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7 dicembre 2009

Indice

 

 

I fatti

Sudan, 1 / La corte dell'Aja ridisegna i confini di Abyei

 (In evidenza)

 

Sudan, 2 / Giornalista rischia 40 frustrate per «abbigliamento indecente»

 

Sudan, 3 / Gli Usa: «Rivedere le sanzioni contro Khartoum»

 

Sudan, 4/ Il Sudafrica: «Pronti ad arrestare Bashir»

 

Darfur, 1 / Riprendono i colloqui di pace

 

Darfur, 2 / Prolungata missione Onu: «Sensibili progressi nelle condizioni di sicurezza»

Il contesto regionale

Khartoum accusa la Francia di sostenere i raid aerei del Ciad in Darfur

 

Nilo / I paesi del bacino non trovano l'accordo

I documenti

Rapporto dell'Icg / Il Sudan e la corte penale internazionale

La Campagna

Chi siamo

I fatti (Fonti: Afp, Al Jazeera, Ansa, Ap, Bbc, Irin, Misna, Reuters)

Sudan, 1 / La corte dell'Aja ridisegna i confini di Abyei

 

(In evidenza)

Il 22 luglio La corte permanente di arbitrato dell'Aja si è pronunciata per una ridefinizione dei confini di Abyei, la regione nel centro del Sudan, ricca di petrolio e contesa dal Nord e dal Sud Sudan. La disputa sui confini era divenuta nel corso degli ultimi anni uno dei principali ostacoli per la piena realizzazione degli accordi di pace globali (Cpa) del 2005 tra Nord e Sud-Sudan.

La corte di arbitrato ha deciso di ridisegnare i confini - contestati dalle autorità di Khartoum - con un ridimensionamento (a nord e a est) della regione. Il nuovo tracciato implica che il governo di Khartoum avrà il pieno controllo delle zone settentrionali ricche di petrolio, che facevano finora parte di Abyei. Dopo essere stata a lungo parte dell'amministrazione del Nord, la regione ha ricevuto un mandato speciale che la rende indipendente dalle autorità di Khartoum o di Juba.

In passato, per deciderne lo status definitivo erano state formate diverse commissioni, composte da esperti di entrambe le parti, che però non sono mai riuscite a raggiungere un compromesso condiviso. Inoltre la regione è da tempo teatro di scontri tra i clan misserya, legati al governo di Khartoum e i clan ngok dinka fedeli alle autorità del Sud, spesso in conflitto anche per ragioni di pascolo e di bestiame. Solo nell'ultimo anno, i combattimenti tra gruppi delle due comunità hanno causato la morte di un centinaio di persone e costretto alla fuga diverse migliaia di abitanti. Nel dicembre 2008 i responsabili del governo centrale e del Sud-Sudan hanno deciso di rivolgersi all'arbitrato dell'Aja impegnandosi a rispettarne la decisione; in base agli accordi della pace firmata tra Nord e Sud nel 2005, nel 2011 Abyei dovrà decidere, tramite un referendum, se essere parte del Nord con uno statuto speciale o essere integrata al Sud Sudan; anche quest'ultimo, sempre tramite un referendum, dovrà decidere l'eventuale indipendenza da Khartoum.

I responsabili del governo di Khartoum e gli ex ribelli del movimento di liberazione del popolo sudanese (Splm) - ora membri del governo di unità nazionale e a capo del governo del Sud-Sudan - hanno definito il pronunciamento della corte «un buon compromesso». Entrambe le parti si sono impegnate a rispettare la decisione della corte. «La decisione è ragionevole e costituirà una base solida per le future decisioni relative alla regione» ha detto il ministro degli Esteri sudanese Deng Alor.

Al di là delle dichiarazioni ufficiali, la decisione su Abyei ha comunque fatto discutere. I leader tradizionali dinka, il 28 luglio,  hanno accusato Khartoum di fomentare l'inimicizia tra misserya e dinka nogok, sottolineando che il problema per i i dinka non è con i missirya, ma con il governo. «Se non ci fosse il petrolio in Abyei, il governo non avrebbe scatenato la guerra tra dinka e misserya», ha dichiarato il capo Deng Arop. Anche i misserya hanno accusato il governo di non aver sufficientemente protetto i loro interessi.

Un altro punto che ha già aperto discussioni è quello relativo alla zona dei campi di petrolio attorno a Heiglig, assegnata al Nord. La questione di Abyei, sia per gli aspetti economici sia per quelli politici è di importanza strategica per le sorti dell'intero Sudan [vedi Newsletter 5 del 15 marzo 2008 e Newsletter 6 del 1 aprile 2008].

