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Politkovskaja - parla Mauro Palma, vicepresidente del Comitato europeo antitortura: «Obbligatorie indagini indipendenti»

Torture in Cecenia: «Il caso non è chiuso»

Il «Cpt» di Strasburgo è l'unico organismo internazionale a vigilare ancora oggi sui diritti umani nella Repubblica caucasica: «Per ottenere risultati è decisiva l'attenzione internazionale». E l'Italia può fare di più
3 novembre 2006 - Matteo Bartocci
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

L'omicidio della giornalista russa Anna Politkovskaia ha riportato in primo piano almeno in Occidente la «questione cecena». Mauro Palma, vicepresidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt), è il capo delegazione dell'unico organismo internazionale che ancora oggi effettua ispezioni continue in quella regione del Caucaso.

Professor Palma, sia l'attuale presidenza dell'Ue sia l'europarlamento hanno duramente stigmatizzato l'assassinio di una giornalista così coraggiosa e si sono impegnati a controllare le indagini giudiziarie sul suo omicidio. Qual è la posizione del comitato?
Le indagini faranno luce, mi auguro, su quella morte. Tuttavia è già di per sé allarmante quanto riportato dalla stampa e dal comunicato del consiglio dei governi europei: Anna Politkovskaia stava lavorando su recenti casi di abusi in Cecenia ed era in possesso di video e fotografie inedite. Questo obbliga l'Europa a riconoscere che esiste ancora oggi un «problema ceceno» e a richiedere indagini indipendenti anche su quei casi.

La reale situazione in Cecenia va avanti indisturbata anche per la scarsa pressione internazionale?
Dall'87 l'Europa ha a disposizione uno strumento molto potente come la convenzione per la prevenzione della tortura che permette al nostro comitato di accedere senza condizioni a ogni luogo di privazione della libertà, di intervistare liberamente i detenuti, verificarne la documentazione e di emettere raccomandazioni vincolanti per le autorità. Il contrappeso di tali poteri è però la riservatezza: solo i governi possono rendere noto ciò che li riguarda. Proprio per questo però, e per aumentare l'efficacia del controllo che facciamo, sono assolutamente decisive sia la pressione diplomatica che un'attenzione partecipe dell'opinione pubblica.

Per l'opinione pubblica però la Cecenia sembra una guerra del passato. Il Cpt ha visitato il paese una volta nel 2004 e due volte quest'anno. Perché questa accelerazione nelle ispezioni?
Il Cpt non ha mai smesso di seguire con attenzione il caso ceceno. Quest'anno ci siamo stati a maggio e ritornati a settembre per verificare alcune situazioni riscontrate nella prima visita. In particolare, c'era stato un incidente che ha avuto una qualche eco anche sulla stampa internazionale. Alla nostra delegazione, regolarmente scortata dalle forze federali russe, era stato negato l'accesso a Tsentoroy (un villaggio a due ore da Grozny, ndr) da persone armate che si sono qualificate come membri della guardia presidenziale, formalmente disciolta. Per questo motivo abbiamo deciso di interrompere immediatamente la visita: era evidente che le autorità russe non garantivano l'accesso illimitato nel territorio della Repubblica.

Quel tipo di milizie risponde direttamente al giovane primo ministro ceceno Ramzan Kadyrov, il figlio del presidente assassinato nel 2004, uomo ben visto a Mosca e considerato l'uomo forte a Grozny. Controllano buona parte del paese e sono indicate come responsabili di molti degli abusi denunciati dalle Ong. Perché volevate entrare proprio in quel villaggio?
Tsentoroy è il villaggio natale della famiglia Kadyrov. C'erano molti elementi che facevano sospettare l'esistenza di luoghi non ufficiali di detenzione. E' una località citata in molti rapporti e molte persone hanno denunciato pubblicamente di esservi state detenute e in alcuni casi anche torturate. Investigare su questi casi è un compito istituzionale del nostro comitato.

Un compito interrotto improvvisamente in quell'occasione. Non è un fatto eccezionale in un contesto diplomatico come il vostro?
Assolutamente inedito e molto grave. Si è risolto solo per l'intervento diretto del presidente della Repubblica cecena Alu Alkhanov che ha personalmente garantito per la nostra delegazione. Purtroppo però abbiamo potuto visitare i luoghi che ci interessavano solo 24 ore dopo.

