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    Libano, perché nei campi profughi palestinesi fiorisce il radicalismo e si spegne un'identità

    Una popolazione senza diritti, alla deriva. Che oggi diventa un laboratorio di repressione
    25 agosto 2007 - Sari Hanafi (associato di Sociologia e Scienze Comportamentali alla American University of Beirut. Palestinese di Ramallah, è uno dei principali studiosi dei campi profughi in Libano.)
    Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

    La battaglia tra l'esercito libanese e Fatah al Islam nel campo profughi di Nahr al-Bared, a Nord di Tripoli, è ormai iniziata da oltre tre mesi. Ha avuto come risultato un gran numero di vittime, la distruzione su vasta scala delle già poche infrastrutture disponibili per i rifugiati e ha costretto 30mila persone a scappare da un campo profughi a un altro. A Ein al-Hilweh la tensione tra giovani miliziani armati cresce e ha già provocato numerosi scontri. Altri campi in cui vivono i profughi palestinesi in Libano sono sotto assedio, nel tentativo dell'esercito di controllare il flusso di uomini e armi dentro e intorno agli abitati.
    Fatah-al-Islam, Usbat al-Ansar (la Lega dei Partigiani, un gruppuscolo che riunisce non più di 200, 300 persone) e Jund al-Sham (Armata della Grande Siria, 100 elementi stimati), sono i nomi di organizzazioni islamiste estremiste affiliate o comunque vicine all'orbita di Al Qaeda, che in questi anni ha investito numerose risorse nello spazio dei campi. Varie ipotesi hanno finora puntato il dito contro la Siria, l'Arabia Saudita, alcune fazioni libanesi, oppure hanno indicato direttamente Al Qaeda come sponsor finanziario, politico e logistico di questo gruppi, ma è ben chiaro come i soggetti che ne hanno favorito lo sviluppo o che interagiscono con questa storia sappiano bene che i campi profughi libanesi hanno una peculiarità. Sono spazi di eccezione, spazi senza luogo.
    Come si è arrivati a questo punto? Trasformando una storia umana in un simbolo politico, perché la legge e la comunitò umana li ha lasciati soli. Senza diritti, senza sviluppo, senza connessioni economiche se non il bisogno di mangiare e bere. Sono diventati parte astratta, una narrazione nazionale anziché individui umani, museo e memoria della nostra identità e memoria.
    Da 60 anni lo spazio dei campi dove vivono i rifugiati in Libano è stato trattato come un luogo sperimentale di controllo e sorveglianza, una realtà dove la regola è l'eccezione. Nonostante lo Stato libanese sia presente nello spazio pubblico con le leggi urbane, i campi sono stati abbandonati a se stessi lasciando la comunità umana al loro interno sprovvista di leggi, regolamentazioni, diritti e sicurezze. Il processo di urbanizzazione è stato selvaggio, alimentato dall'assenza di qualunque tipo di piano politico e dalla non applicazione delle leggi sulla costruzione. Ognuno ha costruito come poteva e come sentiva, col risultato di migliaia di case illegali che si perdono e sovrappongono in ogni direzione. E la gran parte della popolazione vive, in condizioni poverissime, in vere bidonville ai bordi delle città.
    Nei campi profughi libanesi nulla è definito legalmente. Tutto è sospeso, senza neppure la presenza di documenti scritti che attestino questa sospensione. I campi sono stati sottoposti all'autorità dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) dopo gli accordi del Cairo del 1969, ma dopo l'espulsione dell'Olp dal Libano, nel 1982, sono stati governati da una rete complessa di strutture di poere, composta spesso da due "comitati popolari" (uno filo-siriano e uno filo-palestinese), un "comitato di sicurezza", un comitato di notabili del campo, un comitato locale, alcune fazioni politiche, gruppi islamisti non palestinesi, gli imam, le organizzazioni popolari che facevano capo all'Olp (quello dei lavoratori, delle donne e così via), le Ong presenti sul territorio e i "direttori" dell'Alto Commissariato per i Rifugiati Onu.
    Naturalmente i vari leader dei campi hanno imposto di volta in volta misure e codici, ma questi sono inevitabilmente cambiati nel momento in cui mutavano i rapporti di forza nei campi. E' questo lo "stato di eccezione", evocato dagli stessi profughi ogni volta che si chiede loro di raccontare la vita e la storia nel campo. La collera di un'anziana donna rifugiata la descrive in modo semplice e lampante. «A chi mi devo rivolgere se voglio protestare perché il mio vicino costruisce un secondo o un terzo piano sopra la sua abitazione e si allarga anche sopra la mia?». La parola chiave, parlando con la popolazione, è decisamente una: «caos».
    Il «caos», tuttavia, non è fondato tanto sull'assenza di legge, quanto sull'esclusione dalla sovranità della popolazione nello spazio dove la legge è operativa. Esclusione dalla sfera sociale, del lavoro e dei diritti civili, mentre si viene inclusi solo quando occorre pagare le tasse o farsi carico dei problemi si sicurezza. Una situazione che si avvicina a uno stato di vuoto.
