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La politica-spettacolo è affondata in Iraq

Il disastro incontrato da Bush junior è anche il fallimento di un modo di intendere la politica che da diversi anni gli Stati uniti hanno esportato in tutto il mondo. Il manifesto incontra Marcus Raskin, uno dei protagonisti dei movimenti per la pace americani degli ultimi decenni
5 gennaio 2007
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Marcus Raskin è stato per quarant'anni un protagonista della politica e dei movimenti negli Stati uniti. Esperto di disarmo alla Casa bianca con Kennedy, poi fondatore dell'Institute for Policy Studies, il think tank progressista di Washington, sotto processo per istigazione alla renitenza alla leva durante la guerra del Vietnam, poi presidente del Sane Freeze, la principale organizzazione pacifista Usa, professore alla George Washington University e autore di libri importanti come «The common good», «Liberalism», «In democracy's shadow. The secret world of national security», «The four freedoms» (appena uscito negli Usa). Ha scritto la prefazione di «Guerra SpA» (Città Aperta Edizioni, 2006), il libro postumo di Seymour Melman sull'intreccio tra militarismo ed economia, che è venuto a presentare in Italia nei giorni scorsi, partecipando ad incontri al Senato a Roma, alla Regione Toscana a Firenze e alla Fondazione Feltrinelli di Milano. In questo forum al manifesto gli abbiamo chiesto di parlare di politica e movimenti, negli Stati uniti e fuori.
Negli Stati Uniti la politica assume sempre più le forme dello spettacolo. E' questo il futuro della politica?
Possiamo dire che negli ultimi anni si è affermato il «politainment», un rituale e una forma di comunicazione che unisce politica ed entertainment. La politica si è gradualmente svuotata dei suoi contenuti, laddove prima era una «vocazione» ora è un mestiere. Il politico è diventato un prodotto, da vendere come un oggetto qualsiasi. Gli uomini politici durante le campagne elettorali appaiono sempre più accanto a celebrità del mondo dello spettacolo, come a voler dimostrare l'affinità che hanno con una certa cultura di massa. I politici sono sempre più lontani dai partiti, e i partiti rispecchiano sempre meno la società. Dopo l'undici settembre, negli Stati uniti si è assistito a un attaccamento ai simboli del paese, prima fra tutti la bandiera americana: ora quasi tutti i politici di destra indossano una spilletta a stelle e strisce, che era comparsa per la prima volta sulla giacca di Nixon. Il politainment è, tra le modalità di comunicazione, la più vuota. Alle persone non viene chiesto di pensare, di esprimere valori e interessi: esse vengono mobilitate dall'una o dall'altra parte attraverso un evento, per esempio la presenza di un attore a un comizio elettorale. La politica ormai si fa soprattutto in televisione, è svuotata dei suoi contenuti e in tv si vedono spezzoni di informazione, con esponenti della «chattering class», politici ed esperti dei dibattiti televisivi, che ripetono giudizi in pillole che non vanno mai oltre il senso comune, attentissimi a non scontentare nessuno.
Qual è il ruolo di consulenti e sondaggisti?
Negli ultimi venticinque anni abbiamo assistito a una professionalizzazione della politica. Si sono perse la passione e la partecipazione ed è nata invece la classe dei «political consultants», persone pagate per vincere le campagne elettorali, gestire l'organizzazione del consenso. Nelle università sono fioriti corsi di «political management», che insegnano come effettuare sondaggi, come diffondere messaggi attraverso la tv, come trovare finanziamenti per una campagna. Sono i più giovani a dedicarsi a questa carriera, alcuni diventano «campaign junkies» - drogati dal ritmo serrato delle campagne elettorali, lavorano fino a venti ore al giorno per sei mesi. Ci sono consulenti democratici e repubblicani, ma sono molto legati tra loro, spesso sono intercambiabili. E' un grande business. I politici passano almeno un quinto del loro tempo a raccogliere finanziamenti, dagli elettori, dai ricchi, dalle imprese per le proprie campagne elettorali. Diciamo che un parlamentare raccoglie due milioni di dollari affidandosi ai consulenti, che si prendono il 15 per cento e spendono buona parte del resto in pubblicità televisiva. E quali sono i messaggi che si trasmettono? Quelli definiti dai sondaggisti, i pollsters, sulla base di due criteri: come puoi riassumere il tuo messaggio in poche semplici parole? E come puoi agganciarti alle preoccupazioni della gente? Jacob Burkhardt, lo storico, diceva che il ventesimo secolo è stato il secolo degli slogan, della «semplificazione». Il consulente deve manipolare il grande pubblico attraverso questi strumenti: nient'altro che un Machiavelli aggiornato.
E quali sono le preoccupazioni della gente negli Stati uniti di oggi?
