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Alieni in una terra aliena

L'Iraq visto attraverso la lente delle memorie dei soldati
31 gennaio 2007 - Stephen Soldz (Psicoanalosta, psicologo e ricercatore sulla salute pubblica, membro di facoltà alla Boston Graduate School of Psychoanalysis. Gestisce il sito 'Psychoanalysts for Peace and Justice' e il blog 'Psyche, Science, and Society'.)
Fonte: Counterpunch (www.counterpunch.org) - 23 gennaio 2007

Non molti anni fa, cinque forse, c'era un paese conosciuto come 'Iraq'. Quell'Iraq non esiste più. E' stato rimpiazzato da due Iraq. No, non sto parlando della Regione Autonoma Kurda, né del nascente staterello Sciita che probabilmente sta per essere creato nel sud, anche se antrambi possono essere considerati prodotti della rottura del paese precedente.
Sto invece parlando delle due zone in cui l'Iraq è diventato diviso, la Green Zone e la Red Zone. La Green Zone è la 'zona internazionale', la 'comunità protetta', o più appropriatamente, gli 'Stati Uniti d'Iraq'; è l'area in cui i vari aspiranti governanti dell'Iraq si sono raccolti dall'invasione di marzo-aprile 2003. L'amministrazione coloniale, chiamata Coalition Provisional Authority (CPA) ovvero autorità provvisoria della coalizione, aveva installato qui il suo quartier generale. Dopo il passaggio, nel giugno 2004, della 'sovranità' con ben poco potere ad un governo iracheno ad interim, con un primo ministro imposto agli ufficiali ONU nominalmente incaricati dagli Stati Uniti, il nuovo governo si era sistemato nella Green Zone. Anche l'attuale governo 'eletto', ma largamente privo di potere, dominato dagli Sciiti comanda da qui.
Per gli Americani che vi ci si trovano, la vita nella Green Zone somiglia a quella negli Stati Uniti, con appena un po' di sfumature esotiche a renderla interessante. I nightclub servono liquori, le donna fanno jogging in pantaloncini e fanno sport in costume, le feste in piscina a volte diventano selvagge. Ci sono McDonald e Burger King, anche se, come in molte città americane, si trovano anche kebab serviti da veri nativi, per i più coraggiosi.
Ai tempi del CPA, la Green Zone era un buon punto di passaggio nella carriera di chi sperava di farsi notare nel Partito repubblicano. Un paio di mesi lì aiutavano ad ottenere quell'ambito posto da PR una volta tornati negli States. Certo c'era qualche occasionale colpo di mortaio da affrntare, ma l'accenno di pericolo aiutava ad alleggerire la noia rappresentata, forse, dal pericolo più grande di far servizio nelle colonie.
E la Red Zone? E' il posto in cui vivono gli Iracheni non autorizzati ad avvicinarsi alle forze di occupazione. Il posto in cui la gente tira a campare in una situazione economicamente molto peggiore di prima dell'invasione. Nella Red Zone la gente muore a decine o centinaia di migliaia, per colpi di granata, sì, sia americani che iracheni, ma anche per piccoli crimini, malattie, mancanza di cure mediche basilari. Nella Red Zone l'acqua potabile è scarsa, l'elettricità c'è solo poche ore al giorno, se c'è, e i dottori sono sempre più rari, perché i pochi rimasti spesso fuggono verso la salvezza dell'esilio. E la noia, piaga della Green Zone, colpisce anche la Red Zone, dove milioni di donne e bambini, e sempre più anche uomini, hanno paura di fare un passo fuori di casa e la paura di assassini e rapimenti li rinchiude a lungo termine agli arresti domiciliari.
