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Darfur

Mandato d'arresto per Omar Bashir, chi lo eseguirà?

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Il Sudan è un Paese in guerra da oltre vent'anni. La 'prima guerra' si è scatenata tra il governo centrale e le milizie dello SPLA, insediate nel Sud del Paese, e si è avviata a conclusione con l'accordo di Pace firmato nel 2005. L'acccordo prevede un periodo di transizione che finirà nel 2011 quando ci sarà un referendum per l'autodeterminazione del Sud Sudan.
Il conflitto è sempre avvenuto lontano dall'interesse della comunità internazionale e dei grandi mass media occidentali. In Italia nel 1995 si è avviata una “Campagna per la Pace in Sudan” da parte di diverse associazioni, tutt'ora in corso (http://www.campagnasudan.it ), la cui newsletter è pubblicata anche sul nostro sito.

Nel 2003 si è scatenato il conflitto in Darfur, regione occidentale del Paese. Questo conflitto ha avuto una maggior attenzione da parte della politica internazionale e persino di star di Hollywood (un periodo sembrava quasi andassero di moda gli appelli per il Darfur). La guerra, tutt'ora in corso affonda le radici in molteplici ragioni economiche, ambientali e sociali e coinvolge principalmente il Justice and Equality Movement (JEM) e il Sudanese Liberation Army (SLA), ritenuti responsabili di alcuni attacchi contro l'esercito nazionale, contro i Janjawid, tribù nomadi di lingua araba principalmente di etnia Baggara, sostenuti dal governo di Omar Bashir.

Nel maggio 2006 è stato firmato il Darfur Peace Agreement, un primo difficilissimo tentativo di costruire la Pace, che però non coinvolge tutte le parti in causa. Nei mesi di luglio e agosto dello stesso anno i combattimenti sono ripresi, colpendo anche diverse organizzazioni umanitarie internazionali che sono arrivate a ipotizzare anche l'abbandono delle attività in Darfur.

L'azione dei Janjawid, accusati di sistematici attacchi nei confronti della popolazione civile di etnia Fur, Masalit e Zaghawa, supportati dai bombardamenti dell'esercito, è al centro del provvedimento della Corte Penale Internazionale. Un provvedimento che ha suscitato perplessità e proteste, sia nei tempi che nelle modalità.

Antonio Cassese, giurista internazionale che ha lungamente collaborato con la Corte stessa, in un'intervista a Radio Radicale pone due pesanti interrogativi. Innanzitutto come mai, per un provvedimento che generalmente ha caratteristiche di urgenza, si sono attesi sette mesi. E, in secondo luogo, perché non si è preferito un semplice mandato di comparizione davanti la Corte del presidente sudanese. Da rilevare che il mandato chiede alle autorità sudanesi l'arresto di Bashir, chiaramente e ovviamente impossibile (tecnicamente sarebbe un colpo di Stato), e ad altri Stati collaborazione. Una collaborazione impossibile perché la polizia di nessun Stato al mondo ha l'autorizzazione all'arresto, in virtù anche dell'immunità diplomatica.

Giulio Albanese, missionario comboniano e profondo conoscitore dei conflitti africani, sul sito del settimanale Vita, punta l'attenzione sul punto più importante di tutta la vicenda: la tragica urgenza di arrivare alla Pace, per porre fine al massacro della popolazione civile. L'atto della Corte Penale Internazionale rischia seriamente di pregiudicare un processo già fortemente accidentato. In questi pochi giorni Bashir ha già espulso diverse organizzazioni internazionali, unico baluardo umanitario in Darfur, e si è creata una profonda divisione nella comunità internazionale ( che già in questi anni non ha brillato d'iniziativa ...), con Cina e Russia che hanno preso le distanze dalla Corte.

Negli ultimi anni abbiamo già il caso di un processo di Pace fallito dopo un provvedimento da parte della Corte, quello del conflitto in Nord Uganda portato avanti dal Lord Resistence Army di Joseph Kony. Il rifiuto di accettare che Kony venisse giudicato in Uganda e non all'Aja è infatti alla base del fallimento delle trattative di pace, con il conflitto che recentemente si è esteso anche alla martoriata Repubblica Democratica del Congo.

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