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    «La guerra ha segnato le nostre speranze, la via è sempre il dialogo»

    Il ginepraio libanese un anno dopo l'offensiva di luglio: intervista a Saad Kiwan, firma del quotidiano progressista di Beirut "As Safir". «Novità possono arrivare dalla Conferenza di sabato promossa dalla Francia, che sta aprendo un canale con l'Iran, spiazzando la Siria»
    12 luglio 2007 - Anubi D'Avossa Lussurgiu
    Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

    Saad Kiwan, autorevole giornalista e scrittore libanese, "firma" del maggiore quotidiano progressista, As Safir di Beirut, ha voglia di parlare. Soprattutto, di ragionare, ripercorrere i passi e le concatenazioni del complicatissimo processo di crisi che ha ingoiato il Paese dei Cedri e che la guerra d'Israele contro Hezbollah un anno fa ha scatenato.

    Che Libano era quello che ricevette il colpo della guerra d'un anno fa?
    Dopo il 2005 e l'uscita dei siriani dal Paese in seguito all'omicidio Hariri e alla cosiddetta "Rivoluzione dei Cedri", s'era aperta una nuova era. Tre erano i pilastri su cui poggiava la prospettiva d'un futuro: primo tra questi, la riacquisita indipendenza e sovranità del Libano, una condizione che ovviamente doveva maturare ancora. Poi, c'era da trovare un riassetto politico interno intorno all'obiettivo della ricostruzione dello Stato, che era stato ereditato dagli anni di guerra civile e d'occupazione come un recipiente vuoto. Terzo, veniva il problema di come comportarsi davanti ai problemi sempre aperti: il conflitto con Israele, la questione palestinese, il contenzioso con la Siria sui confini. Si stava lavorando faticosamente, dopo la spaccatura apertasi con il ritiro siriano tra oppositori di Damasco e ciò che si è raccolto intorno ad Hezbollah.

    Come si era arrivati al dialogo nazionale, da quella frattura?
    Semplicemente, era necessario il riconoscimento della parte rappresentata da Hezbollah. In un Paese complesso come il Libano, che è una composizione storica di comunità religiose diverse e socialmente articolato, non è concepibile alcuna prospettiva fuori da un accordo tra le parti: qui abbiamo inventato la "democrazia consociativa", un modello originale quanto delicato in cui non contano tanto i numeri ma il consenso tra i vari gruppi, anche in presenza di maggioranze e minoranze, sancito dagli accordi di Taif (del 1989, ndr ) che chiusero la guerra civile dei 15 anni. Andava aggiornato, dopo il ritiro siriano del 2005. D'altra parte c'era un entusiasmo, per così dire di ripartenza, che aveva investito tutte le comunità, sciiti compresi.

    Che impatto ha prodotto, la guerra, su questa delicata architettura?
    In primo luogo, anche al tavolo di dialogo Hezbollah s'era impegnato a non promuovere alcuna azione militare prima della definizione della "strategia di difesa nazionale", che doveva risolvere anche il problema del suo arsenale. Quindi un punto di tensione si è creato subito, dal sequestro dei soldati israeliani. Ma il Paese, a partire dal governo stesso, in un mese di attacchi israeliani si è ritrovato unito e solidale intorno alle popolazioni del Sud e ad Hezbollah che resisteva. Poi, dopo il raggiungimento sofferto del cessate il fuoco e la risoluzione 1701 dell'Onu, Hezbollah si è ritrovato sì più forte nelle proprie basi ma anche indebolito per la diffidenza suscitata nelle altre parti. E invece di recuperare consensi è andato al conflitto con la maggioranza. Ha subito come un problema uno dei maggiori risultati per il Libano, l'arrivo dell'esercito nazionale nel Sud, dove si è dispiegata anche l'Unifil 2, chiudendo il fronte del Litani ad Hezbollah. In più, c'è stata la chiusura politica interna e la questione del Tribunale Hariri, inviso alla Siria.

    Lo scontro, però, non ha trovato sbocchi...
    L'occupazione del centro di Beirut, la minaccia di far saltare il governo non hanno funzionato. E così anche per lo sciopero del 23 gennaio, fermato dopo i primi sintomi - e le prime vittime - d'un conflitto tra sciiti e sunniti. E' stata poi bloccata la decisione del Tribunale come iniziativa a carattere internazionale promossa dal Libano, ma non la sua istituzione, deliberata dall'Onu. Mentre il Parlamento è stato chiuso dall'opposizione, che esprime il presidente Berri.

    E' in questa stasi che si apre la vicenda di Nahr Al Bared e compare la minaccia d'un fondamentalismo "qaedista" radicato nei campi palestinesi: cosa c'è dietro?
    Questo fenomeno da una parte è legato a tutti i tentativi di destabilizzazione interna ma cerca di legare i destini del Libano, di nuovo, ai giochi regionali. La Siria nega responsabilità, chiude i confini: ma solo quella frontiera può essere stata la via di alimentazione dei gruppi "salafiti", oltre al fatto che sin dal giungo 2006 Assad profetizzava su Al Ayyat l'arrivo di Al Qaeda in Libano. Per di più, l'attentato agli spagnoli dell'Unifil nel Sud pone anche ad Hezbollah un problema serio, sul "suo" territorio.

    Ad oggi, lo "guerra di posizione" in cui si esercita la divisione politica libanese che prospettive ha?
    La situazione è bloccata: il fronte intorno ad Hezbollah continua a chiedere, per un governo di unità, un terzo più uno dei ministi: la Costituzione prevede tra i motivi di caduta dell'esecutivo la sottrazione di «più di un terzo» dei componenti. La maggioranza ovviamente non vuole e contrappone un accordo globale che garantisca governo e presidenza. Il vero punto di caduta è la scadenza del mandato di Lahud, fra tre mesi, e l'elezione del successore: se non si sblocca e non c'è accordo sul governo, con il Parlamento chiuso, il Libano sarà in una situazione di perfetto vuoto di potere.

    Corrono infatti rumors d'un nuovo intervento israeliano: ma non c'è alcuna luce in fondo al tunnel?
    Bisogna vedere come andrà la Conferenza di Parigi di questo week end: la chiave, infatti, è la ripresa di rapporti, in crescendo, tra Francia e Iran. E Teheran ha un interesse notevole a contribuire a qualche mossa determinante sul Libano: il suo principale problema infatti, considerando il suo più ampio tavolo di gioco e il coinvolgimento in Iraq, è disinnescare i rischi di scontro tra sciiti e sunniti, come ha già fatto insieme all'Arabia Saudita intervenendo a fermare l'escalation libanese di gennaio scorso. E poi cerca canali, paralleli alla questione del nucleare, di contrattazione con gli Usa, come ha già fatto proprio attraverso Riad. Una Francia più disponibile e insieme più "atlantica", come quella di Sarkozy, è un interlocutore privilegiato: e il punto d'interesse comune è il Libano. Certo la Siria ne è piuttosto inquietata. E c'è stato l'incidente provocato dal portavoce di Sarkozy definendo "terrorista" Hezbollah: che però ha deciso di mandare i suoi a Parigi dopo le precisazioni di Kouchner e un viaggio del mediatore diplomatico francese a Teheran. Vedremo.

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