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    L’Apocalisse è vicina

    Il Professor Noam Chomsky, intervistato da Merav Yudilovitch per un giornale israeliano, spiega perché ha firmato la lettera contro i crimini di guerra di Israele ed illustra la sua analisi della incandescente situazione in Medio Oriente
    18 agosto 2006 - Noam Chomsky
    Fonte: www.ynetnews.com e www.zmag.org - 08 agosto 2006

    La scorsa settimana, un gruppo di rinomati intellettuali ha pubblicato una lettera aperta che criticava Israele per intensificare il conflitto in Medio Oriente. La lettera, che si riferiva soprattutto allo schieramento di forze tra le autorità israeliane e palestinesi, ha provocato molta collera tra i lettori di Ynet e Ynetnews, dovuta specialmente alla sua affermazione che lo scopo della linea politica condotta da Israele, è di eliminare lo stato nazionale palestinese.
    foto di Noam Chomsky al World SOcial Forum 2003


    La lettera era stata formulata dal critico d’arte e scrittore John Berger e, tra i suoi firmatari, c’erano il vincitore del Premio Nobel drammaturgo Harold Pinter, il linguista e teorico Noam Chomsky, il Premio Nobel poeta José Saramago, il Premio Booker poeta Arundhati Roy, lo scrittore americano Russell Banks, lo scrittore e commediografo Gore Vidal e lo storico Howard Zinn.

    Professor Chomsky, lei ha affermato che la provocazione e la contro-provocazione servono tutte e due come distrazione dal problema di fondo. Che cosa significa?

    Chomsky: Presumo che si stia riferendo alla lettera di John Berger (che, tra gli altri, ho firmato anch’io). Il "problema di fondo", che si sta fingendo di non conoscere, è la distruzione sistematica di qualsiasi prospettiva di una possibile esistenza palestinese, poiché Israele si appropria di terreni di grande valore e di risorse di primaria importanza, lasciando sempre più piccole aree ai palestinesi, cantoni invivibili, prevalentemente separati gli uni dagli altri e da quel po’ di Gerusalemme che è rimasto ai palestinesi, e completamente imprigionati da Israele che occupa la Valle del Giordano.

    Naturalmente, questo programma di riallineamento, mascherato cinicamente da "ritiro", è completamente illegale, in violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e del verdetto all’unanimità della Corte Internazionale di Giustizia [World Court] (compresa la dichiarazione di dissenso da parte del Giudice americano Buergenthal). Se viene messo in atto, come programmato, comporterà la fine del consenso internazionale, molto esteso, su una soluzione a due stati, che gli Stati Uniti e Israele hanno ostacolato unilateralmente per 30 anni – questioni, che sono così ben documentate, che non è necessario riconsiderarle anche qui.

    Per tornare alla sua precisa domanda, persino un’occhiata distratta alla stampa occidentale rivela che gli sviluppi più importanti nei territori occupati vengono ancora più emarginati dal conflitto in Libano. La distruzione in corso di Gaza – che, di rado, è stata in primo luogo riportata seriamente - è sfumata per lo più in secondo piano, e l’acquisizione sistematica della West Bank è di fatto scomparsa.

    Non arriverei, comunque, fino all’implicazione insita nella sua domanda, che questo ero uno scopo della guerra, in quanto ne è indubbiamente l’effetto. Dovremo rammentare che Gaza e la West Bank sono riconosciute come unite, cosicché, se la resistenza ai programmi illegali di distruzione da parte di Israele all’interno della West Bank (e sarebbe interessante prendere in considerazione un’argomentazione ragionevole di contenuto opposto) è legittima, allora lo è allo stesso modo a Gaza.

    Lei sostiene che il mondo dei media si rifiuta di mettere in collegamento ciò che sta accadendo nei territori occupati con quello che succede in Libano?

    Chomsky: Sì, ma quella è la minore delle accuse che dovrebbero essere scagliate contro il mondo dei mezzi d’informazione e gli ambienti intellettuali, in generale. Una delle accuse più gravi viene sollevata nel paragrafo d’apertura della lettera di Berger.