Nella Green Zone ogni tanto si vedono scontri tra gli ufficiali politici USA, con le loro fantasiose visioni di un Iraq occupato voglioso e capace di sottomettersi ad ogni richiesta degli occupanti, e gli ufficiali iracheni con le loro visioni di un'ascesa dello stato sciita. Nella Red Zone, invece, ci sono scontri quotidiani tra numerose milizie con svariati legami politici e governativi, alcuni etichettati come polizia, esercito, squadre speciali di uccisione e tortura del Ministero dell'Interno, altre conosciute come le milizie di vari partiti e organizzazioni politiche, altri ancora bollati come 'insorti', 'terroristi', 'jihadisti' o combattenti per la libertà', a seconda di chi fa la classificazione.
Mente l'Iraq è diviso in questi due mondi separatri e diseguali, ci sono alcuni che si muovono tra di essi, che attraversano i confini che separano i due spazi. Tra di essi ci sono i soldati USA, i 'grunts', su di cui grava il compito giornaliero dell'occupazione. A differenza di politici, burocrati e 'artisti dell'occupazione' a servizio delle imprese, che spesso possono fare il loro lavoro senza mai mettere piede nella Red Zone, questi soldati attraversano regolarmente il confine tra i due Iraq. Possono questi ambasciatori della libertà, e dell'occupazione, fare da ponte tra i due Iraq? Come interpretano la situazione che pesa loro addosso? Forse le esperienze di questi soldati possono gettare luce sui rapporti in evoluzione tra le due parti, rapporti così complessi che sfidano gli analisti che cercano di spiegare il pasticcio iracheno per chi è rimasto a casa.
Uno sguardo nelle esperienze dei soldati americani si trova occasionalmente nei resoconti dei reporter e nel torrente di memorie che scorre dai veterani che vogliono dispratamente raccontare la loro storia cercando, in qualche modo, di riadattarsi ad un paese che credevano di difendere e in cui invece non sembrano più trovarsi a proprio agio.
Ho esaminato tre esemplari di queste memorie - My War: Killing Time in Iraq [La mia guerra, ammazzando il tempo in Iraq] di Colby Buzzell; The Last True Story I'll Ever Tell: An Accidental Soldier's Account of the War in Iraq [L'ultima storia vera che racconterò: il resoconto della guerra in Iraq di un soldato per caso] di John Crawford; e Love My Rifle More Than You: Young and Female in the U.S. Army [Amo il mio fucile più di te: giovane e femmina nell'esercito USA] di Kayla Williams – per esaminare eserienze e vita interiore dei soldati USA in Iraq. Ognuno degli scritti e dei loro autori esprime una prospettiva diversa. Due degli autori,Buzzell e Williams, si sono arruolati nell'esercito, mentre Crawford è uno degli choccati membri della Guardia nazionale caduti vittima dell'uso senza precedenti della Guardia come luogo di reclutamento per una guerra che molti non consideravano degna di essere combattuta. Due di essi, Crawford e Williams, erano presenti durante l'invasione iniziale e hanno vissuti l'esperienza di essere accolti come liberatori almeno da parte della popolazione, mentre Buzzell è arrivato in Iraq nell'ottobre 2003, quando la guerra dopo la vittoria stava cominciando. E, ovviamente, due degli autori sono maschi, mentre Williams incarna parte della prospettiva unica delle donne soldato di oggi.
Per cominciare: come gli autori descrivono la propria motivazione a combattere in Iraq? Tre ragioni sono citate: lealtà verso i commilitoni, mantenere un impegno contrattuale (la propria parola), entusiasmo per il combattimento. Per tutti e tre, la lealtà verso i commilitoni è un fattore primario, anche se questa lealtà è accompagnata dal bisogno di dimostrare di essere duro come gli altri, anche fino al punto, nel caso di Williams, di rinunciare a cure mediche neccessarie soffrendo di dolori per mesi per paura di essere schierata più tardi e non essere a fianco dei suoi compagni. E' sempre Williams che dice: “Potrebbe non significare più molto dare la propria parola oggi, ma ciò non voleva dire che non avremmo mantenuto la nostra”.
