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    Sudan, una pace da costruire

    Newsletter 30

    «Un trattato non basta: non dobbiamo mai dare per scontato che gli impegni presi sulla parola e quelli firmati su un pezzo di carta siano veramente mantenuti. Costruire la pace in Sudan è un'operazione a lungo termine».

    Marina Peter in Scommessa Sudan, 2006

    Indice

    I fatti

    Sudan, 1 / Bashir in Qatar: imbarazzo diplomatico

    Sudan, 2 / Nuovo inviato speciale americano

    Darfur, 1 / Scontri etnici: 34 morti

    Darfur, 2 / Ucciso un operatore umanitario

    Darfur, 3 / I ribelli: «Lasciate tornare le ong»

    Sud Sudan, 1 / Servono misure «drastiche» per la crisi economica

    Il contesto regionale

    Tour di Bashir in Egitto, Eritrea e Libia

    Raid israeliano contro trafficanti di armi in Sudan

    I documenti

    Allarme dopo l'espulsione delle ong

    La Campagna

    Chi siamo

    I fatti (Fonti: Afp, Al Jazeera, Ansa, Ap, Bbc, Misna, Reuters)

    Sudan, 1 / Bashir in Qatar: imbarazzo diplomatico

    Il 29 marzo il presidente sudanese Omar el Bashir è arrivato a Doha, capitale del Qatar, per partecipare il 31 marzo e il 1 aprile al vertice della Lega Araba. Il gesto costituisce un caso diplomatico, in quanto a inizio di marzo la Corte penale internazionale (Cpi) ha emesso un mandato di cattura internazionale contro Bashir, con l'accusa di crimini di guerra commessi in Darfur; al vertice è atteso anche il segretario generale dell'Onu, Ban Ki Moon. Mentre la Lega araba ha espresso più volte il proprio sostegno a Bashir, Ban Ki Moon ha sempre sostenuto il lavoro della Cpi. [vedi Newsletter 28 del 9 marzo 2009]. È la prima volta che un segretario generale delle Nazioni unite incontra un capo di stato di cui la Cpi ha chiesto l'arresto. Proprio quattro anni fa, il 31 marzo 2005, la risoluzione 1593 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aveva demandato al procuratore generale della Cpi, Luis Moreno-Ocampo, l'apertura l'inchiesta sul Darfur.

    Il Qatar è anche la sede dei colloqui di pace tra il governo di Khartoum e i ribelli del Darfur dello Jem. [vedi Newsletter 27 del 1 marzo 2009].

    Sudan, 2 / Nuovo inviato speciale americano

    Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha nominato l'ex generale J. Scott Gration nuovo inviato per il Sudan. Obama ha avuto un colloquio con Gration il 30 marzo, definendolo uno dei suoi più importanti consiglieri in materia di sicurezza nazionale. Obama ha inoltre sottolineato l'esigenza di escogitare un meccanismo per permettere alle ong di tornare a lavorare in Darfur. Gration è atteso in Sudan a partire dal 1 aprile.

    Darfur, 1 / Scontri etnici: 34 morti

    Tra il 20 e il 23 marzo scontri tra i clan fallata e habanya nel Darfur meridionale hanno causato almeno 34 morti. I combattimenti sarebbero cominciati con un attacco da parte degli uomini del clan fallata nella località di Afonna, dove i gruppi rivali erano alla ricerca di fonti idriche. Il consiglio di anziani habanya ha ordinato ai suoi uomini di mantenere la calma e di non cercare vendetta conto gli aggressori con il rischio di scatenare un sanguinoso conflitto. Gli anziani hanno detto di aspettare una risposta dal governo sull'accaduto. I clan habanya e fallata, stretti alleati dell’esecutivo di Khartoum nella lotta ai gruppi ribelli attivi nella regione, sono spesso al centro di scontri e dispute per il controllo del territorio e delle fonti d’acqua.

    Darfur, 2 / Ucciso un operatore umanitario

    Il 23 marzo Adam Khatir, un operatore umanitario sudanese dell'organizzazione canadese Fellowship for african relief (Far), è stato ucciso nel Darfur occidentale, non lontano dal confine con il Ciad. Un gruppo di uomini armati si sarebbe introdotto nell’abitazione di Khatir per rubargli il telefono satellitare; non avendolo trovato, uno degli assalitori avrebbe sparato uccidendolo.

    Darfur, 3 / I ribelli: «Le ong devono tornare»

    Lo Jem, uno dei principali gruppi ribelli attivi in Darfur, il 20 marzo ha annunciato la decisione di interrompere le trattative di pace in corso con il governo sudanese, a meno che Khartoum non decida di riammettere le organizzazioni umanitarie di recente espulse dalla regione. «Lo Jem - ha dichiarato il leader Khalil Ibrahim - ha deciso di non recarsi a Doha per la ripresa dei negoziati a meno che l’esecutivo del presidente Omar Hassan al Beshir non riammetta le 13 organizzazioni non governative espulse a tornare in Darfur, perché le organizzazioni sudanesi non sono in grado di sostituirle». Secondo lo Jem la decisione di Bashir costituisce inoltre una violazione dell'accordo di buona volontà firmato in Qatar in febbraio [vedi Newsletter 27 del 1 marzo 2009].

