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Storie Vi racconto che cosa c'era tra le macerie

Ecco che cosa ho visto

Di ritorno dal Libano, il giornalista Rai, Ennio Remondino, spiega tutte le difficoltà di un cronista che vuole raccontare la verità. Viaggiando sempre con una spada di Damocle sulla testa: quella delle accuse di antisemitismo
29 agosto 2006 - Ennio Remondino
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Torno da lunghissime settimane trascorse nel sud del Libano, e ho voglia di dire due o tre cose su quella tragedia e su come è stata raccontata. Nessuna voglia di rintuzzare polemiche ferragostane, quanto piuttosto provare a riflettere. Due le questioni che sento di dover premettere, nella forma di «lettera al direttore», di sfogo personale e quindi sottratto a qualsiasi vincolo di scuderia. Autodifesa, diciamo.
1. Non c'è accusa più infamante per chi è figlio di una cultura democratica e antifascista nata dalla Lotta partigiana e dalla Resistenza, di quella di antisemitismo.
2. Non c'è accusa più scontata, se ti capita di elevare in qualche modo critiche all'operato del governo israeliano in carica, di quella diretta o indiretta di antisemitismo.
Vorrei provare a ribellarmi a questa trappola che non aiuta nessuno. Non aiuta me, rotellina occasionale sul campo della notizia, a fare meglio i miei resoconti, non aiuta la responsabilità di chi vuole proporre analisi utili, ad evitare la tentazione della tifoseria.
Tutto quanto accade attorno ad Israele, sembra destinato a suscitare sensibilità e reazioni forti. C'è una frase del grande intellettuale arabo palestinese Edward W. Said, recentemente scomparso, che credo esprima meglio di qualsiasi altro ragionamento lungo e complicato, la tragedia che si sta consumando da sempre in Palestina e in Israele. «La tragedia di essere vittime di un popolo vittima». Due tragedie in una. La tragedia del popolo palestinese senza Stato e spesso senza terra, vittima di uno stato, quello israeliano, e di un popolo, gli ebrei, contro cui il nazismo ha consumato sessant'anni fa il peggiore dei crimini possibili: il tentativo di sterminio.
Essere «vittima» delle «vittime», ti toglie quasi la speranza, ti riduce le solidarietà attorno, trasforma in «antisemitismo» ogni critica legittima allo Stato d'Israele. La trappola del conflitto arabo-israeliano in Palestina, tiene prigioniero il mondo da decenni, e nessuno sembra oggi neppure in grado di immaginare come e quando se ne potrà uscire con una pace che ha come condizione un po' di giustizia assieme al diritto di esistere. Il Libano, la Siria e quant'altro di crisi politiche o guerreggiate ci sia in medio Oriente, persino una parte del terrorismo immondo di Al Qaeda, ruota attorno a questo.
L'informazione giunta in Italia sulla guerra in Libano, mi appare una delle molte marginalità al problema centrale individuato prima. Il problema nella forma di cui dicevo prima: si può discutere sulla politica di Israele, e sulla difesa armata di Israele, e sulla proporzionalità della sua reazione anti Hezbollah in Libano, senza finire sotto schiaffo con accuse sottintese di antisemitismo che feriscono innanzitutto la tua coscienza democratica? Alle critiche in buona fede, credo sia dovuta una risposta sui fatti, e non attraverso anatemi di segno opposto.
Quarta settimana di bombardamenti sul Libano, e la «nuova frontiera di sicurezza» sul fiume Litani promessa dal ministro della difesa israeliano assomiglia sempre di più alle promesse elettorali di Berlusconi. La Cnn e altre televisioni internazionali di prestigio, aprono la riflessione sul rischio di un «Vietnam israeliano in Libano», un pantano politico-militare da cui Gerusalemme dà l'impressione di non sapere bene come uscire. La polemica divampa ovviamente anche al centro del bersaglio, e tu, cronista sul campo, ne dai conto frenando sui facili entusiasmi partigiani che sbandierano vittorie bugiarde dell'una o dell'altra parte.
«La percezione tra la gente del posto che la potenza militare israeliana stia trovando nel sud del Libano il suo Vietnam, non consola chi oggi va a raccogliere i pacchi di emergenza donati (...)». Banale, forse, ma fotografico. Poi il racconto si restringe, in proporzione alla libertà di movimento concessa ai testimoni giornalistici. «Dal fiume Litani a sud, dalla sfida degli ultimi soccorsi arrivati ieri, all'impossibile di oggi: ogni movimento di veicoli è interdetto», è la cronaca. «Preavviso a firma dello Stato di Israele, con volantini lanciati dagli aerei in cui si avverte la popolazione e noi giornalisti in particolare. Nessuna protezione sperata dalla scritta TV sul tetto delle auto, visto che, affermano a Gerusalemme, vetture simili sarebbero utilizzate dagli Hezbollah per trasportare i loro razzi».
