Non solo coltan
Quando si parla di Repubblica Democratica del Congo, e nello specifico della guerra che incancrenisce la provincia del Kivu, non si esprime quasi mai un’opinione politica chiara. Non in Italia, non negli ambienti dell’umanitario, siano essi della cooperazione, del volontariato, del disarmo, dell’aiuto sanitario e quant’altro. Escludo a-priori quelli della politica in senso stretto, perché non riesco, almeno allo stato attuale delle cose, a vedere nella politica ufficialmente intesa un’ipotetica forza alleata. È persino ovvio, da un certo punto di vista, che i giochi e i gioghi politici non abbiano alcun interesse ad informare l’opinione pubblica delle cause reali delle paventate “catastrofi umanitarie” se essi stessi ne sono la causa. Non c’è bisogno di grandi prove per affermare quanto appena affermato. Il ritardo del focus occidentale su tali catastrofi è ormai una tradizione e la storia, passata e recente, parla da sé. Oggi, come ieri, basterebbe qualche telefonata, fatta comodamente dal proprio salotto al salotto altrui, per evitare fiumane di sfollati, saccheggi, stupri, morti ammazzati per le strade del Kivu e non solo. Ma la realtà è un’altra, ed è l’ipocrisia dei summit, degli incontri ufficiali o informali per discutere sulle forme dell’intervento quando è ormai tardi. La politica internazionale sembrerebbe accordarsi solo su questo: sul ritardo.
Quello che però mi preme sottolineare in questa sede, è l’atteggiamento di quanti, giovani e meno giovani, arrancano nel tentativo disperato di “aiutare l’Africa”, come fastidiosamente si sente ancora dire. Parlo di tutti coloro che prendono partito senza rendersi conto di fare il gioco di chi vorrebbero combattere. Complice di ciò, la disinformazione, che in taluni ambienti, però, non assume le vesti di una disinformazione a tutto tondo, ma si camuffa sotto certi luoghi comuni e sentito dire che diventano automaticamente il marchio di un’appartenenza, sanciscono un riconoscimento e, dunque, un’auto-legittimazione, una legittimazione, cioè, interna all’ambiente stesso. Sì, è il coltan il problema, sei dei nostri: in certi ambienti il coltan va di moda, sei uno sfigato se non sai di cosa si tratta. Quello del coltan è appena un esempio: ci si esprime in termini di petrolio, diamanti, foreste o, più genericamente, “ricchezze naturali”. La sfera politica, generalmente, viene rimossa. Naturalmente ci sono eccezioni, persino egregie, ma, appunto, eccezioni. Fermo restando che è sempre meglio sapere piuttosto che non sapere, il problema nasce quando ci si ferma lì e lo si fa, più o meno inconsciamente, per una sorta di “accontentamento”, perché la propria coscienza viene placata con poco per cui, sapere qualcosa in più della propria zia, significa aver fatto il proprio dovere di tenersi informato, significa sentirsi “impegnato”. Allora, sebbene queste righe possano sembrare solo un’accusa, esse si propongono invece di essere un invito. E l’invito è, appunto, a non accontentarsi del proprio ruolo, nella onlus, in parrocchia, nell’ufficio di lavoro della ONG, nelle pagine di una rivista, perché accontentarsi sarebbe proprio ciò di cui qualcuno ha bisogno: placare, cioè, con un biscotto, una potenziale forza contraria. E poiché la forza contraria per eccellenza non potrebbe che essere l’accrescimento di consapevolezza dell’opinione pubblica, l’invito è quello di sfidare ogni ristagno, personale e collettivo.
Dietro il Kivu e dietro il coltan si tessono i fili complessi della geopolitica globale, dalla quale oggi nessuno può tirarsi indietro nascondendosi dietro luoghi comuni vecchi e nuovi. Quantomeno non possono farlo coloro che vorrebbero potersi dire impegnati senza virgolette. Il problema del Kivu, oggi, si chiama Nkunda, l’uomo che andrebbe consegnato alla giustizia ma che al mondo intero fa comodo tenere lì dov’è, anche per il coltan ma non solo. L’ONU dovrebbe smetterla di prendere in giro una popolazione di sessanta milioni di persone, che oggi come ieri e in ogni parte del paese deve ingegnarsi per guadagnarsi un pasto al giorno, riempire un bidone d’acqua, acquistare un gruppo elettrogeno. Il congolese, ormai, guarda disilluso l’operazione umanitaria più costosa della storia lavorare unicamente per equilibri internazionali che non portano niente alle sue condizioni di vita anzi, chiedono lo status quo di cui la comunità internazionale ha bisogno.
Oggi, che la Repubblica Democratica del Congo tenta la strada della stabilizzazione, oggi che la ricostruzione comincia faticosamente a prendere forma attraverso i primi, timidi cambiamenti – percepibili soprattutto nella capitale ma innegabili – quello che sta avvenendo di nuovo in Kivu è un’offesa all’umanità intera. Di questo, l’ONU, è il primo responsabile.


