Conflitti

RSS logo

Aiuta PeaceLink

Sostieni la telematica per la pace:

  • c.c.p. 13403746 intestato ad Associazione PeaceLink, C.P. 2009 - 74100 Taranto (TA)
  • conto corrente bancario n. 115458 c/o Banca Popolare Etica, intestato ad Associazione PeaceLink (IBAN: IT05 B050 1802 4000 0000 0115 458)
Motore di ricerca in

PeaceLink News

...

    Sudan, una pace da costruire

    Newsletter 32

    «Un trattato non basta: non dobbiamo mai dare per scontato che gli impegni presi sulla parola e quelli firmati su un pezzo di carta siano veramente mantenuti. Costruire la pace in Sudan è un'operazione a lungo termine».

    Marina Peter in Scommessa Sudan, 2006
    16 giugno 2009

    Indice

    I fatti

    Sud Sudan / Ancora centinaia di morti in scontri etnici, cresce l'instabilità


    Darfur, 1 / L'Onu: «Ormai è una guerra a bassa intensità di tutti contro tutti»


    Darfur, 2 / Minnawi: «Situazione umanitaria deteriorata, tornino le ong»


    Darfur, 3 / Altri 11 ribelli dello Jem condannati a morte


    Darfur 4 / Ripresi i colloqui di pace in Qatar


    Sudan, 1 / Approvato il censimento


    Sudan, 2 / Critiche sulla proposta di riforma della legge sulla libertà di stampa

    Il contesto regionale

    Continua il tour di Bashir

    I documenti

    Ciad / Nuovo rapporto di International Crisis Group


    Eritrea / Secondo Human Rights Watch è «una gigantesca prigione»

    La Campagna

    Chi siamo

    I fatti (Fonti: Afp, Al Jazeera, Ansa, Ap, Bbc, Misna, Reuters)

    Sud Sudan / Ancora centinaia di morti in scontri etnici, cresce l'instabilità

    (In evidenza)

    Tra il 18 aprile e il 19 aprile almeno 177 persone sono rimaste uccise nella contea di Akopo, stato di Jonglei, in seguito ad attacchi di gruppi di etnia murle che hanno razziato e distrutto almeno 12 villaggi abitati da popolazioni di etnia luo-nuer.

    Le battaglie tra i due gruppi continuano ormai da mesi: nella seconda settimana di marzo nelle zone rurali dello stato di Jonglei c'erano stati centinaia di morti [vedi Newsletter 29 del 17 marzo]. L'attacco dei murle in aprile pare essere una rappresaglia rispetto alla battaglia scatenata dai luo nuer in marzo; questi ultimi però avevano detto di aver agito per vendicare una razzia murle avvenuta in gennaio, in cui sarebbero stati rubati circa 50mila capi di bestiame. Le accuse incrociate ormai non si contano e le autorità locali non sembrano essere in grado di interrompere la spirale di violenza. Il presidente del Consiglio legislativo della regione, Judy Jonglei, il 22 aprile ha dichiarato che una delegazione murle e una luo nuer si sono incontrate a Juba (la capitale del Sud Sudan) e hanno raggiunto una sorta di cessate-il-fuoco.

    Ormai il problema della diffusione delle armi tra la popolazione civile e quello degli scontri interetnici è diventato uno dei principali problemi del Sud Sudan, in grado di mettere a rischio non solo la stabilità del governo e gli equilibri interni allo Splm, ma anche l'intero accordo di pace tra Nord e Sud.

    La diffusione dei conflitti interetnici in altre zone del Sud rende la situazione ancora più grave: il 24 aprile almeno 20 persone sono state uccise e 37 ferite in uno scontro presso la località di Yar, nella zona a nord di Rumbek, nello stato dei Laghi. Sembra che il conflitto a fuoco sia iniziato a causa di una tentata razzia di bestiame.

    Le armi leggere in Sud Sudan sono assai diffuse tra la popolazione locale; il governo del Sud Sudan, dopo la fine della guerra civile contro il Nord (gennaio 2005), ha provato per due volte a completare un'operazione di disarmo, senza ottenere i risultati sperati. [vedi Newsletter 31 del 15 aprile 2009].