Ma c'è un brivido nel combattere che attrae di per sé. Crawford racconta di uno 'spostato' nella sua unità, un uomo su cui “avevamo i nostri dubbi sul fatto che fosse un 'premi-grilletto' - se fosse capace o meno di sparare un colpo serio a qualcuno – mentre il resto di noi era venuto per vivere quel momento”. Questo brivido, quando si combina con i legami che uniscono il gruppo, può essere una forza iperenergizzante. Ad esempio Buzzell, dopo aver descritto il proprio ritorno a casa, ad un mondo in cui non si riadatterà mai, un mondo in cui pensa di diventare un veterano senza casa, dà un'idea dell'eccitazione libidinosa che lega i militi nel concludere così la propria storia:
“Ma anche dopo tutto questo, se mai dovessi ricevere una chiamata dal comandante del battaglione che dice che vorrebbe tutti quelli del Secondo plotone Compagnia 1/23 INF di nuovo insieme per andare a 'Punire chi se lo merita', per un ultimo colpo d'accetta là in Iraq, e che ci sarebbe di nuovo lui a guidarci, e tutti ci andassero, e avessero ancora bisogno di me come artigliere di M240 Bravo, prorabilmente gli direi: E' una buona idea capo, facciamolo.
Diavolo sì.”
Si nota l'assenza tra queste motivazioni di un interesse ad aiutare il popolo iracheno, o anche a rimouvere quei temuti WMD. In effetti, una delle caratteristiche di questi libri è che gli iracheni sono nel migliore dei casi attori marginali della storia, e si fa loro riferimento con termini come hajji, 'raghead' [teste di stracci], 'towelheads' [teste di carta igienica], 'camel jockeys' [portatori di cammelli] o 'fottuti locali'. Nessuno degli autori ha speso molta energia nel cercare di capire perhcé migliaia di iracheni rischiavano la proria vita combattendo le truppe USA nel loro pese. Nessuno dei tre libri anche solo menziona le divisioni che attraversano la scoietà irachenae che sono diventate la base per portare avanti una guerra civile. Nel leggerli non ho mai neanche trovato le parole Sunnita e Sciita. I Kurdi sono a malapena menzionati,e la tensione Arabi-Kurdi non appare.
Williams, in quanto linguista dell'esercito che aveva ricevuto un anno di lezioni di Arabo, aveva un notevole vantaggio sugli altri due autori; poteva effettivamente parlare con gli Iracheni. Ciononostante, la sua più grande opportunità di parlare con gli Iracheni è statoa quando ha passato del tempo sulle montagne vicino al confine con la Siria ed ha incontrato gli Yezidi, una mistoriosa setta religiosa di lingua kurda che, nonstante forti influenze islamiche, continuavano a dire a Williams, più e più volte: 'Siamo come gli Ebrei. E siamo come i Cristiani. Ma non siamo come i Musulmani. Noi amiamo gli American perché voi odiate i Musulmani'(p.184-185). Queste conversazioni hanno obbligato Williams a dire, senza successo, che gli Americani non odiano i Musulmani.
Forse perché arrivato in Iraq dopo diversi mesi di occupazione, dopo che già erano state costruite case per ospitare i soldati e dopo che l'insurrezione era iniziata, rendeno più pericoloso per gli Americani interagire in modo informale con gli Iracheni, Buzzell sostanzialmente non racconta interazioni con gli Iracheni oltre a quelli nella base che vendevano gingilli al ai negozi Hajji (p.150), o a quando ha letto la scritta 'Americani vaffanculo' su un muro (p170). Per lui “tutti i quartieri in Iraq sembrano uguali” (p.336). L'unico Iracheno con cui è riuscito a conversare è stato un degli interpreti iracheni della sua unità, “la prima persona irachena che parlasse l'inglese che sono riuscito a trovare” (p.330), che sosteneva fortemente l'invasione americana, vedeva considerevoli progressi durante l'occupazione e si opponeva alla resistenza. Quell'interprete è poi scomparso, o perché è stato minacciato di essere ucciso o perché è stato effettivamente ucciso.