Anche per questo a settembre siete tornati a Tsentoroy?
Ovviamente non solo lì. Per la prima volta tra l'altro siamo entrati in una base militare alla periferia di Gudermes. Luoghi simili, e con quella fama, richiedono una verifica continua. Inoltre uno degli scopi della visita di settembre è stato quello di ottenere informazioni dettagliate sulle inchieste che l'autorità giudiziaria sta conducendo sulle molte denunce di maltrattamento e tortura da parte di persone detenute.

Come procedono le indagini?
Il compito del Cpt, in Cecenia come in ogni altro paese europeo, è stabilire se le indagini sono realmente indipendenti, se accertano i fatti in tempi brevi e sanzionano adeguatamente i responsabili. Quando sono coinvolte forze dell'ordine sospettate di abusi fino alla tortura su persone detenute, ogni eventuale messaggio di impunità è di per sé un elemento che riproduce e amplifica tale pratica. Evitare che tale messaggio sia anche implicitamente inviato è un elemento centrale della nostra funzione. Le nostre valutazioni faranno parte del rapporto «confidenziale» che invieremo alle autorità di Mosca.

Perché tutti e sette i rapporti europei sulla Cecenia sono tuttora coperti da segreto?
Perché le autorità russe non hanno mai autorizzato la loro pubblicazione. Tuttavia almeno qualcosa è pubblico. Per ben due volte negli ultimi anni il Cpt ha definito l'atteggiamento della Russia come un rifiuto a collaborare. E ha quindi esercitato il suo potere eccezionale di rompere la clausola di riservatezza emettendo due allarmati «public statement». Entrambi riguardano la tortura in Cecenia.

Anche l'Onu incontra difficoltà a vedere da vicino cosa accade in quella regione.
Il «rapporteur» delle Nazioni unite sulla tortura, Manfred Nowak, nel luglio scorso aveva comunicato a Mosca di voler visitare la Repubblica, dove intendeva avere accesso alle prigioni e intervistare in privato i detenuti. Alla vigilia della visita, ai primi di ottobre, le autorità russe hanno respinto la richiesta perché in contrasto con le loro leggi. Nowak per ora è stato costretto a rinunciarvi: sempre meno occhi internazionali hanno la possibilità di uno sguardo da vicino.

Il ministro degli esteri Massimo D'Alema non ha nascosto il suo imbarazzo durante l'ultimo G8 a San Pietroburgo, quando la Russia ha liquidato la questione cecena in pochi secondi. L'Occidente dunque è impotente?Personalmente ritengo che l'attuale afasia europea sulla Cecenia sia legata anche a forti interessi economici e non sia solo il frutto di un'errata convinzione che la situazione lì si sia «normalizzata». E' però certamente dovuta anche all'imbarazzo che, dopo Guantanamo e Abu Ghraib, ha l'Occidente oggi rispetto a temi come la tortura, i luoghi illegali di detenzione o le «rendition». In molti paesi è purtroppo riemerso un preoccupante dibattito che cerca di legittimare pratiche contrarie a principi di minima civiltà giuridica. Quando anche un quotidiano come il Corriere della sera arriva a discutere sulla possibilità di «regolamentare» la tortura si hanno ben poche carte da spendere sui tavoli internazionali. Concordo con l'imbarazzo di D'Alema.

L'Italia in effetti non ha tutte le carte in regola. Penso all'assenza del reato di tortura nel codice penale, alla mancata ratifica del protocollo opzionale Onu o alla vicenda di Genova.
Le notizie di ogni giorno purtroppo confermano che la tortura è ben lontana dall'essere debellata. Non solo: se prima era sempre ufficialmente negata ora si cerca di accoglierla almeno nelle sue forme «minori» come risorsa disponibile nella «lotta al terrorismo internazionale». Per questo gli scivolamenti del dibattito «culturale» sono per me preoccupanti tanto quanto gli episodi riportati. Mi auguro che questo parlamento approvi a breve l'introduzione del reato di tortura, in sospeso ormai da vent'anni. Con gli strumenti esistenti i dubbi sull'effettività delle sanzioni a carico di chi maltratta persone private della libertà sono legittimi. Il caso delle violenze nel carcere di Sassari insegna: attendo con ansia la fine dei processi di Genova per essere smentito. Per gli stessi motivi penso che il governo debba rapidamente ratificare quel protocollo opzionale che permetterà al comitato dell'Onu di avere i nostri stessi poteri. Un paese come l'Italia non può attendere oltre: già 14 stati europei l'hanno fatto. Arrivare quindicesimi sui diritti umani non è buon risultato.

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