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    Intervista a Brahim Gali, ambasciatore saharawi in Spagna

    Intervista dell' associazione Paz Ahora all' ambasciatore della Repubblica Araba Saharawi Democratica in Spagna.
    27 febbraio 2007 - Julio Rodríguez e Jaume d'Urgell

    Brahim Gali, ambasciatore della Repubblica Araba Saharawi Democratica in Spagna. Foto di Jaume d' Urgell.


    L' incontro ha avuto luogo a Madrid, davanti all' ambasciata del Marocco, durante una manifestazione di protesta contro la politica del governo spagnolo, rispetto ai crimini contro l' Umanità commessi dall' esercito alauita nei confronti della popolazione civile Saharawi.

    Julio Rodriguez: Può spiegarci, in linee generali, cosa può fare il Fronte Polisario in una situazione come questa?

    Brahim Gali: Sicuramente organizzare il movimento. Come questa manifestazione, organizzata, insieme al Coordinamento Statale delle Associazioni degli Amici del Popolo Saharawi e alla società civile, per solidarizzare con i prigionieri politici saharawi e , in particolar modo, con quelli tra loro che, dal 30 gennaio, stanno portando avanti uno sciopero della fame nella "carcel negra" di El Aaiùn, una trentina di persone in tutto.
    Denunciare le violazioni dei dirittti umani nei territori occupati. La violazione dei diritti più elementari della popolazione saharawi sotto l' occupazione marocchina.
    Chiedere con forza all' Onu ed alla comunità internazionale l' esercizio del diritto di autodeterminazione e denunciare la loro passività di fronte alle enormi sofferenze che il popolo Saharawi è costretto a subire da quel 14 novembre 1975.

    Noi stessi, e il movimento di solidarietà, approfittiamo di questa occasione per denunciare la vendita di armamenti al Marocco, il che consideriamo un atto gravissimo, ostile alla pace, ostile alle rivendicazioni del popolo Saharawi.

    E' un modo per riarmare l' esercito del Marocco che occupa illegalmente il territorio del Sahara Occidentale, nel disprezzo della legalità internazionale. Un atto che consideriamo irresponsabile e in forza del quale invitiamo la società spagnola, la società civile, di qualsiasi schieramento politico, a prendere posizione ed agire con urgenza per mettere fine alla vendita di armamenti al Marocco, in modo che queste armi non vengano utilizzate per sterminare i Saharawi, poiché fin dall' inizio, da quel 14 novembre 1975, l' obbietivo di questo paese è proprio quello di sterminare questo piccolo popolo. Un popolo pacifico che lotta per la propria esistenza, lotta per la democrazia, per un diritto che gli è internazionalmente riconosciuto, per avere la possibilità di scegliere il proprio futuro pacificamente, nella forma più democratica e più sentita: quella di un referendum di autodeterminazione.

    Perciò, penso che la vendita di armamenti e la firma degli accordi di pesca con il Marocco, violìno sistematicamente qualsiasi norma di Diritto Internazionale e che siano in realtà un modo per appoggiare la politica di espansionismo messa in atto dal governo marocchino.

    Julio Rodríguez: Per molti anni è sembrato che il conflitto del Sahara fosse circoscritto solo a Tindouf e, in ogni caso, alle zone liberate, dall' altra parte del muro. Ma da un po' di tempo avete cominciato a parlare di "Intifada Saharawi" e precisamente dal momento in cui, all' interno dei territori occupati, è nato un movimento popolare importante contro l' occupazione marocchina.

    Brahim Gali: Ne parliamo noi, ma ne parlano anche quei testimoni che sono riusciti ad entrare, e son pochi, nel territorio. E' un territorio totalmente isolato: non viene permesso l' accesso nè ai mezzi di informazione, nè ai politici o agli osservatori internazionali. In effetti, la rinuncia del Marocco a mettere in atto gli accordi stabiliti e l' indifferenza dimostrata dalla comunità internazionale, hanno costretto noi Saharawi a dover reagire. La reazione è partita dai territori occupati del Sahara Occidentale, dando vita ad una protesta, ad una ribellione - chiamatela pure "intifada", se volete - che denunciava la passività della comunità internazionale, rivendicando l' esercizio di un diritto riconosciuto universalmente, come attestato dalle numerose risoluzioni degli organismi sovranazionali, denunciando il silenzio complice e le violazioni dei Diritti Umani che si compiono nel Sahara Occidentale, per chiedere alla comunità internazionale il rispetto delle risoluzioni dello stesso Consiglio di Sicurezza dell' ONU.