    Richiamiamo alla mente i fatti. Il 25 giugno, venne catturato il Caporale Gilad Shalit, suscitando, in tutto il mondo, grida smisurate di indignazione che, di giorno in giorno, sono continuate fino al culmine, ed una intensificazione degli improvvisi e forti attacchi israeliani a Gaza, suffragati sulla base del fatto che la cattura di un soldato sia un crimine grave, per il quale la popolazione debba essere punita.

    Un giorno prima, il 24 giugno, le forze israeliane rapirono due civili di Gaza, Osama and Mustafa Muamar, un crimine, comunque lo si giudichi, molto più grave della cattura di un soldato. I rapimenti dei Muamar erano sicuramente noti alla maggior parte dei media del mondo. Vennero riportati immediatamente dalla stampa israeliana di lingua inglese, in pratica comunicati stampa delle Forze Armate Israeliane (IDF). E ci furono alcuni servizi giornalistici brevi, sporadici e di scarsa considerazione in molti quotidiani in giro per gli Stati Uniti.

    Cosa molto significativa, non ci furono dichiarazioni, repliche, e nessun appello ad attacchi militari o terroristici nei confronti di Israele. Una ricerca su Google rivelerà rapidamente l’importanza relativa data in Occidente al rapimento di civili da parte delle Forze Armate Israeliane (IDF) e della cattura di un soldato israeliano il giorno successivo.

    I due eventi appaiati, ad un giorno di distanza, dimostrano con aspra lucidità, che l’ostentazione di sdegno riguardo il rapimento di Shalit fu un cinico imbroglio. Essi rivelano che secondo gli standard morali occidentali, il rapimento dei civili è ben giustificato, se viene fatto da “parte nostra”, ma la cattura di un soldato a “nostro scapito” un giono dopo è un crimine spregevole che richiede una punizione severa della popolazione.

    Come ha esattamente scritto Gideon Levy su Ha’aretz, il rapimento di civili da parte delle Forze Armate Israeliane (IDF) il giorno prima della cattura del Caporale Shalit, elimina qualsiasi “base legittima per le operazioni delle IDF” e possiamo aggiungere anche qualsiasi base legittima di appoggio a queste operazioni.

    Gli stessi elementari principi morali rinviano al rapimento dei due soldati israeliani il 12 luglio, vicino al confine con il Libano, acuiti, in questo caso, dall’ordinaria e pluriennale prassi israeliana di rapire i libanesi e di tenerne molti come ostaggi per lunghi periodi.

    Veramente vergognoso

    Chomsky: Nel corso dei molti anni in cui Israele ha portato a termine con regolarità queste pratiche, persino il rapimento in acque extraterritoriali, nessuno ha mai sostenuto che questi crimini giustificassero il bombardamento e cannoneggiamento di Israele, l’invasione e distruzione di gran parte del paese, o azioni terroristiche all’interno. Le conclusioni sono dure, chiare e del tutto inequivocabili – e perciò insabbiate.

    Tutto questo è, ovviamente, di straordinaria importanza nel caso attuale, dato specialmente il clamoroso tempismo. Che è, suppongo, la ragione per cui la maggior parte dei media scelgono di evitare i fatti importanti, a parte le poche frasi sporadiche e di scarsa considerazione, rivelatrici del fatto che essi considerano il rapimento una questione di nessun significato, se condotto dalle forze israeliane appoggiate dagli Stati Uniti.

    Gli apologeti dei crimini di stato rivendicano che il rapimento dei civili di Gaza sia giustificato dalle affermazioni delle Forze Armate Israeliane (IDF) che questi sono "militanti di Hamas" o che stavano pianificando dei reati. Secondo la loro logica, dovrebbero lodare, pertanto, la cattura di Gilad Shalit, un soldato di un esercito che stava cannoneggiando e bombardando Gaza. Queste performance sono veramente vergognose.

    Sta parlando anzitutto del riconoscimento dello stato nazionale palestinese, ma questo risolverà la "minaccia iraniana"? Spingerà gli Hezbullah fuori dal confine con Israele?

    Chomsky: In pratica, tutti gli osservatori informati concordano che una risoluzione giusta ed equa della situazione dei palestinesi indebolirebbe considerevolmente la rabbia e l’odio nei confronti di Israele e degli Stati Uniti nel mondo arabo e musulmano – e molto al di là di questo, come rivelano i sondaggi internazionali. Un tale accordo è senza dubbio a portata di mano, se Stati Uniti ed Israele abbandonano la loro repulsione di antica data.

