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    L'eterna fuga in avanti degli intellettuali africani

    Indipendenti e fiere, le nuove generazioni del continente guardano al futuro, sfidando il potere di molte gerarchie. Il domani, dicono i giovani in Ghana, appartiene a chi, con molta pazienza, si è dato il tempo di immaginarlo Con gli «appunti da Accra» del camerunese Patrice Nganang si apre una serie di contributi di scrittori africani sulla vita culturale del continente così come si delinea a mezzo secolo di distanza da quella stagione di grandi speranze ch
    24 luglio 2007 - Patrice Nganang
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    Dire che l'Africa nera indipendente comincia di fatto il 6 marzo 1957, cioè con l'indipendenza del Ghana, significa rimarcare che anche oggi, quell'Africa non può che essere giovane. Significa anche dire che la maggioranza della sua popolazione è giovane e, quindi, che è nata indipendente. Del resto, quando giriamo per le strade di Accra, più che i figli di una eterna sottomissione, vediamo moltiplicarsi nel cuore dell'Africa questi milioni di giovani che - forse non «robusti», forse non «splendidi», come li voleva il poeta senegalese David Diop - tuttavia appaiono sempre più grandi nell'umiltà della loro carne, nell'incertezza del loro paese, nella ingenuità dei loro slanci, nell'impeto delle loro collere; giovani che nelle loro mille illusioni e soprattutto nella loro ancora debordante propensione al sogno, portano i semi dell'Africa per come essa sarà nel futuro.
    L'indignazione dei giovani
    Li ritroviamo dappertutto, questi giovani, in Camerun e in Nigeria, nello Zimbabwe e in Sudafrica. Li vediamo a Abidjan che sfidano i fucili dei soldati di Francia, per dire che loro - nati come sono, indipendenti - non meritano una ripetizione della sorte toccata ai loro genitori. Come in Francia, in Germania e in molti altri paesi europei, è stato necessario inscrivere più volte - nel 1830, nel 1848, nel 1917 e addirittura duecento anni dopo, nel 1989 - l'evidenza dei diritti umani che pure erano stati impiantati nella carne del continente europeo nel 1789, perché finalmente questi diritti potessero prendere vita.
    Lo stesso avviene per l'Africa: anche questo continente rinnova la sua indipendenza attraverso l'indignazione della sua gioventù e scuote i ferri che autocrati dell'ultima ora avrebbero voluto rimettergli ai piedi per lasciare spazio al futuro del mondo che sa di incarnare. Così a volte la vediamo che si sveglia, l'Africa, la nostra Africa, nel soprassalto di quella dignità ritrovata che fa sì che un uomo libero non possa più sopportare catene se non a patto di coprirsi di una vergogna che non potrà mai più superare; la vediamo spuntare nello sguardo di questi milioni di giovani che, più che figli della tirannia, sono in fondo antenati, antenati dell'Africa che comincia, dell'Africa vera, quella di domani!
    Ma questa è una visione, una visione che ci coglie quando ubriachi, percorrendo le strade di Accra, siamo investiti del dono del veggente. E allora ci rendiamo conto di un'altra cosa: che questo africano di domani appartiene in primo luogo al Ghana, anche se quest'ultimo ha lo sguardo ancora troppo vacillante, dopo trent'anni di autocrazia militare. Quella indignazione che gli aveva consentito di strappare per primo, nel 1957, la camicia di forza dalla quale il continente era stato soffocato per oltre quattrocento anni, gli ha consegnato un fardello che molti paesi africani gli invidierebbero. Ma il suo futuro, anch'esso lo cerca finora nella logica della ruota della fortuna.
    Un incubo dietro il sogno
    Noi tuttavia lo affermiamo convinti: è stato Kwame Nkrumah a dargli questo ruolo, in quella spartizione infinita che è la storia dell'Africa. Ed è impossibile parlare dell'effetto domino delle indipendenze africane senza avviare una riflessione sull'uomo al quale spesso si applica l'attributo di visionario,ma con il quale tutto quanto abbiamo davanti è cominciato. Oggi sappiamo che nell'ombra di questo sognatore si apriva anche un incubo.
    Sappiamo che la grandezza del sogno panafricano di Sékou Touré, colui che nel 1958 regolò il proprio passo sul suo, corrisponde agli orrori del Camp Boiro dove africani che avevano una visione altra vennero uccisi. Ammettiamolo subito: a Nkrumah non venne dato, come fu per Sékou Touré, il tempo di portare a termine la carriera di dittatore che aveva intrapreso. Allontanato dal potere, esiliato e morto troppo presto, non ci lasciò infine che i frammenti di un grande sogno e di un immenso futuro frantumati sugli scogli insanguinati del nostro presente.
    Morto troppo presto, a Nkrumah toccò in sorte di essere questo inventore di futuro, l'uomo politico africano che ebbe il coraggio di avere idee proprie, quell'uomo che oggi tanto acutamente manca al nostro scenario politico. Nkrumah divenne colui le cui frasi illuminano ancora oggi la nostra notte. Morto troppo presto, di lui non rimane che questa visione di un'Africa unita, una visione che oggi solletica sia le mani rapaci di Gheddafi sia quelle troppo deboli di Thabo Mbeki.
    Sangue sugli abiti bianchi