    Darfur, 1 / L'Onu: «Ormai è una guerra a bassa intensità di tutti contro tutti»

    Il conflitto in Darfur è diventato «una guerra di tutti contro tutti trasformandosi da una guerra vera e propria, come era nel 2003-2004, quando migliaia di persone sono state uccise, a un conflitto di bassa intensità»: ne è convinto il capo della missione congiunta Onu-Ua nella regione, Rodolphe Adada secondo cui - come riferisce il quotidiano Sudan Tribune - «tutto questo è avvenuto anche a causa della crisi con la Corte penale internazionale (Cpi) che ha sepolto il processo politico sudanese, polarizzando le posizioni e indebolendo quelle forze che lottavano per favorire il consenso e il dialogo». Adada ha ricordato che la decisione di Khartoum di espellere 13 organizzazioni non-governative dal Darfur, dopo averle accusate di aver «inventato» informazioni da fornire alla Cpi, ha creato «un'interruzione nel flusso di aiuti e servizi» alla popolazione e agli sfollati.

    Adada ha precisato che circa il 69% dei 26.000 uomini della missione congiunta sono stati dispiegati sul terreno, mentre la forza funziona «a circa un terzo della sua piena capacità» a causa delle continue difficoltà logistiche, tra cui la mancanza di elicotteri da trasporto. «Il Darfur oggi è un conflitto di tutti contro tutti» - ha concluso Adada «le forze governative si scontrano con i movimenti armati. I movimenti armati lottano tra loro; i membri delle forze di sicurezza governative combattono l'uno contro l'altro e contro le milizie. Tutte le parti hanno ucciso civili».

    Darfur, 2 / Minnawi: «Situazione umanitaria deteriorata, tornino le ong»

    Minni Minnawi, consigliere del presidente Bashir per il Darfur e unico leader ribelle ad avere firmato un accordo con il governo, ha dichiarato in un'intervista alla televisione Al Jazeera che da quando il governo ha espulso 13 ong straniere e ne ha chiuso tre sudanesi la situazione umanitaria in Darfur è peggiorata. Minnawi ha lanciato un appello per far tornare le ong espulse e ha accusato il partito di Bashir di boicottare sistematicamente l'applicazione dell'accordo di pace per il Darfur firmato nel 2006.

    Darfur, 3 / Altri 11 ribelli dello Jem condannati a morte

    Il 26 aprile un tribunale di Khartoum ha condannato a morte 11 appartenenti allo Jem, uno dei principali gruppi ribelli in Darfur, giudicandoli colpevoli di «terrorismo» per aver partecipato al tentativo di entrare nella capitale, Khartoum, che il 10 maggio 2008 provocò oltre 200 vittime. Sono così finora 82 le persone condannate a morte da quando sono iniziati i processi. Non è ancora stata eseguita alcuna condanna: per essere applicati i verdetti devono essere confermati dalla massima autorità giudiziaria sudanese e controfirmati dal presidente Bashir.

    Lo Jem non accetta la decisione in quanto le condanne, secondo i suoi leader, violano la costituzione sudanese e le leggi internazionali sul trattamento dei prigionieri di guerra. Inoltre, sempre secondo lo Jem, il governo di Khartoum si era formalmente impegnato a considerare i miliziani catturati come prigionieri di guerra (e quindi non come «terroristi») durante i colloqui di pace in Qatar, nello scorso febbraio, dove le due parti avevano firmato un accordo di buona volontà. [vedi Newsletter 27 del 1 marzo 2009]. Anche per questo motivo lo Jem ha dichiarato che non parteciperà più ai colloqui di pace.

    Darfur 4 / Ripresi i colloqui di pace in Qatar

    Il 26 aprile sono ripresi a Doha, in Qatar i colloqui di pace sul Darfur; si sono trovati i rappresentati del governo di Khartoum da una parte, tre fazioni minori dell'Esercito di liberazione del Sudan (Sla) e le Forze rivoluzionarie unite (Urf) dall'altra. Non erano presenti invece i delegati dei due gruppi ribelli principali, lo Jem e la fazione più grande dello Sla.