Crawford dimostra il diffuso senso di alienazione dagli Iracheni quando descrive l'incontro con un cane che gli lecca la faccia: “Almeno uno in Iraq che era felice di vedermi” (p.43). Quando un Iracheno andò ad indicare agli Americani una casa degli insorti, la truppa secondo la sua descrizione regì così: “Non ho fatto caso all'informatore – nessuno l'ha fatto. Ho immaginato che ucciderlo sarebbe servito solo a diminuire la popolazione hajji di un'unità, quindi che si fottesse” (p.68).
In un altro punto Crawford riferisce una conversazione con uno dei suoi commilitoni a proposito degli Iracheni che bevono sugli argini del Tigri:
“'Sai che una volta c'erano squali toro nel nord del Tigri? Me l'ha detto Sellars. Ha appena letto un libro sui mangiatori di uomini. Poi è diventato troppo inquinato perché riuscissero a viverci. Peccato che ora non ce ne sono. Non sarebbe una figata? I fottuti Hajji che vengono mangiati'
'Si, darei un dollaro per vederlo'” (p.116-117).
Non sorprendentemente Crawford e i suoi compagni hanno perquisito quegli Iracheni per rubar loro la birra, apparentemente in quanto risentiti per il fatto che gli Iracheni potevano festeggiare e sentirsi a casa mentre i soldati sono alieni in questa terra.
In ogni caso per Crawford, e per Williams, c'era unaricerca, una fame di contatto con gli Iracheni, come c'era per alcuni Iracheni la voglia di raggiungerli. Dopo aver involontariamente salvato un bambino senza casa da dei bulli, Crawford ne ha fatto una mascotte, soprannominandolo 'Cum', che non voleva nient'altro che proteggere i suoi protettori americani. Grazie a Cum, Crawford ha incontrato leena, una ex-studentessa universitaria che parla inglese, costretta ad abbandonare gli studi a causa dei pericoli dell'Iraq dopo la guerra. La nonna di leena apparentemente tentava di organizzare un matrimonio. Certo Crawford, già sposato, non era propenso ad accettare la proposta, ma ci fu una forte spinta perché lui trovava la compagnia di Leena molto godibile, d'aiuto per distrarsi dalla vita in un ambiente alieno: “Era come essere a casa, anche se solo per brevi momenti. Il suo sorriso era contagioso, e la sua risata per me aveva il suono dei fiori che crescono” (p.111).
Anche se il linguaggio dell'attrazione sessuale può essere universale, se si ignora il contesto culturale lo si fa a proprio rischio e pericolo. Il cugino di Leena, che non apprezzava il suo flirtare con Crawford, è intervenuto. In seguito, Crawford ha scoperto che la casa di Leena era stata bruciata; non ha più visto né Leena né Cum. Ha girato le spalle alla casa ed è tornato al lavoro. La natura problematica di questa relazione per Crawford emerge dai termini che ha usato per esprimere al suo sergente la sua preoccupazione per il destino di Leena e Cum, forse per difendersi: “So che sono solo hajjis, ma comunque, sa, è un po' colpa mia perché ho parlato con loro” (p.113).
Mentre questi occasionali tentativi di contatto erano contrastati, i soldati erano perlopiù assorbiti dal loro lavoro e profondamente combattuti a proposito dell'istituzione di cui facevano parte. Nonostante avessero un sacco di tempo libero, avevano ben poco tempo per riflettere veramente sul mondo in cui erano entrati. Parte del genio del servizio militare, per quello che si vede da queste memorie, è la sua struttura sadomasochistica che tiene i soldati costantemente distratti e incapaci di riflettere criticamente. Come una burocrazia autoritaria, ci sono le regole assurde, i dittatori meschini e le ribellioni quotidiane, Queste regole e le ribellioni che le accompagnano distolgono l'attenzione dalle strutture più ampie e dai contesti in cui i soldati si trovano ad agire. Le lotte perpetue sul ridicolo e l'assurdo distraggono dal soverchiante orrore della guerra e dell'occupazione.
