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    Congo, due volontari raccontano il paese dimenticato

    I milioni di morti e i drammi della grande nazione africana non hanno mai interessato media ed editori. Ma dopo anni di silenzio ora sette pubblicazioni riempiono gli scaffali delle librerie, due delle quali sono il diario di due osservatori internazionali
    14 aprile 2007 - Daniele Barbieri
    Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

    Qualunque cosa vi accada, il grande Paese che oggi si chiama Rdc (Repubblica democratica del Congo) interessa poco i nostri grandi media: impressionante il silenzio su milioni di morti fra il '98 e il 2003 e sulle accuse di una commissione Onu - dal 2000 al 2002 - alle multinazionali di armare gli eserciti locali e dei Paesi confinanti. Neanche le buone notizie appassionano: il lento ritorno alla pace, malgrado i recenti scontri tra i miliziani dell'ex vice-presidente Bemba e l'esercito regolare del presidente Kabila, o i volontari italiani a monitorare le elezioni.
    Anche gli editori si sono distratti per anni dal/sul Congo. Poi d'improvviso? arrivano ben sette libri più uno in via di pubblicazione: da Terre di mezzo Elikia. Storie dal Congo , ovvero sette reportage di Andrea Frazzetta con brevi testi di Joshua Massarenti; da Aifo Una lampadina per Kimbau , storia d'un ospedale "impossibile", di Chiara Castellani; nelle edizioni dell'Arco, per capirsi i libri venduti per strada, Magia nera a Kinshasa del congolese - dal 1982 in Italia - Paul Bakolo Ngoi; dalla vivacissima Epoché il romanzo (uscito in Francia nel 2002) Johnny Mad Dog di Emmanuel Dongala. Arriverà nelle librerie solo fra qualche mese, Né etnie né religioni: le guerre africane e l'economia globale di Alberto Sciortino, un testo importante per chi vuole districarsi nella storia recente dell'Africa aggirando, come si intuisce dal titolo, semplificazioni, amnesie e bugie dei media? Ne riparleremo al momento giusto.
    Per Emi è appena uscito Lettere e appelli dal Congo , una raccolta di scritti di Christophe Munzihirwa, il vescovo di Bukavu assassinato 10 anni fa. Esiste un ponte che unisce l'impegno della Chiesa congolese nei difficili anni della dittatura, il martirio di molti suoi pastori e la presa di coscienza del popolo che ha permesso di ottenere un primo risultato democratico. Il testo raccoglie le coraggiose lettere del vescovo e le sue prese di posizione anche nei confronti delle istituzioni internazionali, accusate di complice silenzio. «Ci sono cose che non si possono vedere bene se non con occhi che hanno pianto». Gran parte della Chiesa in Congo segue il suo esempio ma ci sono invece religiosi e persino vescovi che hanno soffiato sul fuoco, più o meno apertamente.
    Gli altri due libri ruotano intorno a una data "storica", il 30 luglio 2006: dopo 46 anni di guerre e dittature si sceglie, in libere elezioni, il capo dello Stato. Sono presenti molti osservatori internazionali, fra cui volontari dei Beati costruttori di pace e di Chiama l'Africa (ma il nome dell'associazione ovviamente si può leggere anche "Chi ama l'Africa"). E sono due di loro a raccontare?. Se il Congo fosse un Paese "alla moda" per i nostri massmedia manichei e urlatori questi due volontari disarmati magari sarebbero - come gli altri 50 italiani con loro - «i nostri eroi». Ma a loro sta bene così: entrambi sono convinti, fra il serio e l'ironico, che il coraggio è solamente una condizione anomala dell'adrenalina non una presunta-virtù-presunta-maschia.
