoli ponti sulle varie diramazioni del delta del Nahr el-Estouene. A
    bordo della strada la carcassa bruciata e accartocciata di un camion,
    scheletro di se stesso.
    Tripoli e ancora piu' a sud, ormai la strada prosegue tranquilla e
    l'autista spinge su clacson e accelleratore per raggiungere Beirut e
    cercare di ripartire prima che sia buio.

    Sono al campo di Mar Elias, entrando vado dritto alla bottega di Abu
    Mohammed che senza proferire parole mi prende tra le braccia e mi stringe
    forte. Alan w as-alan, benvenuto amico mio e bastano queste poche parole a
    ricordarmi il perchÈ del mio viaggio.

    Ci sono tutti nel piccolo negozio, col naso rivolto alla piccola
    televisione sul frigorifero sintonizzata su al-Jazeera. La novita' e'
    quella di ieri, dell'accordo preso per l'interruzione delle ostilita'.
    Piccolo particolare il fatto che ad Israele siano stati concessi gli
    ultimi giorni per finire il lavoro.
    Il caffe' arriva puntuale, e tra i commenti del telegiornale e i
    tentativi di tradurmene il significato ci riabituaiamo alla reciproca
    presenza .
    Al campo la situazione e' peggiorata, maffi karaba dice Umm Mohammed,
    l'elettricita' manca sempre piu' spesso e l'acqua a volte non riesce
    nemmeno a riempire le taniche.

    Passa la notte, sono stanco ma quasi non riesco a dormire. Finalmente ho
    rivisto Abu Maher e dopo 8 mesi Alaa, che e' rientrato dal Turkamnistan
    dove si era trasferito a lavorare. Ho sentito il suono delle bombe, e'
    stata la prima volta. Un boato sordo e un fragore che ha scosso le mura.
    Sono stato al campo di rifugiati allestito nel giardino di Sanayeh.
    Moltissima gente, con le tende e i piu' fortunati con i furgoni, sembra
    una delle tante immagini di archivio della Nakba.
    Invece e' qui e ora, non e' il 1948 ne' tantomeno la Palestina.

    Raggiungo al-Ghobeiri e Haret Hreik, e' peggio di quello che immaginavo, o
    forse e' solo tridimensionale. La calma apparente mette inquietudine.
    Arrivo al ponte dell'aeroporto, nonostante sia stato abbattuto lo sguardo
    cerca ancora Samir, il mio amico siriano che alla sua ombra aspettava il
    lavoro a giornata.
    Samir non c'e'. Il silenzio e' rotto dai nostri passi, che acciaccano
    vetro, macerie e suppellettili di ogni tipo che sono state sputate fuori
    dagli edifici. E' un luogo semi-deserto, irreale, uniche presenze umane
    sono i ragazzi che formano i blocchi degli Hezbollah all'ingresso delle
    vie laterali. Non fanno entrare, se non a volte le persone che abitavano
    nella zona, e controllano che non si facciano riprese. Hanno paura delle
    spie e per questo serve un permesso che cerchero' di procurarmi quanto
    prima. Mentre ci allontaniamo un rumore giunge da lontano, strascicato e
    cadenzato si avvicina e acquista la forma di un vecchio. E' seduto sulla
    sua sedia a rotelle, la muove con un meccanismo a mano trascinando tra le
    macerie una cassetta di plastica con poche cose dentro. Ci passa davanti,
    di spalle se ne va tra gli edifici distrutti, il suono della sua angoscia
    con lui.

    Questa e' l'ultima notte di guerra, almeno cosi' dicono, ed io decido di
    dormire da Alaa al Gaza Hospital perche' e' opinione comune che gli
    israeliani si sfogheranno. Se bombardassero ancora dal nono piano avrei
    el-Dahie davanti a me e potrei fare le riprese. Purtroppo e' quello che
    succede, con la sera inizia il concerto. Una bomba, il fragore che fa
    tremare ed una nuvola di fumo che si innalza da Haret Hreik. Due, tre e
    poi quattro. Formano una linea tra loro, hanno deciso di completare la
    distruzione delle case ormai vuote, prima che la popolazione possa
    rientrarci. Un'altra ancora, ma di questa vedo solo il fumo. Assolutamente
    muta, scoppiando non ha emesso alcun suono. Me ne avevano parlato, mi
    vengono i brividi a pensare che tipo di ordigno possa essere. Ancora
    un'altra e poi ancora, fino a perdere il conto.
    Il giorno dopo scopro che sono state 13, questa e' stata l'ultima notte a
    Beirut prima della tregua. Poi e' finalmente giorno, rimane il fumo che
    continua a salire dai quartieri sud-occidentali nella prima luce dell'alba
    e la speranza che sia finita veramente.

    Al lume di candela aggiungo le ultime parole, rapide vorrei disegnassero
    un'istantanea sulle dinamiche di solidarieta' di cui la societa' civile
    libanese e palestinese si e' fatta promotrice.
    Una scuola dell'U.N.R.W.A. a Chatila, con sette famiglie sciite libanesi
    scappate del sud. Profughi ospiti in un campo profughi, tanto per
    ricordare cosa vuol dire portare memoria della propria storia.

    Note:

    Per informazioni:
    Marco Pasquini
    Autoproduzioni Abbasso il GradoZero
    abbassoilgradozero@gmail.com

    Questo racconto fa parte del diario di lavorazione di un progetto di
    documentazione a lungo termine sul Gaza Hospital a Beirut, se non volete
    piu' riceverlo vi prego di comunicarlo e scusare il disturbo.
    I dvd di 2 documentari, dai titoli "Incontri" e "Saloon al-Fidah", girati
    negli stessi luoghi e parte del piu' esteso progetto, sono in vendita ad
    euro 15 a copia per auto-finanziamento.

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