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Balcani, i troppi non-detto di Massimo D'Alema

24 settembre 2006 - Tommaso Di Francesco
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Ai margini dell'Assemblea generale dell'Onu, il ministro degli esteri italiano Massimo D'Alema ha parlato di Kosovo, rompendo un silenzio che durava da troppo tempo. A fronte di una comunità internazionale erede della guerra «umanitaria» del 1999 - Usa, amministrazione Onu e Nato in testa - che ora vuole a tutti i costi l'indipendenza del Kosovo entro la fine dell'anno, D'Alema ha confermato la sciagurata scelta dell'indipendenza, ma ha proposto un «approccio regionale» che tenga conto del pericolo che una forzatura improvvisa sull'indipendenza provocherebbe nell'area balcanica in particolare in Bosnia (e, aggiungiamo noi in Macedonia) ma soprattutto senza un «atteggiamento discriminatorio verso la Serbia, il cui isolamento porterebbe rischi in altri paesi dove ci sono minoranze serbe», auspicando una «integrazione dei Balcani occidentali nell'Unione europea e nella Nato» e concludendo in favore di un «processo verso l'indipendenza graduale» del Kosovo.
Ci troviamo di fronte a un atteggiamento ambiguo, un immobilismo sull'orlo di un precipizio, che dice e non dice, e soprattutto rimanda a una gradualità quello che è proprio impossibile realizzare, non solo immediatamente, pena «nuovi elementi di conflittualità», ma concretamente e nel futuro, pena una nuova guerra - «umanitaria», s'intende. Il fatto è che la conflittualità non è un rischio, c'è già nei Balcani. Intorno alle enclave dei pochi serbi rimasti in Kosovo soffia la minaccia di una rivolta che viene annunciata perfino dall'alto delle istituzioni etniche- solo kosovaro-albanesi - come ha fatto in questi giorni il presidente del 'parlamento' Kol Berisha, rivolto all'Occidente, alle famiglie serbe asserragliate in pochi bantustan protetti, e ai contingenti della Kfor-Nato, compresi quelli italiani di Djacovica che ben ricordano la rivolta, le stragi e la caccia al serbo del marzo 2004.
E nella sempre più fragile Bosnia Erzegovina a una settimana da incerte elezioni, come in Macedonia dove i partiti albanesi «aspettano» solo lo status di un Kosovo indipendente per decidere se restare al governo con gli slavomacedoni che hanno vinto le elezioni o attivare quella Grande Albania nata come ideologia proprio a Tetovo. Dunque, forse varrebbe di più essere chiari, perché ai Balcani non servono né la fumosità né il fallimento di una nuova Bicamerale.
Perché D'Alema non dice che in Kosovo non c'è alcuna condizione per l'indipendenza, alcuno standard democratico o garanzia dei diritti delle minoranze richiesti? Perché non racconta quel che è accaduto in questi sei anni di Amministrazione Onu e occupazione militare Kfor-Nato e non spiega che cosa rischia di accadere nelle settimane che ci separano dalla fine dell'anno? E non trae qualche conclusione sui risultati della guerra del 1999 che lo hanno visto protagonista?
Allora, a conclusione di 78 giorni di bombardamenti «umanitari» su tutta l'ex Jugoslavia, Kosovo compreso, e con troppi «effetti collaterali» (delitti deliberati, scrisse Amnestyin un rapporto dal titolo eguale a quello sulla recente guerra del Libano) i profughi albanesi, fuggiti come poi ammesso dalla stessa magistratura e media di Pristina in gran parte per il timore dei bombardamenti e di quel che sarebbe accaduto a seguito della scelta di guerra occidentale, sono tutti tornati a casa. E' però cominciata nel terrore la nuova pulizia etnica dei miliziani dell'alleato Uck, ex Uck, e delle popolazioni albanesi, contro serbi, rom, goranji, ebrei. Sotto gli occhi 'vigili' della Nato e dell'Unmik si è consumato un crimine nel silenzio del mondo: dall'ingresso delle truppe Nato a oggi, 200.000 serbi sono fuggiti e altrettanti rom, 1194 serbi e 593 membri di altre minoranze sono stati uccisi, 1300 persone - tra cui albanesi considerati moderati - sono desaparecidos, 1400 le persone invalidate per avere subito aggressioni. Eppure negli accordi di Kumanovo il ritiro delle truppe di Belgrado era condizionato alla protezione delle minoranze, e a patto che dopo sei anni, alla fine dell'Amministrazione Unmik, la regione sarebbe tornata sotto amministrazione serba.
Resta sospesa una domanda: quella guerra, motivata allora da D'Alema «per salvare i profughi e fermare la pulizia etnica di Milosevic», non aveva invece lo scopo di separare con un'avventura bellica un territorio costitutivo dell'integrità territoriale e dell'identità di un popolo e di un paese, la Serbia? A questa intenzione sciagurata fa pensare ora la soluzione dell'indipendenza. Ed è bene riconoscerlo. Perché sarebbe davvero un precedente, tornerebbe «utile» dal Medio Oriente al Kurdistan turco, fino al Caucaso e non solo.
Ma non è necessario andare così lontano, visto che sempre nei Balcani a poche centinaia di chilometri dal Kosovo, nella Bosnia Erzegovina (suddivisa in due entità statali, Federazione croato-musulmana e Repubblica Srpska dagli accordi di Dayton del '95) la comunità internazionale sta avviando di fatto la cancellazione dell'entità serba, perché ci deve essere una sola Bosnia Erzegovina, sostiene l'attuale Alto commissario tedesco Swarz -Shilling, esattamente come il precedente Paddy Ashdown. Non parliamo nemmeno delle tensioni della croata Erzegovina a staccarsi. Ma ora i serbi cominciano a rispondere e chiedono l'indipendenza con il leader Milorad Dodik, il meno nazionalista che ci sia mai stato in quella terra martoriata, apprezzato per la sua moderazione perfino dal Tribunale dell'Aja e perdipiù nemico giurato del ricercato Radovan Karadzic. E' il segno che i serbi non ne possono più di essere «brutti, sporchi e cattivi», considerati troppo spesso come unici responsabili della mattanza balcanica di questi anni. E soprattutto, se D'Alema avverte davvero il pericolo che può venire dal continuo «isolamento della Serbia», com'è possibile accettare due pesi e due misure: favorire, magari in modo graduale, un' indipendenza etnicain Kosovo e negarla ai serbi in Bosnia?
Se D'Alema rispondesse a queste domande saremmo tutti più consapevoli non solo del ruolo del nuovo governo di centrosinistra in politica estera, ma dell'intero destino del sud-est europeo.

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