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Vietnam e Iraq: la retorica rimane la stessa

Il nuovo passatempo nazionale di paragonare la guerra dell'Iraq di oggi con il disastro americano in Vietnam continua.
3 aprile 2007 - Robert Fantina
Fonte: Counterpunch (www.counterpunch.org) - 24 marzo 2007

Segretezza, mezze verità ed evidenti bugie sono stati i principi guida seguiti dalle due amministrazioni presidenziali durante la guerra in Vietnam e, ovviamente, sembrano essere marchi di fabbrica dell'amministrazione Bush. Uno sguardo più da vicino ai parallelismi è tanto interessante da far quasi paura.
Oggi l'”impeto” sarebbe secondo Bush lo struento per compiere ciò che l'”escalation” aveva fatto ai tempi. Questo “aumento” dovrebbe essere accompagnato dall'aumento delle responsabilità dell'esercito iracheno nel combattere la propria gente, un processo analogo alla “Vietnamizzazione” che fu applicata all'esercito vietnamita.
Nel quarto anniversario della guerra in Iraq, almeno in parte in risposta alle migliaia di persone che
hanno marcato l'anniversario marciando per la pace, Mr. Bush ha parlato agli Americani. Tra le altre cose, ha detto: “ Ci può tentare l'idea di guardare alle sfide in iraq e concludere che la cosa migliore sarebbe fare i bagagli e tornare a casa. Potrebbe essere soddifacente nel breve termine. Ma credo che le conseguenze per la sicurezza dell'America sarebbero devastanti”.
Trentotto anni fa l'America aveva perso tutto l'entusiasmo che un tempo aveva per la guerra nel Vietnam. Nelle città di tutto il paese si vedevano enormi manifestazioni di protesta, come se quella guerra avesse diviso gli Stati Uniti. Il presidente Richard Nixon, in un discorso del 3 novembre 1969, disse le seguenti parole a proposito del desiderio di molti di un immediato ritiro:
“la reazione immediata sarebbe un senso di sollievo per il ritorno a casa dei nostri uomini. Ma una volta viste le conseguenze di quanto fatto, inevitabili rimorsi e recriminazioni laceranti ferirebbero il nostro spirito in qunato popolo”. Disse inoltre, nello stesso discorso, “che il precipitoso ritiro delle forze americane dal Vietnam sarebbe un disastro non solo per il Vietnam del sud ma anche per gli Stati Uniti e per la causa della pace”.
Si è molto discusso di alcune mete che l'Iraq dovrebbe raggiungere prima che gli americani possano cominciare a ritirare le truppe dal paese. Quali esse siano non è stato definito chiaramente dall'mministrazione Bush, né sono state identificate le conseguenze per gli USA o l'Iraq in caso non siano raggiunte. Ciò, comunque, non impedisce a Mr. Bush di discuterle. Il 1 dicembre 2006 disse che avrebbe iniziato il ritiro delle truppe “il più presto possibile”. Uno dei fattori necessari per farlo, disse, è “l'importanza di velocizzare l'addestramento delle forze di sicurezza irachene”.
Nel 1969 il coro “Peace now!” non poteva essere trascurato. Nel discorso del 3 novembre Nixon comentò a proposito del ritiro: “Gli altri due fattori su cui baseremo le decisioni di ritiro sono il livello delle attività nemiche e l'avanzamento dei programmi di addestramento delle forze sudvietnamite”.
Non è facile dimenticatre la dichiarazione del vicepresidente Dick Cheney nel giugno del 2005, secondo cui l'isurrezione in Iraq era “agli ultimi spasmi”. Per i primi cinque mesi del 2005, in Iraq sono morti 66 soldati statiunitensi e circa 295 iracheni al mese. Per i cinque mesi dopo l'ottimistica previsione di Cheney, approssimativamente 72 soldati sono morti ogni mese, mentre la quota mensile di vittime irachene è stata di 989. Forse alcuni Americani, ancora ansiosi di credere ad un'amministrazione che ha costruito un'intera guerra sulle bugie, hanno trovato un po' di conforto nelle parole di Cheney, che però, come molto di quanto dichiarato negli anni dall'amministrazione Bush, non avevano alcun fondamento nei fatti. Circa due anni dopo Bush ha determinato che la guerra ha bisogno di un significativo “aumento” delle truppe per fermare un'insurrezione in continuo sviluppo.