Nella descrizione della preparazione al dispiegamento in Iraq, che avrebbe potuto rifiutare accettando l'offerta di un'operazione di fanteria, Williams scrive: “ FTA. Lo dicevamo tutto il tempo. Alcuni soldati hanno addirittura preso un coltellino e l'hanno scritto sulle loro sacche, o sugli elmetti, o sugli stivali. Fuck The Army [Fanculo all'esercito](p.63). 'Fanculo all'esercito', eppure servivano senza remore.
Il libro di Buzzell si bas sul blog che teneva mentre era in Iraq, un blog che irritava non poco le fanfare dell'esercito, pur ricevendo ogni tanto plausi surrettizi. Firmava i sui pezzi 'CBFTW' lasciando la chiara impressione che FTW significasse 'Fuck The War' [Fanculo alla guerra]. Gli interventi di Buzzell sul blog esprimevano l'eccitazione del combattimento, ma allo stesso tempo pungolavano l'esercito e le sue fanfare. Gli interventi diventavano più provocatori man mano che incontrava l'opposizione delle autorità militari. Ma, alla fine, è il blog di uno che ha accettato il ruolo del 'grunt' che si lamenta e si è ritrovato senza ruolo una volta ritornato.
La relazione sadomasochistica del soldato con il servizio militare permea i rapporti di questi soldati con gli Iracheni con cui sono venuti in contatto, quelli di cui a volte era bello pensare pensare che fossero collaborativi e con cui a volte valeva la pena di flirtare, ma che erano, alla fine, solo hajjis. Come Crawford riferisce, dopo che le truppe USA avevano colpito due che sollevavano uan macchina con il cric, uccidendone uno e involontariamente castrando il secondo, due medici scoprirono che l'uomo castrato si era sposato proprio quella sera. “Tornarono a letto per le poche ore di buoi rimaste, leggermente soddisfatti nel sapere che almeno per una notte qualcuno era più infelice di loro” (p.121).
Mentre la Green Zone diventava un microcosmo della vita americana moderna, con i suoi Burger King e i suoi nightclub, i soldati americani erano i rappresentanti delle forze di occupazione a cui non era concesso di restare relativamente al sicuro, dimentichi dei pericoli della Red Zone là fuori. Le varie basi militari a volte arrivavano a sembrare piccole Green Zone, ma i soldati che ci vivevano dovevano attraversare la barriera ed entrare nella Red Zone. Se gli autori di queste memorie sono un po' rappresentativi, un vero coinvolgimento nelle vite degli Iracheni che incontravano era sostanzialmente impossibile. Rimanevano alieni al paese quanto i funzionari politici che si adattavano a stare nella Green Zone mirando ad un avanzamento nel Partito repubblicano. Al di là delle giustificazioni per l'invasione e occupazione dell'Iraq, l'occupazione è stata condannata dalla sua incapacità di stabilire un vero contatto,e quindi di sviluppare una comprensione della vita della maggior parte degli Iracheni. Mancando del tutto la comprensione per il loro modo di vivere, l'unico modo di prendere contatto, reale o immaginario, era attraverso la morte.
Visti alla luce delle esperienze descritte in queste memorie, gli orrori di Haditha e gli altri massacri scoperti erano probabili, forse anche inevitabili, conseguenze dell'occupazione di un paese un tempo orgoglioso da parte di alieni per cui l'Iraq poteva rappresentare solo l'alterità, “non casa”, e per cui la gente di queste terra aliena sarebbero sempre rimasti 'hajjis'.

Note:

Articolo originale (inglese): http://www.counterpunch.org/soldz01232007.html
Tradotto da Chiara Rancati per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile per scopi non commerciali citando la fonte, l'autore e il traduttore.

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