    Una domanda è tuttavia bastata per svegliarci da questo vecchio sogno, un'unica domanda che il fumo dei campi di concentramento guineani ha formulato molto più chiaramente: quante morti sarebbe costato il futuro panafricano di Nkrumah' A questa domanda non si può che rispondere con dei bisbigli, essendo Nkrumah morto troppo presto per scatenare un putiferio nella biblioteca degli intellettuali africani. La vergogna che lo segue non è il sangue che sporca i boubous bianchi del suo «amico e fratello» Sékou Touré. Il fatto è che una unità africana che si acquisisce solo in nome dell'indipendenza, e dimentica cammin facendo il rispetto dei diritti dell'uomo, è una truffa.
    L'Unione africana i cui unici criteri di adesione siano appunto l'acquisizione dell'indipendenza, e la razza, non può che diventare una congrega di tiranni, e presto finirà con il diventare un club razzista. Ma ecco: se un tempo l'intellighenzia africana, afroamericana, caraibica - Luther King, W.E.B. Dubois, Maryse Condé - è accorsa in Ghana per prendere parte a quel rinascimento africano di cui Nkrumah aveva piantato le radici, è perché quella intellighenzia aveva creduto che a distorcere il percorso del sogno formulato da Nkrumah fosse stata la violenza della storia africana. Partecipi di questa illusione, quanti intellettuali africani, dopo le traversie politiche del Ghana, invece di scrollarsi rapidamente di dosso l'Ozagyefo (il titolo che si era dato Nkrumah, divenuto il primo presidente a vita autoproclamato della storia africana) e di porgli la questione dei diritti della persona, hanno invece preferito seguire altrove il percorso del treno dell'Africa unita che lui aveva sognato. Così i vari Ki Zerbo, David Diop, Frantz Fanon, Carmichael, Makeba, hanno bussato pieni di speranza alle porte insanguinate della Guinea che prometteva un futuro identico a quello del paese di Nkrumah.
    Nella loro fuga in avanti, gli intellettuali africani si sono poi ritrovati in Nigeria, come i sudafricani Mphalele, Nkosi, con nella testa intatto il sogno di Nkrumah e nelle mani la stessa volontà di inventare un futuro continentale per l'Africa, un futuro panafricano insomma, per impiegare il gergo consacrato. Oggi è verso il Sudafrica che alcuni di loro si dirigono, come hanno fatto Mbembe, Omotoso, Maunick e altri, deporre sotto l'aureola di Nelson Mandela i resti del vecchio sogno di Nkrumah. Dire che il futuro dell'Africa si gioca d'ora in avanti in Sudafrica significa in fondo riconoscere implicitamente che quel futuro è cominciato ad Accra nel 1957. Ma significa anche riconoscere che i pensatori africani - come i politici del continente, del resto - non sono ancora guariti da quella nostra personale nevrosi collettiva che è stata per l'appunto Nkrumah.
    Eppure bisogna riconoscerlo: più che schiacciato dal treno orrendo della storia, il futuro che Nkrumah aveva disegnato per noi è imploso sotto il peso del fatto che quest'uomo aveva dimenticato la questione dei diritti della persona, accecato com'era dalla sua rivendicazione dei diritti dell'africano. È l'inedita amicizia dell'Ozagyefo con il «suo amico e fratello Sékou Touré» a rendere visibile la sua terribile scelta nei confronti dell'equazione che in fondo definisce il nostro presente: la scelta di anteporre l'africano al cittadino. Più che mai, la fotografia che mostra Nkrumah e Sékou Touré come «co-presidenti della Guinea» rivela il volto di questo flirt del sognatore con la violenza, in nome di un'Africa ideale.
    Jackpot milionari
    Sarebbe potuto essere altrimenti' Ogni coscienza civile sul continente non dovrebbe piuttosto essere felice di essere sfuggita al futuro di orrore che il grande sogno di Nkrumah prometteva' Cinquant'anni dopo, nel vuoto della nostra delusione, cosa ci resta' «Non c'è più futuro in Africa», dicono i giovani in Camerun, e quanto alle nuove leve intellettuali, è verso l'Europa e gli Stati Uniti che vanno di preferenza oggi. «No future in Africa», dicono anche le popolazioni del Ghana che, da parte loro, investono nelle lotterie e sognano un jackpot milionario, e ogni giorno leggono i giornali - «Lotto Jackpot», «The Compiler», «Lotto King», «Lotto Advance», «The Lottery» - che pagina dopo pagina ripetono loro: «We feed the people with good broadcast».
    Così suona l'annuncio del quotidiano «Lotto Broadcast», «Offriamo alla gente buone previsioni»: troviamo qui riassunta sulle pagine di un giornale pieno di numeri la vera disfatta che oggi ci riguarda: la nostra incapacità di inventare un futuro per l'Africa, espresso questa volta non tanto come nostalgia di un grande progetto ideologico quanto in semplici cifre di probabilità.
    Una fuga in avanti
    Laddove in Nigeria la lotteria americana fa sognare tutti i giovani e viene annunciata come la resurrezione di Cristo, laddove in Camerun il «Pari Mutuel» ingloba tutta l'energia di una popolazione che fonda le proprie speranze su cavalli francesi che non ha mai visti, laddove in Uganda le chiese di denominazioni diverse riempiono la testa della gente di sogni di paradisi a venire e li scaraventano nella vita con gli occhi gonfi di speranza, a nutrire la nostra fuga in avanti, più del richiamo di un illusorio rinascimento africano che ci viene da sud, è la Ruota della Fortuna a diventare il luogo dove proprio oggi si costruisce il futuro africano.
    «Come siamo caduti in basso!» si dice. «Disgraziati che siamo, se il nostro futuro si riduce a un gioco di lotteria». Perché' Eppure è tanto semplice: il futuro non si conquista giorno per giorno se non per chi si è dato il tempo di immaginarlo, ci dicono oggi i ghaniani nella loro attuale umiltà. E ai sognatori del passato, come a quelli del futuro, danno così la lezione ultima delle formiche.
    (trad. di Maria Teresa Carbone)