    Riguardo all’Iran e agli Hezbullah c’è, naturalmente, molto più da dire e qui, posso solo accennare ad alcuni punti fondamentali.

    Cominciamo dall’Iran. Nel 2003, l’Iran si offrì di trattare le questioni irrisolte con gli Stati Uniti, comprese quelle nucleari e la soluzione a due stati del conflitto israelo-palestinese. L’offerta venne fatta dal governo moderato di Khatami, con l’appoggio del “leader supremo” della linea dura, l’Ayatollah Khamenei. La risposta dell’amministrazione Bush fu quella di censurare il diplomatico svizzero che aveva portato l’offerta.

    Nel giugno 2006, l’Ayatollah Khamenei ha rilasciato una dichiarazione ufficiale che affermava che l’Iran era d’accordo con i paesi Arabi sulla questione della Palestina, significando questo, che accettava la richiesta, fatta nel 2002, dalla Lega Araba di una piena normalizzazione nelle relazioni con Israele in una soluzione a due stati, in conformità con il consenso generale internazionale. Il tempismo di questa affermazione suggerisce che avrebbe potuto essere un ammonimento al suo subalterno Ahmadenijad, alle cui dichiarazioni incendiarie veniva data ampia pubblicità in Occidente, diversamente da quella data alla dichiarazione molto più importante del suo superiore Khamenei.

    L’OLP, naturalmente, ha appoggiato ufficialmente una soluzione a due stati per molti anni, e ha sostenuto la proposta della Lega Araba del 2002. Hamas ha indicato anche la sua volontà di negoziare una soluzione a due stati, come è certamente ben noto ad Israele. Si dice che Kharazzi sia l’autore della proposta del 2003 di Khatami e Khamanei.
    Gli Stati Uniti ed Israele non vogliono sentire nulla di ciò. Non vogliono nemmeno sentire che l’Iran sembra essere l’unico paese ad aver accettato la proposta del direttore dell’IAEA [Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica – n.d.t.], Mohammed ElBaradei, di mettere sotto il controllo internazionale tutti i materiali fissili utilizzabili per le armi, un passo nella direzione di un Trattato, controllabile, sul Bando della Produzione del Materiale Fissile per scopi bellici [Fissile Materials Cutoff Treaty - FMCT].
    La proposta di ElBaradei, se messa in atto, non solo porrebbe fine alla crisi nucleare iraniana, ma si occuperebbe anche di una crisi di gran lunga più seria: la minaccia crescente di una guerra nucleare, che induce analisti strategici di prim’ordine a mettere in guardia da “un’Apocalisse fra breve” (Robert McNamara), se le linee politiche continueranno sulla rotta attuale.

    Gli Stati Uniti si oppongono con forza ad un Trattato, controllabile, sul Bando della Produzione del Materiale Fissile per scopi bellici (FMCT), ma di là delle obiezioni statunitensi, il trattato è giunto ad una votazione alle Nazioni Unite, dove è passato per 147 voti a 1, con due astensioni: Israele, che non può opporsi al suo sostenitore e, in modo più interessante, la Gran Bretagna di Blair, che mantiene un certo grado di autorità. L’ambasciatore britannico ha affermato che la Gran Bretagna appoggia il trattato, ma “divide la comunità internazionale”. Ancora una volta, queste sono questioni che vengono di fatto taciute al di fuori degli ambienti specializzati e sono questioni di pura sopravvivenza delle specie, che si spingono molto al di là dell’Iran.

    Si ritiene comunemente che la “comunità internazionale” abbia convocato l’Iran per chiedergli di abbandonare il suo diritto, riconosciuto dalla legge, di arricchire l’uranio. Che è vero, se definiamo “comunità internazionale” Washington e chiunque, si dia il caso, si accompagni ad essa. Non è certamente vero del mondo intero. I paesi non-allineati hanno vigorosamente avallato il “diritto inalienabile” dell’Iran di arricchire l’uranio. E, piuttosto eccezionalmente, i sondaggi internazionali rivelano che in Turchia, Pakistan ed Arabia Saudita, una maggioranza della popolazione preferisce accettare un Iran armato atomicamente, più di qualsiasi azione militare americana.