    Sudan, 1 / Approvato il censimento

    Sono stati approvati dal governo i risultati del primo censimento nazionale in Sudan dal 1956, considerato un passaggio cruciale in vista delle elezioni presidenziali e legislative in programma nel febbraio 2010. Il 26 aprile il ministro per gli Affari presidenziali, Bakri Hassan Saleh, ha dichiarato che il censimento indica una popolazione complessiva di 39 milioni e 150.000 abitanti. Nessuna altra informazione è stata diffusa sul peso demografico delle varie regioni, in particolare del Darfur e del Sud Sudan. In febbraio un quotidiano sudanese aveva sostenuto che il censimento fissava la popolazione del Darfur a 7,5 milioni e a 8,2 milioni quella del Sud. Uno degli aspetti per cui la ripartizione del peso demografico della varie regione del Sudan è un tema così delicato sta nelle dichiarazioni da parte di esponenti dell'Splm di non essere disposti ad accettare una quota di sudsudanesi inferiore a un terzo della popolazione complessiva, ritenendo altrimenti i risultati del censimento non credibili.

    Sudan, 2 / Critiche sulla proposta di riforma della legge sulla libertà di stampa

    Nell'ultima settimana di aprile il Parlamento sudanese ha iniziato a esaminare e discutere la proposta di legge inviata dal governo sulla libertà di stampa. Si tratta di una legge molto attesa in vista delle elezioni politiche generali in programma nel febbraio 2010, perché finora la stampa sudanese è regolarmente sottoposta a censura, così come i giornalisti sono spesso controllati e tenuti sotto pressione dai servizi di sicurezza. [vedi Newsletter 27 del 1 marzo 2009]. L'organizzazione di monitoraggio dei diritti umani Human Rights Watch e numerosi esponenti della società civile sudanese hanno però commentato in modo assai negativo la proposta di legge del governo, dicendo che essa contiene norme ancora più restrittive di quelle attuali.

    (Il contesto regionale)

    Continua il tour di Bashir

    Il 21 e il 22 aprile il presidente sudanese Omar el Bashir ha visitato Addis Abeba, capitale dell'Etiopia e sede dell'Unione africana. Il viaggio in Etiopia è il quinto di Bashir da quando lo scorso 4 marzo la Corte penale internazionale dell'Aja ha spiccato un mandato di arresto nei suoi confronti con l'accusa di crimini di guerra e contro l'umanità in Darfur. Il governo etiopico ha già annunciato che non terrà conto del pronunciamento della Cpi; dal 4 marzo Bashir ha visitato Eritrea, Libia, Egitto e Qatar. Il viaggio in Egitto [vedi Newsletter 30 del 1 aprile 2009] ha dato ulteriori segnali del posizionamento del Sudan di Bashir sullo scacchiere internazionale: secondo la stampa egiziana Bashir ha dichiarato che le armi per i ribelli del Darfur arrivano dalla Libia attraverso il Ciad. Inoltre Bashir ha lodato il movimento islamico libanese Hezbollah: «Ci fidiamo di loro e della loro leadership e pensiamo che Hezbollah sia un vero movimento di resistenza che merita rispetto e onore» e ha ricordato ancora una volta che «il vero nemico è Israele». Hezbollah è dichiaratamente sostenuto dall'Iran.

    I documenti

    Ciad / Nuovo rapporto di International Crisis Group

    Il recente rapporto redatto da Intenational Crisis Group (un centro studi indipendente sulla prevenzione e il monitoraggio dei conflitti) è intitolato Chad: Poweder Keg in the East ed è datato 15 aprile. Il documento mette in luce la precarietà della situazione nell'est del Ciad e le possibili influenze sulla stabilità dell'intera regione, in particolare sul confinante Darfur. Per gli autori le politiche attuate nell'area dai presidenti Hissen Habre prima e Idriss Deby poi non solo «hanno fallito nell'assicurare il benessere e la sicurezza della popolazione», ma hanno anche «alimentato le tensioni e le rivalità tra gruppi di differenti etnie. Per più di cinque anni, Deby ha strumentalizzato i problemi nati nell'est del Ciad con il solo scopo di rimanere al potere». Inoltre «il presidente in carica ha diviso i propri oppositori a livello locale, limitandone anche lo spazio politico a livello nazionale». In questo scenario l'aggravarsi della crisi sudanese in Darfur e le difficoltà legate ai rifugiati dal Sudan hanno portato ad una situazione «esplosiva»; «la comunità internazionale dovrebbe prendere atto di questo ed affrontare le radici della crisi, assumendo un ruolo più propositivo». Per esempio spingendo il governo ad organizzare un incontro sul conflitto nell'est, aperto sia ai rappresentati del governo sia ai gruppi ribelli. Secondo le intenzioni degli autori un incontro così strutturato potrebbe essere l'occasione per affrontare le cause politiche dell'instabilità nell'est ponendola in un adeguato quadro di riferimento internazionale. Si può leggere il rapporto in edizione integrale, in inglese, a questo indirizzo internet: www.crisisgroup.org/home/index.cfm?id=6055&l=1 (a cura di Mauro Platè).