    Note:

    Testi di «scrittura preventiva»
    La vita violenta di un quartiere popolare di Yaoundé raccontata con la voce di un cane

    «Se la generazione di scrittori africani attivi oggi è nata indipendente, è però cresciuta con i genocidi, le violenze, le dittature, il caos e l'esilio. Non si tratta quindi per noi tanto di inventare uno stile giusto per descrivere la tragedia del nostro continente, quanto di creare uno stile che renda questa tragedia d'ora in poi impossibile: è uno stile di scrittura che potremmo definire come "scrittura preventiva"»: così Patrice Nganang descrive il nucleo del suo prossimo libro, «Manifeste d'une nouvelle littérature africaine. Pour une écriture préemptive» che uscirà a settembre in Francia per Homnisphères nella collana «Latitudes noires».
    Nato a Yaoundé in Camerun nel 1970, Nganang - che ha conseguito un dottorato presso l'università di Francoforte - insegna attualmente teoria letteraria alla State University of New York. Autore di una raccolta di testi poetici («Elobi», 1995), il giovane scrittore è soprattutto noto per i suoi romanzi (fra gli altri «La promesse des fleurs», «Temps de chien», «La joie de vivre», «L'invention du beau regard»). In particolare «Temps de chien», uscito nel 2001 per Serpents à plumes e insignito l'anno successivo del Grand Prix Littéraire de l'Afrique Noire, mette in scena la miserabile e violenta vita quotidiana di un quartiere popolare di Yaoundé, raccontata attraverso gli occhi di un cane, Mboudjak. Tradotto in tedesco e in inglese, «Temps de chien» dovrebbe uscire in Italia entro la fine dell'anno per i tipi della casa editrice Tirrenia.

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