    Khartoum aveva espulso le ong poche ore dopo che la Corte penale internazionale (Cpi) aveva spiccato un mandato di cattura contro il presidente Beshir per «crimini di guerra e contro l’umanità» commessi in Darfur.

    Pochi giorni dopo la dichiarazione dello Jem anche Abdel Wahid Al-Nur, leader dell'altro principale gruppo ribelle del Darfur, lo Slm, ha chiesto alla comunità internazionale di organizzare un intervento umanitario in Darfur, sottolineando che nei campi di raccolta molti sfollati si rifiutano di ricevere aiuti dai dipendenti del governo che hanno sostituito gli operatori umanitari delle ong espulse agli inizi di marzo.

    Sud Sudan, 1 / Servono misure «drastiche» per la crisi economica

    Il governo del Sud Sudan teme la crisi economica e vuole prendere misure «drastiche» per prevenire rischi maggiori, visto che la situazione è molto «seria», secondo il portavoce del governo Gabriel Changson Chang. L'esecutivo ha istituito un gruppo di lavoro a cui partecipano tra gli altri anche il governatore della Banca del Sud Sudan, Elijah Malok Aleng, e alcuni esperti della Banca Mondiale. Il 93% del budget a disposizione del governo del Sud Sudan dipende dalle rendite petrolifere, stabilite a partire dagli accordi di pace del 2005. Il prezzo del greggio sul mercato internazionale si è più che dimezzato nell'ultimo anno.

    Il contesto regionale

    Tour di Bashir in Egitto, Eritrea e Libia

    (In evidenza)

    Nonostante ci sia un mandato della Corte penale internazionale (Cpi) che chiede di arrestarlo e processarlo per crimini di guerra e contro l'umanità, il presidente del Sudan Omar el Bashir si è recato in pochi giorni in visita ufficiale in Eritrea, Egitto e Libia. Per molti osservatori il tour diplomatico di Bashir è stato proprio un tentativo di raccogliere consensi contro la decisione della Cpi e una dimostrazione al mondo che il mandato di cattura della Cpi è di fatto irrilevante.

    Il 24 marzo Bashir ha incontrato all'Asmara il collega eritreo Afewerki. Il 25 è arrivato al Cairo per incontrare il presidente egiziano Hosni Mubarak. In entrambe le capitale Bashir è stato accolto in aeroporto da canti e balli; sui mezzi di informazione locali è stato data buona visibilità alla notizia. Insieme a Bashir viaggiavano il ministro degli esteri Deng Alor, il ministro degli affari presidenziali Bakri Hassan Saleh e il capo dei servizi di intelligence sudanesi Salah Gosh. Nel complesso si trattava dunque di una delegazione di altissimo profilo.

    Il 26 marzo Bashir e gli altri esponenti del governo arrivano a Sirte per incontrare il leader libico Muhammar Gheddafi. Questi, che è anche il presidente di turno dell'Unione africana, un paio di giorni dopo ha definito la Cpi una nuova forma di «terrorismo globale».

    Il 23 marzo Bashir aveva ricevuto a Khartoum il presidente somalo Sheikh Sharif Sheikh Ahmed. Bashir ha rivolto un appello ai paesi arabi, africani e a quelli a maggioranza islamica affinché supportino il nuovo governo somalo a riportare pace, sicurezza e stabilità nel paese. Sheikh Sharif ha ricambiato dichiarando che «il mandato di arresto spiccato contro il presidente di uno stato sovrano offende la dignità e l’autonomia del Sudan».

    Raid israeliano contro trafficanti di armi in Sudan

    Alcuni mezzi di informazione internazionale, tra cui la rete televisiva statunitense Cbs, negli ultimi giorni di marzo hanno rivelato che le forze aere israeliane avrebbero compiuto tra fine gennaio e inizio di febbraio due raid in Sudan, per colpire convogli di armi dirette in Egitto e da qui a Gaza, per rifornire i miliziani di Hamas. Il settimanale inglese Time il 30 marzo ha scritto che Israele avrebbe impiegato decine tra aerei e droni. Il quotidiano israeliano Haaretz ha dato molto spazio alla vicenda, scrivendo che gli israeliani avevano avvertito gli americani della decisione di effettuare il raid. A loro volta gli americani, sempre secondo Haaretz, avrebbero avvisato il governo del Sudan di impedire qualsiasi forma di contrabbando di armi sul territorio sudanese a favore di Hamas, perché questo non sarebbe stato accettato.

