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    Libano: Cose difficili da capire... sul prossimo futuro

    2 settembre 2006 - Pietro Orsatti (http://orsatti.blogspot.com)


    I nostri militari partono per il Libano come forza di interposizione sotto il coordinamento (e il comando) dell'Onu. Bene! Le regole di ingaggio non prevedono operazioni offensive e si è previsto anche un forte impegno da parte del governo per la cooperazione civile. Ancora bene! L'Italia si è sfilata dall'abbraccio ossessivo con gli Stati Uniti e con l'appoggio acritico verso la politica di sicurezza (e di guerra preventiva) di Israele. Finalmente, dopo i disastri causati dal governo Berlusconi e la nostra progressiva riduzione a gregari delle politiche di Bush si tratta di un grande passo avanti. E con soddisfazione è evidente che in questa fase storica l'Europa si ricorda della sua radice Mediterranea e riacquisisce un ruolo, che forse non ha mai avuto negli ultimi 40 anni, per la ricomposizione dei conflitti dell'area e per un reale processo di pace in Medioriente.
    Tutto bene, quindi. Tutto bene?
    I pericoli, lo sappiamo, sono tanti. Israele esce indebolita, e ormai il bluff della sua forza militare si è infranta nel mese di combattimenti nel sud del Libano. Hezbollah è diventato un punto di riferimento formidabile per l'integralismo non solo sciita in Medioriente. Gli attori nell'area sono numerosi e non sempre sono chiari ruoli e mire politiche. La guerra in Iraq ha destabilizzato l'intera regione e sono riemerse mire egemoniche (iraniane e siriane in primo luogo anche se non sottovaluterei qualche tentazione egiziana e turca).
    Quindi la missione Onu, che ci vede protagonisti, si mostra come molto difficile e delicata. Soprattutto se consideriamo i precedenti sia dei caschi blu che delle forze italiane negli ultimi anni.
    Ricordo la missione Arcobaleno che serviva, malamente, a coprire il ruolo devastante avuto dagli italiani nella guerra contro la Serbia, e un po' di timori li ho. Come del resto mi preoccupa il ricordo della Somalia e del nostro molto discutibile impegno nel Corno Africano e dello scandalo delle violenze che ha visto alcuni nostri soldati (si dirà fuori controllo mai poi ne siamo davvero certi?) come protagonisti. Le vergognose vicende delle missioni Onu in Bosnia (in particolare a Srebrenica) e in Ruanda, con i massacri di civili inermi effettuati sotto gli occhi dei caschi blu, creano un disagio enorme a chi, nonostante la propria militanza pacifista, si trova oggi a dare il proprio consenso a questa missione nel Libano del Sud.
    Quando si ha a che fare con la macchina militare, e con le armi, spesso le cose degenerano. I militari, per la loro stessa natura e per il loro ruolo nell'organizzazione sociale, non combattono e non si armano per la pace: si armano per fare la guerra. Soldati di pace non ne esistono. Purtroppo chi si dota di armi prima o poi si troverà ad usarle. Certo, non è una regola scritta, ma è una prassi fin troppo confermata da decenni di massacri spesso passati sotto silenzio. La cultura miltare è altra dalla cultura del dialogo e della politica. Ed è quindi necessario che la logica militare non prenda il sopravvento sulla politica. E' la società civile che deve governare la missione in Libano, è il mondo dell'informazione che dovrà vigilare e testimoniare la situazione momento per momento, è la politica che deve tracciare limiti e renderli invalicabili alle azioni degli Stati Maggiori, anche di quelli di casa nostra.
    Un segnale positivo ci è fornito dal paragrafo del decreto di avvio alla missione dedicato al tipo di codice da applicare ai partecipanti alla missione: il codice militare di pace. Un segnale, importante, a cui spero ne seguano altri.
    Ma non basta. Moltri altri segnali ci dovranno essere forniti ogni giorno dai nostri politici e dai nostri militari. E' troppo vicino e troppo amaro il ricordo della catastrofe causata dalla nostra partecipazione all'occupazione dell'Iraq.

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