    Eritrea / Secondo Human Rights Watch «è una gigantesca prigione»

    Il rapporto sull'Eritrea appena pubblicato dall'organizzazione di monitoraggio delle violazioni dei diritti umani Human Rights Watch (Hrw) dipinge una situazione particolarmente critica nel paese del Corno d'Africa. Il documento di 95 pagine, intitolato Service for Life: State Repression and Indefinite Conscription in Eritrea,

    è basato su una ricerca condotta dal settembre 2008 al gennaio 2009; raccoglie le testimonianze di numerose e costanti violazioni dei diritti umani nei confronti della popolazione. Il regime repressivo imposto dal 2001 dal presiente Afewerki limita severamente la libertà di stampa e di espressione, di associazione e di culto. Torture, arresti arbitrari, lavori forzati, sparizioni, sono alcuni dei capi di accusa nei confronti di un apparato statale che schiaccia il sistema giudiziario nel tentativo di mantenere l'ordine. Il documento inizia con una sintesi del contesto storico e politico del paese, concentrandosi sulle tensioni ancora presenti tra Etiopia ed Eritrea, che condizionano la politica estera. Seguono nel dettaglio le descrizioni degli abusi, documentate dalle testimonianze raccolte. Un intero capitolo è dedicato ai cittadini in fuga dal paese, molti dei quali sono arrestati prima di riuscire a varcare i confini nazionali, e spesso scompaiono. Hrw chiede al governo eritreo di poter entrare nelle sue prigioni, ma fa anche richiesta esplicita alla comunità internazionale affinché monitori la situazione, vincoli le donazioni al paese al rafforzamento delle libertà e dei diritti e non rimpatri i profughi eritrei, neppure nel caso in cui sia negato loro dai paesi di arrivo lo status di rifugiato. Si può leggere e scaricare il rapporto in edizione integrale, in inglese, all'indirizzo internet: www.hrw.org/sites/default/files/reports/eritrea0409web_0.pdf

    (a cura di Cristiana Paladini).

    La Campagna Sudan

    Chi siamo

    La Campagna italiana per il Sudan è una campagna nazionale di informazione, sensibilizzazione ed advocacy che opera dal 1994. Raggruppa organizzazioni della società civile italiana (Acli Milano e Cremona, Amani, Arci, Caritas ambrosiana, Caritas italiana, Mani Tese, Ipsia Milano, Missionari e missionarie comboniane, Nexus, Pax Christi) e lavora in stretta collaborazione con enti pubblici e privati italiani e con varie organizzazioni della società civile sudanese. In Italia la Campagna ha fatto conoscere la situazione del Sudan e ha sostenuto i processi volti al raggiungimento di una pace rispettosa delle diversità sociali, etniche, culturali, religiose della sua popolazione. Per informazioni: www.campagnasudan.it .

    Contatti: Cristina Sossan, segreteria Campagna Sudan, telefono 02-7723285, segreteria@campagnasudan.it

    Questa Newsletter, aggiornata al 30 aprile 2009, è a cura di Diego Marani. Si ringraziano le Acli di Cremona (www.aclicremona.it ), Mauro Platè e Crisitana Paladini per la collaborazione.

    PeaceLink C.P. 2009 - 74100 Taranto (Italy) - CCP 13403746 - Informativa sulla Privacy - Informativa sui cookies