    Solo dopo queste inchieste giornalistiche – e quindi due mesi dopo il fatto - il ministro dei Trasporti sudanese, Mabrouk Mubarak Salim, ha dichiarato alla rete televisiva al Jazeera che i due attacchi sono stati lanciati lo scorso gennaio da aerei dell'aviazione israeliana in territorio sudanese, vicino alla città di Port Sudan. Secondo il ministro i convogli non trasportavano armi ma migranti clandestini (sudanesi, somali, etiopi ed eritrei): complessivamente sarebbero morte 800 persone. Secondo fonti di origine americane e israeliane i morti sarebbero stati invece 39 e si sarebbe trattato di un carico di armi. In mancanza di spiegazioni ufficiali definitive, il fatto rimane un intrico internazionale.

    Il 12 il presiedente sudanese Omar el Bashir era andato a Damasco per discutere con il colega siriano Assad un modo per fermare l'offensiva israeliana nella Striscia di Gaza, controllata dal movimento palestinese di Hamas. In Siria Bashir aveva incontrato anche il leader di Hamas, Khaled Meshaal. [vedi Newsletter 24 del 15 gennaio 2009].

    I documenti

    Allarme dopo l'espulsione delle ong

    A meno di un mese dall'espulsione di 13 ong internazionali e dalla chiusura di tre ong nazionali, impegnate in operazione umanitarie in Darfur e in altre aree segnate dai conflitti in Sudan (Blue Nile, Kordofan meridionale, Abyei e le regioni orientali) sono stati pubblicati rapporti e analisi che cercano di disegnare i possibili scenari futuri.

    È datato 20 marzo l'articolo di Irin (l'agenzia di informazione collegata a Ocha, l'agenzia delle Nazioni Unite che coordina le operazioni umanitarie) che offre uno scorcio del probabile evolversi delle tensioni sul territorio sudanese e lungo i suoi confini. L’annuncio della nazionalizzazione, entro un anno, di tutta l’assistenza umanitaria nel paese, sembra rappresentare il principale nodo da sciogliere per evitare un progressivo deterioramento delle relazioni tra Nord e Sud del paese. Di fronte ad uno dei partner del governo di unità nazionale apertamente contrario al ritorno delle ong e a intere aree colpite dai conflitti, completamente abbandonate a loro stesse, il processo di pace sembra farsi più difficile. Sempre meno rassicurante è inoltre la relazione con il vicino Ciad, con cui da anni si ripetono gli scontri e in cui risiedono al momento più di 250.000 rifugiati. Il link al documento integrale, in inglese, è www.irinnews.org/Report.aspx?ReportId=83556 .Sempre sul sito di Irin è disponibile un altro articolo, appena pubblicato (31 marzo), che riprende la descrizione delle dinamiche territoriali interne, rivolgendo particolare attenzione alle condizioni delle tre aree di transizione e dell’est del paese. Il link è www.irinnews.org/Report.aspx?ReportId=83708 .

    Si concentra sull’emergenza umanitaria nel Nord e nell’Est Sudan anche il rapporto di 18 pagine pubblicato il 26 marzo da Alnap e dall’Humanitarian Policy Group odi.org.uk/resources/external/2009/03/agency-expulsion-sudan.pdf che analizza lo stato attuale della crisi umanitaria e l’impatto che l’espulsione delle ong potrebbe avere sul territorio, senza perdere di vista le incidenze sull’implementazione del processo di pace.

    Le immediate conseguenze della partenza delle ong internazionali sono analizzate nel dettaglio dal documento di di 51 pagine del 24 marzo, relativo a un rilevamento dei bisogni condotto sul campo congiuntamente da Onu e governo sudanese. L’analisi del lavoro delle ong espulse, rapportata al numero di beneficiari diretti, alle aree di intervento e alla situazione sul territorio, lasciano poco spazio ai dubbi: l’assenza delle organizzazioni non governative lascia un vuoto difficile da colmare soprattutto nelle aree più colpite dall’emergenza umanitaria. Questo il link al documento integrale: http://reliefweb.int/rw/RWFiles2009.nsf/FilesByRWDocUnidFilename/SODA-7QFT8D-full_report.pdf/$File/full_report.pdf . (A cura di Cristiana Paladini)

    La Campagna Sudan

    Chi siamo

    La Campagna italiana per il Sudan è una campagna nazionale di informazione, sensibilizzazione ed advocacy che opera dal 1994. Raggruppa organizzazioni della società civile italiana (Acli Milano e Cremona, Amani, Arci, Caritas ambrosiana, Caritas italiana, Mani Tese, Ipsia Milano, Missionari e missionarie comboniane, Nexus, Pax Christi) e lavora in stretta collaborazione con enti pubblici e privati italiani e con varie organizzazioni della società civile sudanese. In Italia la Campagna ha fatto conoscere la situazione del Sudan e ha sostenuto i processi volti al raggiungimento di una pace rispettosa delle diversità sociali, etniche, culturali, religiose della sua popolazione. Per informazioni: www.campagnasudan.it.

    Contatti: Cristina Sossan, segreteria Campagna Sudan, telefono 02-7723285, segreteria@campagnasudan.it

    Questa Newsletter, aggiornata al 31 marzo 2009, è a cura di Diego Marani. Si ringraziano le Acli di Cremona (www.aclicremona.it ) e Cristiana Paladini per la collaborazione.

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