Chiosa conclusiva del cronista: «Testimoni assediati e ora appiedati, insomma, con l'intento forse di trasformarci nelle famose tre scimmiette, che non sentono, non vedono, non parlano e soprattutto non fanno vedere». Fazioso? Tutto può essere, ma a me appare soltanto efficace, soprattutto avendo ascoltato gli altri resoconti telegiornalistici che in mille lingue viaggiano da Tiro verso il mondo. Perché tutto questo accade solo in Italia e non altrove? è la domanda.
La questione dell'equilibrio dell'informazione italiana su quella tragedia forse riguarda altro. Che sia un problema di nuovo equilibrio imposto dai fatti della guerra, rispetto ad un «disequilibrio» diffuso e generalizzato che s'era imposto per schieramento nelle settimane precedenti? Forse anche per le guerre si vorrebbe far valere una sorta di «Par condicio» fra le parti in conflitto. E' accaduto. Un pezzo da Gerusalemme, uno da Beirut. Uno pari, palla al centro. Il sud del Libano che il suo centro l'ha avuto soltanto nella collimazione delle coordinate di puntamento di bombe e missili? Quello non conta.
C'è un sito internet israeliano che con involontario umorismo si chiama "Informazione corretta". Ci lavora tra gli altri una simpatica signora nata in Italia, Deborah Fait, con cui ho avuto modo, anni addietro, di intrecciare molte schermaglie e rari consensi. Per un anno, nel 2000, memoria lontana anche per me, ho diretto anche la sede di corrispondenza Rai di Gerusalemme, riuscendo infine, felicemente, a fuggirne. Ora la mia amica Deborah (o chi con lei), critica «l'esibizione di spuntoni di proiettile, venduti come presunte bombe Cluster, vietate dalle convenzioni internazionali».
Caspita, cara Deborah. Io su quelle bombe ho rischiato di saltarci in aria. Non soltanto le ho viste ed evitate, ma le ho anche filmate e mostrate nel dettaglio. Pensa, cara Deborah, che Amnesty International e ora l'Onu ci dice oggi di 288 contenitori di Cluster bomb (per migliaia di bombe-mina) lanciati sul sud del Libano, e già di 12 morti civili nella contabilità dell'altro ieri. Pensa che quei faziosi organizzati di giornalisti americani e della Bbc ci hanno recentemente raccontato di Abbas Youssef Abbas, 5 anni, in fin di vita per quella vecchia forniture americana di 20 anni fa ad Israele. Cara "Informazione corretta", che dovevo fare quel giorno a Bent Jbail, o fra le piantagioni di tabacco di Aita ech Chaab, cittadina che ora non esiste più, in mezzo alle Cluster inesplose? Di nuovo le tre scimmiette che non vedono, non sentono e non dicono?
La questione vera, ancora una volta, mi appare quella del dito che oscura la vista della luna. O ci ostiniamo alla propaganda dove ognuno rivendica il suo diritto alla faziosità, o ci sforziamo tutti quanti di capire. Non soltanto il sacrosanto diritto alla critica, ma anche quello necessario della buona fede. Contemporaneamente, confrontiamoci innanzitutto sui fatti. I fatti della guerra per come è stata realmente condotta, i fatti della informazione su questa guerra per come è stata e non per come uno l'ha digerita, e soprattutto i risultati che la guerra ha ottenuto e quelli che ci ha lasciato in eredità.
La malafede non era mia dal sud del Libano, e non era certamente di chi ha voluto apertamente criticarmi. Pace fatta, da parte mia. Sulla questione del ruolo svolto dall'informazione Rai, ad altri competenza e responsabilità di risposta, magari con un po' di spina dorsale. Da parte mia soltanto un sospetto. L'impressione del solito poligono di tiro in cui la sagome di cartone cambiano figura e nome, vuoi Israele o vuoi Libano, ma dove il bersaglio immaginato da qualche puntatore era un altro. Nella confusione di una guerra vera, capita che qualche colpo apparentemente fuori rotta, si scelga un bersaglio comunque utile. Più o meno come i due missili Usa che nel nugolo di bombe su Belgrado si infilano sul tetto dell'ambasciata cinese.
La malafede e l'equivoco su cosa possa e debba essere l'informazione in frangenti tanto drammatici, li ho visti altrove. Sui manifesti che mi hanno accolto a Roma col Paolini-Hezbollah di Beirut che si è esibito accanto al ministro D'Alema e che è diventato occasione di cronache col vuoto a perdere. Li vedo, in alcune cronache della manifestazione di Assisi, impegnate a privilegiare le inevitabili presenze dissonanti rispetto al coro inequivoco che ne è venuto fuori.
Sempre a proposito di Assisi. Nel giornalismo strangolato a titoli, pare vada di moda discutere la quantità di «Se» e di «Ma» che accompagnano o meno la parola Pace e adesso, lo schieramento di truppe Onu in Libano. «Se» e «Ma» ancora una volta ideologici, mi sembra, là dove la virtù del dubbio dovrebbe vincolare ognuno di noi. Da "reduce" consentitemi, per finire, di non considerare una novità di poco conto il primo "arbitrato internazionale" che s'è imposto, dopo decenni, sulla logica dell'esercizio della forza unilaterale Israelo-Statunitense in Medio oriente. Dopo Srebrenica, ricordava Adriano Sofri qualche giorno fa, rivedere la bandiera blu dell'Onu vestire le divise militari con un progetto politico, merita un credito di speranza.

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