    Ecco i due non-eroi. Sempre da Emi esce L'alba della democrazia, viaggio nel Congo che cambia , il diario di Eugenio Melandri con la presentazione di Albino Bizzotto. Mentre per Scuola sarda Enrico Pili ha scritto Adesso, a poche ore da qui: reportage di un osservatore volontario dalla Repubblica democratica del Congo , che intreccia suggestioni sarde e africane. Due servizi sullo stesso evento, conditi di riflessioni e storia, che però? più diversi non potrebbero essere. Il diario di Melandri è chiaro, dettagliato, un raro esempio di giornalismo d'approfondimento mentre l'appassionante viaggio avanti e indietro nel tempo e nello spazio di Pili è più psico-politico.
    Ora il silenzio ricadrà sulle vicende congolesi? A chi è interessato a un'informazione puntuale vale segnalare i siti delle già citate Chiama l'Africa e di Beati i costruttori di pace nonchè la newsletter della "Rete pace per il Congo".
    Dovrebbe essere noto che la regola-base del giornalismo è rispondere alle 5 w, dato che in inglese «chi, dove, quando, cosa, perché» iniziano tutte con quella consonante: who, where, when, what, why. Le rare volte che i mass media italiani hanno di recente parlato del Congo è da escludere, salvo rarissime eccezioni, abbiano risposto a più di una w per volta; comunque il "perché" resta sconosciuto forse agli stessi giornalisti. Economia di rapina e ingiustizia: due parole che non è carino dire davanti ai minori di 91 anni. I bei libri di Melandri e Pili, soddisfano, ognuno a suo modo, quelle cinque w, riuscendo a far capire almeno tre questioni assai complesse: cosa davvero accade in Congo e perché; chi ci guadagna; che c'entriamo noi.
    Scritti bene: il potere del racconto. Ma c'è l'altrettanto importante "racconto del potere" dato che gli autori si addentrano nei tabù del nostro tempo: che non sono sesso e peccato (figuriamoci) ma l'evidenza dell'economia, dello sfruttamento e delle armi che garantiscono i rapporti di forza. Tabù e auto-censure così forti da "contaminare" persino la pur bella prefazione (al volume di Pili) di Albert Tshiseleka Felha, ambasciatore della Rdc in Italia, che attribuisce gran parte dei mali del Congo - e delle sanguinose guerre che hanno sconvolto quel pezzo d'Africa - all'orribile dittatura di Mobutu, dimenticando del tutto che dietro le sue armi c'erano gli avvoltoi occidentali intenti a saccheggiare le ricchezze del Congo.
    Fra i volontari italiani che hanno controllato la regolarità delle elezioni c'era anche chi scrive e mi pare giusto precisarlo. Non è per amicizia o per aver condiviso quell'esperienza però che giudico un'ottima lettura questi due reportage: se le passioni (o le cause giuste) sono mal comunicate - e accade spesso - resta solo retorica e carta sprecata, qui invece ci sono pagine che ipnotizzano e altre che turbano. Non è poco ? nel tempo che i Terzani, le Politkovskaja, i Baldoni, i Kapuscinski invece che normali bravi cronisti sono le eccezioni; e che i tanti colleghi /embedded/ si ricordano di loro quando sono morti.
    Ora cos'accadrà in un Congo formalmente riunificato ma solo in parte disarmato? Dal '60 a oggi la pace non è mai sembrata così vicina. Sarebbe bello dire che le elezioni e il (parziale) silenzio delle armi aprono un cammino verso la giustizia e per porre fine allo sfruttamento. Purtroppo non è così. Già appare un successo (e ovviamente nessuno può sminuirlo o ironizzare) che siano cessati - o quasi - i massacri però appare impossibile per ora che le immense ricchezze del Congo cessino di essere saccheggiate; i più ottimisti dicono «è prematuro parlarne, ci vorrà qualche anno» e i più pessimisti ricordano la tragica profezia di Frantz Fanon: «Se l'Africa fosse raffigurata come una pistola, il grilletto si troverebbe in Congo». Sono gli equilibri mondiali che devono radicalmente mutare perché si possa parlare di giustizia: fino ad allora per il Congo - o per gli altri giganti africani imbavagliati (Nigeria e Sudafrica) - militari o civili, in pace o massacratori, secessionisti o unitari? tutti i governanti vanno bene all'Occidente predatore: purché siano burattini.

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