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Diario da Beirut

Marco Pasquini, documentarista romano, conosce bene la gente del Libano. Da diverso tempo lavora a un progetto difficile: la memoria del Gaza Hospital a Beirut.
29 agosto 2006 - Marco Pasquini (documentarista indipendente)


Un passo dopo l’altro scavalco detriti e macerie a non finire. La polvere
si attacca sui vestiti, sulla pelle, sulle labbra e penetra nei polmoni.
L’aria e’ torbida e l’odore pungente, la temperatura alta, un sapore
cattivo si insinua in bocca e non la abbandona. Edifici divisi in due,
soggiorni e camere da letto di fronte agli occhi di tutti, mura assenti
svelano gli interni degli appartamenti.
Io occhio indiscreto, ospite senza tempo, spio in quel che rimane delle
case, mi affaccio in quelle che erano stanze e provo vergogna. E’ lo
stupro di una citta’.
Seguono inviti, imprecazioni, sorrisi. Mai indifferenza, ma soprattutto
non una lacrima. Intorno e’ frenesia da ricostruzione: pale meccaniche che
scavano, camion che trasportano e ruspe che sgombrano le strade.

El-Dahie, Beirut, un luogo violato. Scheletri di palazzi anneriti e cumuli
di macerie dove ce ne erano.
Cammino, cammino senza sosta, mi aggiro tra vicoli e strade fotografando
distruzione. Dammar.
Scalo le macerie, fino in cima a questa montagna di cemento. Un uomo
anziano cerca tra i resti. Mi guarda, sorride, dice che siamo
all’undicesimo piano e che questa era casa sua. Mi avvicino, la sua bocca
fa una smorfia che assomiglia a un sorriso, Tfaddal! Mi accomodo, la
telecamera registra questo incontro surreale, lontano il rumore delle
macchine al lavoro.
Lui finisce, io anche. Ognuno per la sua strada. Mi sposto un po’, una
famiglia cerca di portare in salvo quel che rimane del loro appartamento.
Il palazzo e’ accasciato a terra, un angolo di casa e’ rimasto sulle
colonne, di traverso. Il pavimento inclinato, il lampadario cade a piombo
ancora appeso al soffitto spezzato. Mustafa’, giovane e magro, si infila
in casa ed io con lui, fuori i genitori danno indicazioni. Quando esco la
mamma ride, si scusa perche’ non ha potuto offrirmi del te’ e Mustafa’ e’
piu’ contento di prima perche’ e’ riuscito a recuperare lo stereo.

Spengo la telecamera e torno sui miei passi, sento chiamare il mio nome.
E’ l’uomo di prima, siede all’ombra con la moglie e alcuni amici. Wenak
enta? Chiede dove ero, e’ l’ora di pranzo e mi cercavano per mangiare
insieme. Mi siedo, beviamo una bibita sul marciapiede, alle spalle il loro
palazzo accasciato a terra. Prima di congedarci giriamo un intervista e mi
fanno un regalo. E’ la foto dell’edificio prima della guerra, la hanno
trovata tra le macerie e dopo averla firmata me la consegnano. La prendo,
ci abbracciamo, poi la fotografo tra i resti di quello che era e la porto
con me.

Proseguo il cammino, come un fantasma mi muovo in una citta’ sbriciolata,
scenografia espressionista del nostro futuro. Una donna trascina due
grandi buste di plastica, vestiti e oggetti recuperati scavando. Si ferma
e mi guarda dritto negli occhi. Cosa rimane dei miei ricordi? La domanda
rimane sospesa e lei si allontana, trascinando il suo peso senza aspettare
risposta.

Ogni tanto mi fermano le milizie Hezbollah, giovani armati di kalashnikow
e radioline che controllano la zona, decidendo chi entra e chi resta
fuori. Non fotografare le persone ripetono incessantemente, facendomi
passare alla vista del tesserino. Poi passano i giorni, anche loro si
abituano a me e il tesserino diventa ornamento.
E’ ormai sera, una ragazza si allontana da una collina di cemento e
mattoni, ha gli occhi lucidi, tanta rabbia e due sole parole: Sawour
el-democratie. Fotografa la democrazia, una frase tagliente come il vetro
che qui rimane lontana dalla retorica politica, e’ sentimento del popolo.

Le gambe sono stanche dal tanto camminare, gli occhi esausti dal vedere,
mi fermo di fronte alla vetrina rotta di un negozio.
Sguardi superstiti, osservatori silenziosi di quello che e’ stato.
Condannati a rimanere ad occhi aperti, osceni con le loro mezze nudita’
rimangono attoniti di fronte all’ntimita’ violata dalla guerra. Occhi
vitrei congelati nell’attimo della visione, bocche semichiuse, arti rigidi
sospesi a meta’, busti pietrificati. Soli, costretti a vedere, sopraffatti
dall’incapacita’ di esprimere il dolore. Impassibili vigilanti di
atrocita’ inenarrabili, chiudono nell’apparente inespressivita’ il loro
segreto. Sono stati li tutto il tempo, tra strade vuote e case evacuate,
unico sguardo sotto i bombardamenti. Hanno visto e sentito le esplosioni
senza potere raccontarle, gli occhi spalancati e le pupille dilatate ne
nascondono il segreto.
Sono manichini in un negozio di vestiti di el-Dahie.

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