    I Paesi non allineati chiedono anche un Medio Oriente denuclearizzato, una richiesta di vecchia data della comunità internazionale autentica, bloccata di nuovo da Stati Uniti ed Israele. Bisognerebbe ammettere che la minaccia delle armi nucleari israeliane viene presa molto seriamente nel mondo.

    Come spiegato dall’ex Comandante in Capo del Comando Strategico USA, Generale Lee Butler, “è estremamente pericoloso che, nel calderone delle animosità che chiamiamo Medio Oriente, una nazione si sia armata, apparentemente, con scorte di armi nucleari, probabilmente annoverabili a centinaia, e induca altre nazioni a fare lo stesso.” Israele non sta facendo un favore a se stesso, se ignora queste preoccupazioni.

    E’ anche piuttosto importante il fatto che, quando l’Iran era governato dal tiranno, insediato da un colpo di stato militare appoggiato dagli USA e dalla Gran Bretagna, gli Stati Uniti – compresi Rumsfeld, Cheney, Kissinger, Wolfowitz ed altri – appoggiarono energicamente i programmi nucleari iraniani, che oggi condannano, e contribuirono a fornire all’Iran i mezzi per perseguirli. Questi fatti sono certamente ben presenti agli iraniani, così come essi non hanno dimenticato il sostegno molto forte degli Stati Uniti e dei loro alleati per Saddam Hussein, durante la sua aggressione criminale, compreso l’aiuto fornito nello sviluppare le armi chimiche che uccisero centinaia di migliaia di iraniani.

    Mezzi pacifici

    Chomsky: Ci sarebbe da dire molto di più, ma sembra che la “minaccia iraniana”, alla quale lei fa riferimento nella sua domanda, possa essere affrontata con mezzi pacifici, se gli Stati Uniti e Israele fossero d’accordo. Non possiamo sapere se le proposte iraniane siano serie, finché non vengono esaminate. Il rifiuto israelo-statunitense di analizzarle e il silenzio dei media statunitensi (e, per quanto ne sappia, europei), suggeriscono che i governi temono che queste possano essere serie.

    Dovrei aggiungere che, al mondo esterno sembra, a dir poco, un po’ strano che Stati Uniti ed Israele mettano in guardia dalla “minaccia iraniana”, quando loro e soltanto loro stanno elargendo minacce di lanciare un attacco, minacce che sono immediate e credibili, in grave violazione del diritto internazionale, e si stanno preparando, molto alla luce del sole, ad un tale attacco. Qualunque cosa si pensi dell’Iran, non gli si può fare nessuna accusa di questo genere. E’, inoltre, evidente al mondo, se non agli Stati Uniti e ad Israele, che l’Iran non ha mai invaso nessun altro paese, cosa che, invece, Stati Uniti ed Israele fanno regolarmente.

    Anche in merito agli Hezbullah ci sono discussioni difficili e serie. Come è ben noto, il movimento degli Hezbullah si è formato in reazione all’invasione del Libano, da parte di Israele, nel 1982 e alla sua dura e brutale occupazione in violazione delle disposizioni del Consiglio di Sicurezza. Ha ottenuto un notevole prestigio sostenendo il ruolo principale nello scacciare gli aggressori.

    L’invasione del 1982 fu portata a termine dopo un anno in cui Israele bombardava regolarmente il Libano, cercando disperatamente di strappare, da parte dell’OLP, una qualche violazione della tregua del 1981 e, quando fallì, attaccò comunque, con il ridicolo pretesto che l’Ambasciatore Argov era stato ferito (da Abu Nidal, che era con l’OLP in guerra). L’invasione era chiaramente intesa, come di fatto ammesso, a porre fine alle imbarazzanti iniziative dell’OLP per una trattativa, una “vera e propria catastrofe” per Israele, come ha fatto notare Yehoshua Porat.