    Se prima del 1970 i campi sono stati governati dallo stato di emergenza dove le forze di sicurezza avevano sospeso la legge, dagli anni '70 la polizia non è neppure in grado di entrare nei campi, perlomeno non senza negoziare con gli attori più potenti. E' chiaro come la popolazione dei campi, piuttosto che rivolgersi a una polizia che non c'è, preferisca andare dai notabili, dagli imam o dalle forze locali per risolvere dispute o avanzare istanze. Eppure, nonostante per molto tempo questo sistema abbia più o meno funzionato, oggi i campi profughi non beneficiano più di questa struttura comunitaria che poteva a tratti risultare armonica. Per un bel pezzo l'elite emergeva legittimata dalla lotta nazionale palestinese. Oggi la fedeltà allotta per lo Stato palestinese, da sola, non basta più per chi vuole diventare influente.
    I campi, storicamente un laboratorio profondo della società palestinese in fase di nascita, identità e trasformazione, sono oggi anche il luogo di sperimentazione del controllo e della sorveglianza, un nuovo modello tecnico di repressione. Come ha formulato dall'antropologo francese Bernard Rougier il campo emerge come un microcosmo per il vasto ventaglio di pensiero abbracciato dall'islamismo politico. Pur qualificando l'islamismo politico come contrario alla "civilizzazione occidentale", Rougier impiega la stessa filosofia profetica del presidente degli Sati Uniti George W. Bush, che ignora la base materiale del conflitto: l'egemonia occidentale, gli interessi petroliferi degli Usa nella regione e soprattutto tutti i modi in cui Washington sostiene le pratiche coloniali israeliane.
    E' vero che questo quadro, buio e minaccioso, non riguarda tutti i campi profughi palestinesi in Libano. Tuttavia è tempo di prendere sul serio le campane di allarme che ci arrivano ogni giorno da questi spazi di vuoto. L'immaginario dominante palestinese ha sempre narrato il conflitto partendo dal concetto di sofferenza umana e dall'identità di vittime. E vedere questi campi come dei musei fermi nel tempo a riprova delle immense pene patite dalla popolazione palestinese li ha trasformati non in luoghi di vita, bensì in testimoni perenni di una narrazione. Più il campo profughi è miserabile, meno la gente vorrà stabilirsi una volta per tutte nei Paesi che li ospitano. E dunque, un giorno, si farà ritorno a casa. Una etnicizzazione della storia dei rifuigiati che finisce per ignorare l'importanza delle relazioni economiche, sociali e culturali con i Paesi d'accoglienza.
    Contrariamente alla credenza popolarei campi profughi, secondo la tradizione il nutrimento stesso dell'identità nazionale palestinese, hanno prodotto oggi una nuova identità urbana ribelle piuttosto che una improntata all'identità nazionale. Siamo in presenza di una rottura definitiva tra le radici palestinesi e i campi, sempre più connessi ideologicamente e finanziariamente al campo salafita o al modello teocratico iraniano.
    Basta vedere come, nonostante oggi l'Olp cerchi di cooperare e interagire per calmare il conflitto con l'esercito libanese, molto attori locali rifiutano le direttive e premono per mantenere lo stato di eccezione. Nel nome del sostegno alla causa non si percepisce con chiarezza la forma di totalitarismo nazionalista che si sta coltivando nei campi. Lo vediamo all'università ogni giorno. Dieci anni fa meno di un terzo delle ragazze studenti portavano il velo islamico. Oggi, virtualmente, lo portano tutte, molte coprendosi anche il viso.
    Per noi palestinesi occorre ripensare i campi profughi. Non più uno spazio di risoluzione del conflitto, ma un luogo dove il radicalismo e il conflitto si alimentano contribuendo alla sua non soluzione. Occorre rafforzare la popolazione locale garantendo diritti civili e migliorando radicalmente le condizioni di vita e dello spazio urbano, connettendoli (in primis fisicamente) ai tessuti urbani delle città intorno a cui sono nati e si sono sviluppati. Con un trasparente modello di governo basato su elezioni locali.
    Nel dibattito che coinvolge i campi nei Paesi arabi l'individuo palestinese è invisibile. Le politiche delle organizzazioni umanitarie tendono a vedere i palestinesi come dei corpi da nutrire e a cui dare riparo, una "vita nuda" senza esistenza politica. I palestinesi sono silhouette, degli ogetti demografici, una massa politica di passaggio che attende il ritorno.
    L'approccio basato sui diritti dei palestinesi in quanto individui e collettività, con diritti civii ed economici ma anche con il diritto ad avere una città, si è perduto. I palestinesi giocano un ruolo minore nel "nuovo" Libano. Politicamente, economicamente e socialmente marginalizzati, costituiscono una setta minoritaria senza uno spazio riconosciuto e non più «l'avanguardia della rivoluzione». Questa setta è isolata nello spazio.
    Viviamo in un mondo in cui l'isolamento degli indesiderati o dei gruppi considerati a rischio e il loro confinamento in uno spazio di eccezione è visto come la sola condizione per la "libertà" di movimento delle persone "civilizzate" nell'arcipelago globale.

    Note:

    traduzione di Ivan Bonfanti

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