Essenzialmente, l'idea di fare una «pace separata» col sistema: non c'è nulla che io possa cambiare con la politica, non mi posso esprimere, né organizzarmi per cambiare le cose, quello che posso fare è occuparmi della mia famiglia, delle persone che conosco. E ne nasce la passività che è tipica delle società postindustriali. Ma ci sono ogni tanto dei sussulti, cresce l'opposizione alla guerra in Iraq, molte celebrità dichiarano apertamente la loro opposizione. Noi all'Institute for Policy Studies abbiamo lavorato molto e messo insieme una rete di 400 città i cui consigli comunali si sono schierati contro la guerra. Il fatto nuovo è che oggi Bush non è più considerato una persona «seria», è diventato un oggetto di scherno. Così, le elezioni di medio termine del novembre scorso hanno mostrato i limiti del politainment; hanno mostrato che la gente può agire, attraverso il voto e iniziative dal basso, e avere un qualche impatto - ma fino a un certo punto: la struttura dello stato e il sistema delle grandi imprese restano intoccabili.
Come sta cambiando la politica del governo Usa in Iraq?
Ci sono due posizioni. Una è l'«imperialismo prudente» di Bush padre, costruito ai tempi della guerra fredda, l'altra è il «nazionalismo trionfante» di Bush figlio, con l'interventismo miltare in Afghanistan e Iraq. L'imperialismo prudente si fonda sul presupposto che gli Stati uniti sono la maggiore potenza mondiale e usano buona parte delle risorse del mondo; gli americani non pensano sia praticabile uno stile di vita alternativo e proteggono questo privilegio attraverso una guerra permanente - gli Usa spendono più di 650 miliardi di dollari l'anno per le attività militari. E' questo l'obiettivo americano, ma anche altri paesi si aspettano questo dagli Usa. Negli ultimi mesi c'è stato un tentativo di unire queste due posizioni, di Bush padre e Bush figlio. Non è sbagliato pensare a Shakespeare in questo caso: ritroviamo qui lotte familiari, potenti personaggi femminili molto forti - la signora Bush come Lady Macbeth - problemi non completamente superati, come quello dell'alcolismo.
Il rapporto Baker sull'Iraq è un compromesso tra queste due posizioni?
Esattamente. Il rapporto da una parte ribadisce che non si va via dall'Iraq, dall'altra rassicura la gente dicendo che si troverà un modo diverso di gestire il conflitto, un modo più «prudente», ad esempio quello di parlare con Siria e Iran. Tra l'altro è interessante che non ci fosse alcun ebreo tra i membri della commissione Baker-Hamilton: questo è un dato nuovo. E comunque gli Stati uniti non se ne vanno quasi mai dalle loro guerre. Hanno combattuto in Germania e Giappone, e le truppe Usa sono ancora là. Nel 1897 abbiamo combattuto una guerra nelle Filippine con 5000 morti americani, e siamo ancora presenti anche là. A tempi del Vietnam, nel 1967-68 c'erano milioni di persone che dimostravano contro la guerra negli Usa, ma siamo rimasti a combattere fino al 1975.
Ma alla fine della guerra in Vietnam gli Stati Uniti hanno lasciato il paese ai Vietcong. In Iraq non c'è un vincitore, ma solo un perdente. Come si esce da una situazione del genere?
Vincitori e perdenti... Oggi le strade di Ho Chi Minh City sono piene di cartelloni pubblicitari americani. Mi chiedo che cosa penserà, quando li vede, il vietnamita che magari ha perso una gamba durante la guerra? Una delle cose più straordinarie delle guerre è quanto siano stupide. Che cos'è che gli Stati uniti perdono riducendo la loro presenza militare in Iraq, come propone il rapporto Baker? Riescono a togliere la guerra dalle prime pagine dei giornali, avremmo un paio di vittime americane al mese, con notizie nelle pagine interne, mentre le varie fazioni irachene continuano a uccidersi a vicenda. La gente negli Usa non se ne accorgerebbe nemmeno. Un altro scenario è un ulteriore peggioramento della situazione in Iraq, l'intervento di altri paesi, una minaccia più diretta ai flussi di petrolio. In entrambi i casi il ruolo che possono avere i movimenti contro la guerra nell'influenzare gli esiti della guerra in Iraq è modesto. Quello che è necessario negli Stati uniti è un nuovo modello per la sicurezza internazionale, che rovesci la politica estera del «National Security State». E' urgente sviluppare una terza posizione: se non si cambia strada il declino del ruolo americano si compirà nel giro di qualche generazione.
Come è potuto avvenire il lungo silenzio dei media americani sul fallimento della guerra? Solo da sei mesi le notizie dei morti americani arrivano sulle prime pagine, ma i corpi delle vittime restano ancora invisibili. Perché?
C'è un accordo specifico tra media e governo per non mostrare i corpi. E poi non ci sono molti giornali come il manifesto negli Stati uniti... Quel che è cambiato negli ultimi tempi si deve ai movimenti, alle madri delle vittime come Cindy Sheenan; e ai generali. Durante la campagna del 2004 Wesley Clark definì l'Iraq «una guerra elettorale»: allora non era una guerra difensiva, ma un'aggressione. Poi c'è stato Anthony Zinni, e con lui altri generali, che denunciavano come la strategia di «Shock and awe» (frastorna e spaventa) in Iraq fosse un errore, e l'idea di fare una guerra di due mesi e poi andarsene senza programmi per il dopo una follia; di fronte a questo i media non hanno più potuto tacere. Le istituzioni della società americana che erano contro la guerra anche prima, ma stavano zitte, hanno iniziato a mostrare la loro opposizione. E ora ci sono 25mila feriti negli ospedali americani, che ogni giorno ci ricordano il fallimento della guerra in Iraq.

(a cura di Stefano De Cicco. Al forum hanno partecipato Marco d'Eramo, Stefano De Cicco, Marina Forti, Cinzia Gubbini, Angelo Mastrandrea, Mario Pianta, Benedetto Vecchi)

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