    Scuse vergognose

    Chomsky: Era una "guerra per la West Bank", come era stata definita a quel tempo. Anche le invasioni successive avevano pretesti vergognosi. Nel 1993, gli Hezbullah avevano violato "le regole del gioco", annunciava Yitzhak Rabin: queste regole israeliane, permettevano ad Israele di compiere attacchi terroristici a nord della "zona di sicurezza" da loro detenuta illegalmente, ma non permetteva ritorsioni interne in Israele. L’invasione di Peres del 1996 aveva simili pretesti. E’ comodo dimenticare tutto ciò, o inventare storielle sul bombardamento della Galilea del 1981, ma questa non è una procedura né allettante, né saggia.

    Il problema delle armi degli Hezbullah è abbastanza grave, senza dubbio. La Risoluzione 1559 chiede il disarmo di tutte le milizie libanesi, ma il Libano non ha convertito in legge quella disposizione. Il Primo Ministro Fuad Siniora descrive l’ala militare Hezbullah come “resistenza piuttosto che milizia e, pertanto, esente dalla” Risoluzione 1559.

    Nel giugno 2006 è fallito un Dialogo Nazionale per risolvere il problema. Il suo scopo principale era di formulare una “strategia nazionale di difesa” (vis-à-vis con Israele), ma è rimasto ad un punto morto sulla richiesta degli Hezbullah di “una strategia difensiva che permettesse alla Resistenza Islamica di mantenere le proprie armi come deterrente a possibili aggressioni da parte di Israele”, in assenza di qualsiasi alternativa credibile. Gli Stati Uniti potevano, se preferivano, fornire una garanzia credibile contro un’invasione da parte di uno stato satellite, ma questo avrebbe richiesto un brusco cambiamento in una politica di vecchia data.

    In secondo piano rimangono fatti importanti, messi in evidenza da molti corrispondenti veterani del Medio Oriente. Rami Khouri, che adesso è un editore del giornale libanese Daily Star, scrive che “i libanesi e i palestinesi hanno risposto agli attacchi israeliani, persistenti e sempre più feroci, contro intere popolazioni civili, creando leadership parallele o alternative, che li possano proteggere e fornire loro dei servizi essenziali.

    Nella sua lettera, non fa riferimento alle perdite di Israele. C’è una differenziazione nella sua opinione tra le perdite civili israeliane di guerra e le perdite di libanesi o palestinesi?

    Chomsky: Questo non è esatto. La lettera di John Berger è molto esplicita sul non fare distinzioni tra le perdite di Israele e di altri paesi, in quanto afferma: 'Entrambe le categorie di missile fanno a pezzi, orribilmente, i corpi – chi, se non i comandanti in campo, può dimenticare ciò, anche se per un momento.'

    Lei ha affermato che il mondo sta collaborando con Israele all’invasione del Libano, mentre non sta interferendo negli eventi di Gaza e Jenin. A quale scopo serve questo silenzio?

    Chomsky: La grande maggioranza del mondo non può fare nulla se non protestare, sebbene ci si aspetti chiaramente che l'intensa rabbia e il risentimento, causati dalla violenza israelo-statunitense – come in passato – si rivelino un dono per gli elementi più estremisti e violenti, mobilitando nuove reclute alla loro causa.

    Le tirannie arabe appoggiate dagli Stati Uniti hanno sì condannato gli Hezbullah, ma sono state costrette a cedere al timore delle loro stesse popolazioni. Persino Re Abdullah dell’Arabia Saudita, l’alleato più fedele (e più importante) di Washington, è stato costretto a dichiarare che “che se l’opzione della pace viene respinta a causa dell’arroganza di Israele, allora rimane soltanto l’opzione della guerra e nessuno conosce quali ripercussioni ci saranno sull’intera regione, comprese guerre e conflitti che non risparmieranno nessuno, neanche coloro il cui potere militare li sta inducendo a giocare con il fuoco.

    Così come l’Europa non è disposta a testimoniare contro l’amministrazione USA, che ha messo in chiaro che appoggia la distruzione della Palestina e la violenza di Israele. Riguardo alla Palestina, la presa di posizione di Bush, pur essendo estrema, ha le sue radici nelle politiche precedenti. La settimana a Taba, nel gennaio 2001, è la sola vera e propria interruzione, in 30 anni, del rifiuto da parte degli Stati Uniti.

