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L'impero romano sta crollando, e allora si rivolge all'Iran ed alla Siria

19 dicembre 2006 - Robert Fisk
Fonte: The Independent e www.zmag.org - 07 dicembre 2006

L’Impero Romano sta crollando. Questo, in una sola frase, è quello che la Relazione Baker dice. Le legioni non sono in grado di imporre il loro potere sulla Mesopotamia.

Proprio come Crasso perse le insegne delle sue legioni nel deserto della Siria-Iraq, così anche Bush ha perso. Non c’è però nessun Marco Antonio per riscattare l’onore dell’impero. La politica adottata “non funziona”. “Crollo” e “catastrofe”, parole che si sentirono nel Senato Romano molte volte all’epoca, erano embedded, inserite, nel testo della Relazione Baker. Tu quoque, James? (James Baker, ndt.)

Questo è anche il linguaggio usato dal Mondo Arabo, da sempre in attesa del crollo dell’impero, della distruzione di quel tranquillo Mondo Occidentale che lo ha rifornito di soldi, armi e appoggio politico.

Prima gli arabi si sono fidati dell’Impero Britannico e di Winston Churchill, e poi si sono fidati dell’Impero Americano, di Franklin Delano Roosevelt e delle amministrazioni Truman e Eisenhower e di tutti gli altri uomini che avrebbero dato fucili agli israeliani e miliardi agli arabi: Nixon, Carter, Clinton, Bush…

E ora si sentono dire che gli americani non stanno vincendo la guerra, ma la stanno perdendo. Se tu fossi un arabo, cosa faresti?
State certi, a Washington questa domanda non se la pongono. Il Medio Oriente, così fondamentale (a quanto pare) nella “guerra al terrore”, di per sé un mito, non interessa veramente alla Casa Bianca.
E’ un distretto, una cartina geografica, una regione, del tutto amorfa, così come l’escalation della “crisi” inventata dall’amministrazione Clinton quando voleva stanziare le sue truppe in Somalia.

Come uscirne, come salvare la faccia, questa è la vera questione. Al diavolo insieme alla gente che vive là: gli arabi, gli iracheni, gli uomini, le donne e i bambini che noi uccidiamo, e che gli iracheni uccidono, ogni giorno. Notate come i nostri “portavoce” in Afghanistan ora ammettono l’uccisione di una donna e dei suoi bambini da parte dei raid aerei della Nato, come se fosse del tutto normale massacrare questi innocenti solo perché siamo in guerra con i terribili Talebani.

Parte di questo stesso atteggiamento mentale è arrivato anche a Baghdad, dove i portavoce della “coalizione”, di tanto in tanto, di fronte alle prove filmate ammettono che anche loro uccidono donne e bambini nella guerra contro il “terrore”. Ma sono le dichiarazioni di impotenza che condannano gli imperi. “La capacità degli Stati Uniti di influenzare gli eventi in Iraq sta diminuendo”. C’è il rischio di uno “scivolamento nel caos [tale che] potrebbe innescare il crollo del governo iracheno e una catastrofe umanitaria.”

Ma non è già successo? “Crollo” e “catastrofe” sono presenti ogni giorno in Iraq. La capacità dell’America “di influenzare gli eventi” è assente da anni. E rileggiamo anche questa frase: “La violenza è in aumento sia nei suoi obiettivi che nei livelli di mortalità. La violenza è alimentata da una rivolta arabo-sunnita, dalle milizie sciite [Shia], le squadre della morte, al-Qa’ida e criminalità diffusa. Il conflitto tra sette è la principale minaccia alla stabilità.”

Di nuovo? Dov’era questa “criminalità diffusa”, questo “conflitto tra sette” quando Saddam, il nostro criminale di guerra preferito, era al potere? Cosa pensano gli iracheni di questo? Ed è tipico che i media americani siano andati subito a sentire l’opinione di Bush sulla Relazione Baker, piuttosto che la reazione degli iracheni, cioè delle vere vittime di questa tragedia auto-indotta da noi stessi in Mesopotamia.

Apprezzeranno l’idea che le truppe americane debbano essere 'embedded', inserite, tra le forze irachene - eppure non troppo tempo fa era la stampa a dover essere embedded con gli americani! – come se i Romani fossero stati pronti a mettere le loro legioni in mezzo ai Goti, Ostrogoti e Visigoti per assicurarsi la loro lealtà.

Ciò che i Romani in realtà fecero, naturalmente, e che gli americani invece non farebbero mai, è offrire ai loro sudditi la cittadinanza romana. Tutte le tribù, in Gallia, Bitinia o Mesopotamia, che caddero sotto il dominio romano, divennero cittadini di Roma. Cosa avrebbe potuto fare Washington con l’Iraq se avesse offerto la cittadinanza americana a tutti gli iracheni? Non ci sarebbe stata insurrezione, violenza, collasso o catastrofe, non ci sarebbe stata una Relazione Baker. Ma no. Noi volevamo dare a questi popoli i frutti della nostra civiltà, non la civiltà stessa. Da questa, loro erano banditi.

E il risultato? Ci aspettiamo che le nazioni che si suppone odiassimo, Iran e Siria, ci salvino da noi stessi. “Data la capacità [sic] di Iran e Siria di influenzare gli eventi e il loro interesse nell’evitare il caos in Iraq, gli Stati Uniti dovrebbero tentare di coinvolgerli [sic] costruttivamente.”
Amo queste parole. Specialmente “coinvolgerli”. Sì, “l’influenza dell’America” sta diminuendo. L’influenza di Siria e Iran sta crescendo. Questa è la vera sintesi della “guerra al terrore”. Nessun commento ancora, mi chiedo, da Lord Blair di Kut al-Amara?

Le strategie

Il gruppo Baker ha preso in considerazione quattro opzioni, tutte respinte:

Cut And Run – Tagliare la corda e Ritirarsi

Baker ritiene che questo causerebbe un disastro umanitario, mentre al-Qa’ida si espanderebbe ulteriormente.

Stay the Course – Perseverare nell’operazione

Baker ammette che l’attuale politica Usa non funziona. Quasi 100 americani muoiono ogni mese. Gli Usa stanno spendendo 2 miliardi di dollari alla settimana e hanno perso l’appoggio dell’opinione pubblica.

Send in More Troops – Mandare altre Truppe

L’aumento delle truppe Usa non risolverebbe le cause della violenza in Iraq. La violenza semplicemente si riacutizzerebbe non appena le forze Usa si spostassero.

Regional Devolution – Devolution Regionale

Se il paese si separasse nelle sue regioni Shiite, Sunnite e Kurde, questo porterebbe a pulizie etniche e spostamenti in massa della popolazione.
Baker delinea anche una quinta opzione – ‘responsible transition’, transizione responsabile – in base alla quale il numero delle forze Usa potrebbe essere aumentato per rafforzare l’esercito iracheno mentre si assume la responsabilità principale delle operazioni di combattimento. Le truppe Usa poi diminuirebbero lentamente.

Note:

Link al testo originale in inglese:
http://news.independent.co.uk/world/fisk/article2054595.ece

Tradotto da Paola Merciai per www.peacelink.it
Il testo e' liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la
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