Appena prima delle elezioni presidenziali del 1972, quando il tessuto della società americana era a brandelli a causa della guerra del Vietnam, il segretario di stato Henry Kissinger proclamò al mondo che “la pace è a portata di mano”. Una dichiarazione che ha probabilmente contribuito alla vittoria di Nixon sul candidato democratico, il senatore George McGovern, ma che sfortunatamente era del tutto falsa. La pace non arrivò fino a quando le ultime truppe americane lasciarono finalmente il paese nel 1975.
A gennaio 2007, Bush ha annunciato di aver esaminato le raccomandazioni del Gruppo di Studio sull'Iraq, bipartisan, e di aver scelto di ignorarle. La sua soluzione per l'aumento della violenza in Iraq era invece di aggiungere altri 21.000 soldati nel paese, già devastato dall'occupazione USA. Qualche settimana dopo fu rivelato che il numero reale era più vicino a 30.000.
Nel 1965 prese il via in Vietnam l'operazione Rolling Thunder. Questo massiccio bombardamento del nord Vietnam fu presentato come una rappresaglia per atti commessi dai Vietcong. Quando il presidente Lindon Johnson annunciò l'operazione, nascose l'informazione che era in programma una grossa escalation della guerra. Gli Americani e il resto del mondo scoprirono presto la verità.
Nel 1969, Nixon ordinò il bombardamento segreto della Cambogia, apparentemente per proteggere i soldati americani. Oggi Bush dichiara di 'sapere' che l'Iran sta rifornendo l'insurrezione irachena, e di stare pianificando di fare 'qualcosa' in proposito. Ancora una volta, una nazione sovrana viene accusata per vicinanza, ed è messa a rischio dalla brutale e violenta collera del presidente degli Stati Uniti.
Discutendo le amare conseguenze della sconfitta in Vietnam, Nixon disse nel 1969: “Per gli Stati Uniti, questa prima sconfitta nella storia del paese avrà come risultato un collasso della fiducia nella leadership americana, non solo in Asia ma in tutto il mondo”.
Di nuovo avanti veloce fino al 2006, e il commento del segretario della difesa al suo giuramento è: “Un fallimento in Iraq in questa congiuntura sarebbe una calamità che perseguiterebbe il nostro paese, danneggerebbe la nostra credibilità e metterebbe in pericolo gli Americani nei decenni a venire”. E l'11 febbraio 2007, alla 43esima Conferenza sulle politiche di sicurezza di Monaco, seguita da oltre 300 partecipanti, ha rincarato la dose: “Ma la verità è che, in questo momento, un fallimento in Iraq avrebbe un impatto su ogni paese rappresentato in questa stanza”.
Alcuni sostengono che l'Iraq non rispecchia il Vietnam, e sotto alcuni punti di vista è vero. Il Vietnam era in guerra civile quando gli USA intervennero; l'Iraq era uno stato sovrano in pace quando gli USA lo invasero e portarono la guerra. Ma come abbiamo mostrato, le argomentazioni per continuare una guerra non necessaria che si sta perdendo non sono cambiate in 40 anni. Cosa può aspettarsi il mondo a causa di questo? Più vite di militari e civili sprecate, più astio verso gli Stati Uniti, un aumento del terrorismo mondiale, maggiore destabilizzazione globale.
Gli unici che possono impedire il proseguimento di questa calamità sono i membri del Congresso USA. A quanto hanno mostrato finora nelle loro azioni, non sembrano inclini a portare avanti il senso dello stato necessario per ottenere la pace. E questo è tragico per l'Iraq, gli Americani e il mondo.

Note:

Articolo originale: http://www.counterpunch.org/fantina03242007.html
Tradotto da Chiara Rancati per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile per scopi non commerciali citando la fonte, l'autore e il traduttore.

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