    Gli Stati Uniti appoggiarono fortemente anche le prime invasioni israeliane del Libano, sebbene nel 1982 e nel 1996, obbligarono Israele a porre fine alla sua aggressione, quando le atrocità stavano raggiungendo un punto che danneggiava gli interessi USA.

    Si può generalizzare, purtroppo, una dichiarazione di Uri Avnery, riguardo a Dan Halutz, il quale “osserva il mondo sottostante attraverso il congegno di puntamento per il lancio delle bombe”. Quasi lo stesso è vero nei confronti di Rumsfeld-Cheney-Rice ed altri pianificatori di alto livello dell’amministrazione Bush, nonostante la retorica consolatoria di circostanza. Come rivela la storia, quella visione del mondo non è insolita tra coloro che detengono un vero e proprio monopolio dei mezzi per fare violenza, con conseguenze che non è il caso di riconsiderare qui.

    Qual è il prossimo capitolo di questo conflitto in Medio Oriente, per come lo vede lei?

    Chomsky: Non conosco nessuno abbastanza temerario da fare pronostici. Gli Stati Uniti e Israele stanno sobillando le forze popolari, che sono molto minacciose e che ci guadagneranno soltanto in potere, diventando più estremiste, se Stati Uniti ed Israele si ostineranno a demolire ogni speranza di realizzazione dei diritti nazionali palestinesi e a distruggere il Libano. Si dovrebbe anche ammettere che la prima preoccupazione di Washington è, come in passato, non tanto Israele ed il Libano, quanto le vaste risorse di energia del Medio Oriente, riconosciute 60 anni fa come una “fonte stupenda di potere strategico” e “uno dei più grandi tesori materiali della storia mondiale”.

    Possiamo aspettarci con fiducia che gli USA continueranno a fare tutto ciò che possono per controllare questa impareggiabile fonte di potere strategico. Che potrebbe non essere facile. La straordinaria incompetenza dei pianificatori di Bush ha prodotto una catastrofe in Iraq, anche per i loro stessi interessi. Stanno persino affrontando la possibilità dell’incubo finale: una libera alleanza Shi’a, che controlli le maggiori riserve energetiche del mondo e sia indipendente da Washington – o, ancor peggio, che stabilisca legami piu’ stretti con l’Asian Energy Security Grid e Shanghai Cooperation Council con sede in Cina.

    I risultati potrebbero essere veramente apocalittici. E, anche nel minuscolo Libano, l’eminente studioso accademico libanese, esperto del fenomeno degli Hezbullah e critico severo dell’organizzazione, descrive il conflitto in corso in “termini apocalittici”, ammonendo che, forse, “si darebbe carta bianca all’inferno” se il risultato della campagna israelo-statunitense lasciasse una situazione in cui “la comunità sciita è in fermento, con rancore, contro Israele, gli Stati Uniti e il governo, che percepisce come suo traditore.”

    Non è un segreto che, negli anni passati, Israele abbia contribuito a distruggere il secolare nazionalismo arabo e a creare il movimento Hezbullah e Hamas, proprio come la violenza statunitense ha accelerato l’ascesa del fondamentalismo degli estremisti islamici ed il terrore della jihad. I motivi sono sottintesi. Ci sono avvertimenti costanti riguardo a ciò da parte delle Agenzie di Intelligence occidentali e degli specialisti più eminenti in queste materie.

    Si può fare lo struzzo e trovare conforto in un “consenso onnipresente” sul fatto che ciò che facciamo è “giusto e morale” (Maoz), ignorando le lezioni della storia recente o la semplice ragionevolezza. O si possono fronteggiare i fatti e affrontare i dilemmi, che sono molto seri, con mezzi pacifici. Sono a disposizione. Il loro successo non può mai essere garantito. Ma possiamo essere ragionevolmente fiduciosi, che osservare il mondo attraverso il congegno di puntamento per il lancio delle bombe, porterà ulteriore infelicità e sofferenza e, forse, anche “l’apocalisse a breve”.

    Note:

    L'articolo originale in inglese si trova ai seguente link:
    http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3286204,00.html

    http://www.zmag.org/sustainers/content/2006-08/08chomsky.cfm

    Tradotto da Antonella Serio per www.peacelink.it
    Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la
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