    E' per questi motivi che questa protesta, questa "intifada", ha avuto inizio e continua, senza tregua. Ogni giorno si organizzano attività, si organizzano proteste e scioperi della fame da parte dei prigionieri politici che si trovano nelle carceri della regione. E questa dei Saharawi è una risposta pacifica, per dimostrare alla comunità internazionale che non sono solamente quelli che vivono nei campi profughi - da 31 anni lontani dalla loro patria - ma anche quelli che sono nati dopo l' entrata in vigore del cessate il fuoco del 6 settembre 1991, stanno marciando oggi nelle strade di El Aaiùn, Smara, Dajila, Bojador...o nelle città del sud del Marocco, o dovunque si trovino Saharawi, per denunciare la presenza coloniale del Marocco nei territori del Sahara Occidentale. La risposta del Marocco è stata una repressione brutale dei prigionieri politici, dei manifestanti pacifici, di coloro che erano scesi nelle strade a protestare ed il cui unico crimine era stato quello di voler mettere in atto un diritto riconosciuto internazionalmente.

    Julio Rodrìguez: Però, evidentemente, la risposta marocchina a questa protesta popolare non-violenta e pacifica, questa repressione brutale, che continua in un crescendo di attentati ai Diritti Umani nelle prigioni, ma anche nelle strade di Smara, di El Aiaiún ecc., non provoca nessuna reazione da parte della cosìddetta "comunità internazionale". Le organizzazioni per i Diritti Umani, sia spagnole che del resto dell' Unione Europea, non stanno rispondendo in alcun modo a queste denunce di costante violazione dei Diritti Umani che voi documentate continuamente con fotografie, testimonianze ecc.

    Barahim Gali: Non me la sento di generalizzare. Amnesty International e la Human Rights Watch hanno denunciato queste violazioni. Così ha fatto anche l' ultima commissione inviata dall' Alto Commissariato per i Diritti Umani a visitare i territori, nel maggio-giugno dell' anno scorso, seppur timidamente, visto che non hanno poi pubblicato il loro rapporto informativo sulla visita, per quanto sollecitato personalmente dal Segretario Generale delle Nazioni Unite. La Francia ha minacciato di opporre il veto nell' ambito del Consiglio di Sicurezza dell' ONU, nel caso fosse stato pubblicato questo rapporto che denunciava violazioni sistematiche dei Diritti Umani. Dalla comunità internazionale, effettivamente, viene solo un silenzio complice e lo hanno dimostrato con chiarezza.

    Preferiscono voltare la testa dall' altra parte e i mezzi di informazione, le televisioni, non mostrano immagini di questa aggressione, per il semplice motivo che adesso non scorre sangue nei territori occupati e il Polisario, e noi Saharawi tutti, non abbiamo fatto ricorso ad atti di violenza e di terrorismo. Siamo un popolo che lotta pacificamente. Abbiamo lottato militarmente in passato, ma in questo momento cerchiamo una soluzione pacifica e insisteremo in questa direzione. Continueremo a richiamare l' attenzione della comunità internazionale, delle coscienze di tutte le persone sensibili al Diritto Internazionale, alle violazioni dei Diritti Umani ed al diritto del popolo Saharawi all' autodeterminazione. Proseguiremo questo cammino, fino a che non arriveremo a raggiungere gli obbiettivi dell' autodeterminazione e dell' indipendenza. Sono sicuro che ci arriveremo, è solo una questione di tempo.

    Note:

    articolo originale:
    http://www.kaosenlared.net/noticia.php?id_noticia=31058

    Tradotto da Patrizia Messinese per www.peacelink.it
    Il testo e' liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la
    fonte (Associazione PeaceLink) e l'autore .

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