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    «Noi, soldati Usa che hanno perso»

    «Miserabile fallimento», «tradimento di ogni promessa», «crescenti conflitti»: sette reduci dell'Iraq scrivono la «loro» guerra, e il New York Times li mette in prima pagina. Sono i veterani l'ultima spina nel fianco di Bush
    21 agosto 2007 - Giuliana Sgrena
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    A fare scalpore non è tanto il drastico giudizio che sette militari americani in Iraq - ma non sono i primi - danno dell'intervento di Bush, ritenuto un «miserabile fallimento», ma che questo venga pubblicato nella pagina degli editoriali dal prestigioso quotidiano New York Times. Certo il titolo - «La guerra come noi l'abbiamo vista» - potrebbe apparire come una presa di distanze dal merito, ma la decisione di pubblicare la feroce critica non lascia spazio alla neutralità. L'esercito Usa ha fallito soprattutto la strategia «contro-insurrezione», sostengono i sette che dovrebbero rientrare fra poco dall'Iraq. «Quattro anni di occupazione e siamo venuti meno a ogni promessa, mentre abbiamo sostituito alla tirannia del partito Baath la tirannia degli integralisti islamici, delle milizie e della violenza criminale». I sette non risparmiano critiche alla stampa Usa che descrive il conflitto «sempre più sotto controllo, mentre non si parla del crescente disordine civile, politico e sociale che vediamo ogni giorno».
    La stessa stampa in questa guerra è sempre stata sotto stretto controllo e anche il New York Times e la Cbs, che forse hanno osato un po' di più, non si sono mai spinti oltre il limite consentito. L'editoriale viene pubblicato alla vigilia dell'annuncio di un piano della Casa bianca, già anticipato sabato scorso dallo stesso quotidiano, di ridurre il contingente in Iraq a partire dal 2008. Bush è messo alle strette dai democratici, da deputati del suo stesso partito e dell'opinione pubblica americana. Il 10 luglio scorso, sette americani su dieci si erano dichiarati per il ritiro entro aprile 2008 dall'Iraq, mentre il 62 per cento degli intervistati dalla Gallup per Usa Today riteneva che l'invasione dell'Iraq era stata un errore.
    Un'opinione che si è formata anche sulla base delle testimonianze di molti soldati che in Iraq ci sono stati e che al loro rientro hanno denunciato la realtà dell'occupazione e si sono impegnati in associazioni come i Veterani dell'Iraq contro la guerra. Su il manifesto abbiamo già pubblicato numerose interviste (fatte da Patricia Lombroso) a questi veterani. Il primo a diventare noto è stato Camilo Mejia, che ora ha pubblicato il libro «The road from Ramadi». L'esempio è stato seguito da altre centinaia.
    Eleonai Israel, è ancora in Kuwait, in attesa di rientrare negli Usa, mentre racconta la sua conversione da bodyguard dei vip e cecchino a militante contro la guerra. «In Iraq ero un agente del servizio di protezione per 'generali da tre stelle in su' e 'civili equivalenti'». Questo comprendeva il vice presidente, il segretario alla difesa... «Ho passato la maggior parte del mio tempo in compagnia dei più potenti uomini impegnati nella 'guerra globale al terrorismo'». «Gli iracheni continuano a morire a un tasso da 10 a 20 volte più alto di quello delle vittime delle forze della coalizione. Solo a Baghdad, dopo cinque anni e 950 miliardi di dollari spesi, la popolazione resta senza elettricità e acqua per settimane. E nello stesso tempo imponiamo la legge marziale, così nessuno può uscire», scrive. «Il giorno in cui mi sono specchiato negli occhi pieni di odio di un ragazzo iracheno mi sono reso conto che non potevo giustificare oltre il mio ruolo nell'occupazione». L'«agente» racconta che mancavano solo tre settimane alla fine della sua missione di un anno, ma «le convinzioni morali non possono aspettare». Ha informato i suoi comandanti che non credeva «più in una politica di guerra. In coscienza non posso continuare a combattere contro gli iracheni». Eleonai è stato allora disarmato, confinato, isolato da ogni contatto, compresa la famiglia. Dopo due settimane con l'accusa di aver rifiutato di ubbidire agli ordini è stato inviato nella prigione militare di Camp Arifjan in Kuwait, dove ha scontato un mese. Il 9 agosto, era in attesa dell'espulsione «con disonore» dalla Guardia nazionale.
    Se il rifiuto di continuare a servire in Iraq avviene al termine della missione è meno complicato. Non lo è stato però per Agustin Aguayo che aveva fatto appello all'obiezione di coscienza, ma in attesa del giudizio era stato richiamato per una seconda missione. Scappato dalla finestra quando i militari erano andati a prenderlo, è stato processato per diserzione e ha scontato otto mesi in carcere.
    Le testimonianze di questi veterani (www.ivaw.org) sono sconvolgenti, soprattutto quando raccontano le missioni ai check point, dove sono costretti a sparare. «E poi - ci aveva detto uno di loro assegnato a un check point di Tikrit - vai a vedere e ti trovi davanti una famiglia massacrata».
    Presto - hanno scritto i sette sul New York Times - gli iracheni capiranno che «il modo migliore di riacquistare la loro dignità è di chiamarci per quel che siamo - un esercito di occupazione - e di costringerci a fare le valigie». Sicuramente gli iracheni lo hanno già capito, il problema è che lo capisca anche Bush.

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