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Intervista

Cacciari: «Allarme per il Kosovo»

«Il fallimento dell'Unesco è un segnale per tutti noi»
28 ottobre 2006 - Tommaso Di Francesco
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Sul grave allarme lanciato dall'Unesco ieri con una disperata dichiarazione di fallimento e impotenza nei riguardi della promessa «protezione del patrimonio artistico e culturale del Kosovo e Metohja», abbiamo rivolto alcune domande a Massimo Cacciari, sindaco di Venezia e da sempre impegnato nella difesa non solo dei siti ortodossi del Kosovo ma di ogni vestigia umana che rappresenti il legame storico tra i popoli contro ogni frattura innaturale e guerra.

Ieri il direttore dell'Unesco, Koichiro Matsuura, ha dichiarato: «Abbiamo fallito, non abbiamo saputo proteggere i siti ortodossi del Kosovo, le buone intenzioni non si sono trasformete in progetti nonostante la nostra conferenza di Parigi del maggio 2005, i team di esperti, le liste di monumenti e opere da ricostruire, i fondi mai usati...». Come giudica questo annuncio allarmante fatto per la prima volta da un organismo così rilevante?
Sono davvero preoccupato. Non ho notizie recenti sulla situazione in Kosovo, le ultime notizie che ho risalgono a qualche mese fa, quando si è tenuto a Venezia un convegno anche con filmati-reportage del giornalista veneziano, Maurizio Crovato. Mi sembrava, anche dalle sue testimonianze - certo di prima dell'estate - che ci fosse un impegno per la protezione di quei siti, che ci fossero soldati, soprattutto italiani, impegnati nella salvaguardia dei monumenti. Il tutto era abbastanza rassicurante.

L'Unesco, con la dichiarazione di fallimento, lancia un grido d'allarme, significativamente a pochi giorni dal nuovo appello che dal monastero di Decani invia Padre Teodosjie sul rischio che, senza vigilanza,, tutto il patrimonio ortodosso venga devastato. Ricordiamo che dal giugno 1999, con l'ingresso delle truppe Nato, sono stati distrutti ben 150 monasteri e chiese.
Certo, c'era la sicurezza dei monasteri soltanto perché c'è la presenza abbastanza continua e forte di truppe armate, non perché il clima fosse migliorato o altro. Un impegno dei militari che però all'inizio non c'era stato assolutamente. Tutti ignoravano l'importanza di quel patrimonio e quindi le distruzioni più gravi e irreversibili ci sono state in precedenza. E dopo, grazie all'allarme che si è lanciato, soprattutto qui in Italia, qualcosa si è fatto. Certo non era una situazione tranquilla, nel senso che non c'erano più minacce esplicite, ma restava uno spiegamento importante di forze intorno a monasteri e chiese. Se adesso la protezione si è allentata o rischia di allentarsi, non c'è dubbio che torneranno gli assalti. Tra l'altro fra due giorni faremo proprio qui a Venezia, di nuovo con l'organizzazione Salvaimonasteri e l'impegno del comune di Venezia, un altro convegno-conferenza per denunciare la sorte analoga in Iraq del patrimonio monumentale ed architettonico artistico cristiano. Non siamo in presenza di vestigia assolutamente straordinarie come in Kosovo, però alcune sono testimonianze molto rilevanti della cristianità orientale.

Lei ha spesso definito l'arte dei monasteri ortodossi come un anello decisivo per la comprensione della stessa cultura occidentale. In che senso?Nel senso che le correnti architettonico-artistiche dei Balcani sono state per secoli, proprio dal punto di vista formale e stilistico, il ponte tra Occidente e Bisanzio. Quindi è una testimonianza decisiva anche della continuità del tessuto culturale artistico-architettonico europeo nel senso più lato del termine. Se queste testimonianze dovessero scomparire ci sarebbe anche un effetto immediato, si avrebbe una rottura che non c'era, improvvisamente ci sarebbe una frattura netta tra un mondo ormai orientale le cui testimonianze sono state assorbite all'interno della tradizione culturale figurativa islamica e dall'altra parte l'Europa: cioè mancherebbe la testimonianza dal punto di vista culturale artistico e anche simbolico della continuità del tessuto tra Europa occidentale e Medio Oriente.

C'è un' icona eccezionale nella chiesa ortodossa, l'Anastasis, la «salvezza». Se entrasse in pericolo, simbolicamente confermerebbe solo la guerra...Ma è chiaro che il valore simbolico di queste distruzioni è evidentissimo: è cancellare il fatto storico d'importanza immensa per la ricostruzione della cultura, dell'identità delle radici europee che i Balcani sono stati. Cioè un'area di scambio e di relazione culturale e non soltanto di guerra e di massacro. E a quel punto i Balcani, perdute queste testimonianze, non sarebbero altro che una terra di nessuno che segna solo un confine invalicabile. E guarda che cose analoghe possono avvenire anche in Siria, in Iraq, in Iran, dove le testimonianze di questa continuità, di questo tessuto mediterraneo che, anche attraverso guerre, conflitti e violenza più efferata, ha però continuato per secoli a connettere tutta l'area dei paesi intorno al Mediterraneo, dall'Europa fino, non solo al Medio Oriente, ma all'Iraq e all'Iran. E la distruzione di queste testimonianze implicherebbe davvero peggio che lo scontro fra civiltà: la divisione fra civiltà.

Sarebbe il simbolo che ha vinto lo scontro e la divisione...
Che ha vinto lo scontro, ma lo scontro che produce divisione e basta! Gli scontri ci sono sempre stati nel passato ma non hanno mai prodotto queste lacerazione, queste divisioni. Qui, invece, la divisione di queste testimonianze porterebbe all'assoluta separatezza. Se tu vai in Siria, in Iran, in Iraq e non trovi più nulla che ti riporti alla tua origine. E, mutatis mutandis, è stato quello che in alcune aree europee è stato fatto quando sono stati cacciati i mori, la stessa cosa che si è cercata di fare in Spagna, che si è cercato di fare in Sicilia ecc. ecc. La distruzione di questa presenza per dire «qui loro non ci sono mai stati».

Insomma questa dichiarazione di fallimento dell'Unesco riguarda direttamente anche noi?Il fatto è che non è semplicemente la distruzione di un monumento, come fosse - per quanto grave e tragico - se domani dovesse cadere il cupolone del Brunelleschi a Firenze o San Marco a Venezia. Qui è un'altra cosa: non è la distruzione del monumento, ma un atto politico e culturale di importanza immensa perché nelle prossime generazioni l'inesistenza di queste testimonianze vorrà dire dimenticare la continuità del tessuto storico culturale e artistico tra queste regioni, che ha attraversato anche attraverso i conflitti più duri.

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