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«Oggi siamo più libere, ma la strada è ancora lunga. Il futuro è l’istruzione»

A colloquio con Ruth Mompati, secondo alcuni «la donna più potente dell’Anc»
7 settembre 2006 - Emanuele Piano
Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

Ruth Mompati è, secondo alcune definizioni, la «donna più potente dell’African national congress» (Anc). Quasi ottant’anni, ha attraversato tutta la lotta di liberazione del Sud Africa: da segretaria nello studio legale di Nelson Mandela e Oliver Tambo, all’esilio in giro per il mondo, sino al ritorno, nel 1990, per partecipare ai colloqui tra l’Anc ed il governo De Klerk che hanno aperto alla transizione verso la democrazia e a alla fine dell’Apartheid. E’ con questo bagaglio di esperienze, che la Mompati è arrivata a Roma per festeggiare - insieme alle deputate della Camera e grazie all’associazione “La Gabbianella” - i cinquant’anni dalla marcia delle donne su Pretoria.

Parafrasando una sua frase: le donne sudafricane sono state liberate come il paese lo è stato dall’Apartheid?

Il processo di liberazione è andato di pari passo con quello contro il regime razzista. Le donne sudafricane, tutte e a prescindere dalla razza, sono state liberate quando i propri mariti hanno smesso di essere oppressi. Adesso sono mogli di uomini indipendenti. Questo avanzamento è avvenuto anche perché le donne hanno preso parte attiva alla lotta di liberazione. Prima che facessimo rientro in Sud Africa dall’esilio, era già stato stabilito che la presenza femminile nel nuovo Parlamento sudafricano fosse almeno al trenta percento. Quella odierna è invece ancora una nuova fase. Perché la libertà e l’indipendenza non sono dati acquisiti e i loro frutti arrivano un po’ alla volta. Per questo abbiamo ancora molto da fare per rimuovere l’oppressione nei confronti delle donne. E vogliamo farlo insieme ai nostri uomini.

Qual è, invece, il bilancio più ampio a un decennio dalle prime libere elezioni?

Il Sud Africa non era un paese omogeneo all’indomani della liberazione. Alcune regioni erano più avanti di altre, come le grandi città, Cape Town o Johannesburg, non avevano niente a che fare con le zone rurali dove le persone vivevano ancora nella maniera tradizionale. Nelle campagne le persone avevano progressivamente visto, senza bestiame e con mezzi per coltivare ancora preistorici, scadere il proprio tenore di vita. In questo decennio, quindi, è stato fatto tanto per consentire alle persone di potersi costruire un avvenire. Sono state costruite case, scuole, si è puntato molto sull’istruzione, soprattutto delle fasce più deboli della popolazione. A distanza di anni abbiamo quindi formato tutta una classe di medici, insegnanti, informatici grazie alla rinnovata libertà del Sud Africa. Tutti questi rappresentano dei passi avanti e dei fattori di sviluppo. Speriamo di continuare così.

Alcuni commentatori si aspettavano, invece, di più dal progetto politico dell’Anc, soprattutto nel raddrizzare i disequilibri dell’Apartheid. Provvedimenti legati all’imprenditoria nera o alla redistribuzione delle terre non hanno raggiunto gli obiettivi sperati…
Il realismo adottato dalla leadership dell’Anc ha evitato che il paese scivolasse verso una pericolosa guerra civile. Tuttavia, ogni provvedimento adottato ha cercato di rovesciare, in maniera ragionevole, i lasciti dell’Apartheid. Il Black Empowerment Act (che fissa, tra gli altri, quote di partecipazione della minoranza nera nella dirigenza delle imprese ndr) era necessario perché prima i neri erano trattati alla stregua di schiavi. Quindi, l’Anc doveva intervenire per creare ricchezza e posti lavoro per tutte le minoranze discriminate, non soltanto per i neri. Anche la questione delle terra suscita e ha suscitato enormi difficoltà perché abbiamo a che fare con persone che hanno preso le terre dai neri, ci hanno vissuto e le hanno sviluppate negli anni. Per restituire la terra espropriata ai sudafricani di colore dovevamo agire in maniera umana, in modo tale che prima di arrivare agli espropri vi fosse una conciliazione o una vendita dei terreni. Inoltre, il passo successivo è stato quello di offrire a chi tornava in possesso delle terre, e che magari aveva passato tutta una vita in una township, di imparare a diventare un agricoltore e a cominciare una nuova vita. Per questo servono molti soldi e ci vuole del tempo.

Dopo gli scandali che hanno coinvolto il vice-presidente Jacob Zuma, da molti considerato il successore di Thabo Mbeki, chi guiderà il partito che fu di Nelson Mandela?

La scelta del leader dell’Anc spetta alla conferenza del partito. Il fatto che Zuma fosse uno dei papabili non significa che fosse già stato eletto. Io ho lavorato per molti anni con lui e lo conosco bene. Ma la responsabilità della scelta del leader ricade tutta sui membri dell’Anc che potrebbero scegliere un uomo come una donna. L’importante è che la persona prescelta sia abbastanza forte per sostenere il peso della carica che dovrà ricoprire.

Per quanto riguarda invece i giovani che non hanno fatto come voi la lotta di liberazione. Quanto potranno ancora aspettare?

I giovani spesso vogliono tutto e subito. Il mio non è proprio un timore, ma piuttosto la consapevolezza di dover trasmettere ai nostri figli un insegnamento forse molto basilare: per ottenere qualcosa nella vita bisogna lavorare molto. Dobbiamo educare i ragazzi non soltanto per farli filosofeggiare, ma anche con dei lavori concreti che gli facciano capire che niente è gratuito. Tanto meno la propria libertà. E che probabilmente gli sforzi che uno fa nella vita sono sempre maggiori di quello che poi la vita stessa restituisce. Ma l’importante è fare sempre del proprio meglio, come abbiamo fatto noi per una causa che sembrava impossibile. Questa è una lezione che ho imparato dalla mia di vita e che vorrei trasmettere.

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