 

Sudan, 2 / Giornalista rischia 40 frustrate per «abbigliamento indecente»

Lubna Hussein è una giornalista sudanese accusata di comportamenti indecenti in luogo pubblico per aver indossato un paio di pantaloni in un ristorante di Khartoum, all'inizio di luglio. La donna rischia la pena di quaranta frustrate (nella capitale sudanese vige una forma piuttosto rigida della sharia, la legislazione islamica). La notizia è stata ripresa dai mezzi di informazione di tutto il mondo. Un giudice di Khartoum, considerando che Lubna Hussein lavora anche per le Nazioni Unite, ha consigliato alla donna di appellarsi all'immunità diplomatica goduta dai funzionari Onu. Il 30 luglio però Lubna Hussein ha pubblicamente rinunciato a questo trattamento di favore, dicendo durante il processo di voler continuare la propria battaglia con l'obiettivo di determinare una riforma una legge che la donna considera «inumana». Anzi, Lubna Hussein ha dichiarato «Voglio dare le dimissioni dalle Nazioni Unite, per risolvere la vicenda». La donna al momento dell'arresto si trovava insieme ad altre 12 colleghe, alcune delle quali sarebbero state immediatamente punite con 10 frustate e una multa.

 

Sudan, 3 / Gli Usa: «Rivedere le sanzioni contro Khartoum»

Il 30 luglio l'inviato speciale americano per il Sudan, Scott Gration, ha criticato  le sanzioni degli Stati Uniti nei confronti del governo di Khartoum, dicendo che ostacolano gli sforzi diplomatici per risolvere vari conflitti nell'Africa orientale. Gration ha parlato alla commissione esteri del Senato. Gration ha anche sostenuto che oggi le sanzioni colpiscono (direttamente e indirettamente) soprattutto il Sud Sudan. Secondo Gration inoltre non esistono più prove per affermare che il governo del Sudan stia ancora sostenendo il terrorismo internazionale. Gli Stati Uniti in queste ultime settimane hanno dato forti segnali sia nel voler proseguire il dialogo con Khartoum [vedi Newsletter 37 del 15 luglio 2009] sia nel sostenere la pace tra Nord e Sud [vedi Newsletter 36 del 1 luglio 2009].

 

Sudan, 4/ Il Sudafrica: «Pronti ad arrestare Bashir»

Il 30 luglio Ayande Ntsaluba, direttore generale del ministero degli esteri del Sudafrica, ha dichiarato: «Se oggi il presidente del Sudan, Omar el Bashir, mettesse piede in Sudafrica, verrebbe immediatamente arrestato». La Corte penale internazionale ha infatti emesso a marzo un mandato di cattura internazionale contro Bashir, accusandolo di crimini di guerra e crimini contro l'umanità commessi in Darfur.

All'inizio di luglio l'Unione africana, riunita a Sirte in Libia, aveva invitato i paesi africani a non cooperare con la Corte penale internazionale, scatenando molte polemiche. [vedi Newsletter 37 del  15 luglio 2009]. 

In Africa,  in appoggio al trattato di Roma, è partita una mobilitazione della società civile: in un comunicato diffuso il 30 luglio  oltre 130 organizzazioni hanno invitato i governi a rispettare gli impegni presi con la Cpi.

In Sudafrica si è giocata una partita particolare: il presidente Jacob Zuma aveva dichiarato che avrebbe seguito i consigli della Ua di non cooperare con la Cpi; un gruppo di rappresentanti della società civile sudafricana (tra cui il premio Nobel per la pace Desmond Tutu e Richard Goldstone, già procuratore del Tribunale internazionale per i crimini in Rwanda e in ex Yugoslavia) gli ha ricordato che il Sudafrica - avendo firmato il trattato di Roma e avendo inserito un articolo specifico nella propria costituzione nazionale - non può non collaborare con la Cpi.

 

Darfur, 1 / Riprendono i colloqui di pace

Riprenderanno agli inizi di agosto, a Doha in Qatar, i colloqui di pace tra governo sudanese e gruppi ribelli armati attivi nella regione occidentale del Darfur: lo ha annunciato il mediatore della missione congiunta dell'Onu e dell'Unione Africana (Unamid) Djibril Bassolé, il quale spera che «che un nuovo turno di colloqui riesca a coinvolgere il maggior numero di movimenti possibile»; l'obiettivo è «un cessate-il-fuoco generalizzato, per migliorare le condizioni di vita della popolazione». La squadra di mediatori di cui Bassolé è a capo è in contatto permanente con il capo del gruppo Sla, Abdul Wahid Mohammed Nur - che finora ha sempre rifiutato di sedersi al tavolo dei negoziati - per convincerlo a partecipare ai prossimi colloqui. Il gruppo dello Jem ha invece chiesto di tenere colloqui "separati" con il governo, ma Bassolé ha risposto che continuerà ad insistere perché il capo del movimento, Khalil Ibrahim, capisca che una pace durevole non può essere ottenuta se non con la partecipazione di tutti i movimenti.

 

Darfur, 2 / Prolungata missione Onu: «Sensibili progressi nelle condizioni di sicurezza»

Il 30 luglio il consiglio di sicurezza delle Nazioni unite ha prolungato, votando all'unanimità, la missione dei caschi blu in Darfur per un altro anno, con l'obiettivo di proteggere i civili e di permettere il lavoro degli operatori umanitari. Secondo l'Onu la situazione dei civili in Darfur sta migliorando. Rodolphe Adada, capo della missione di peacekeeping congiunta Onu-Unione Africana (Unamid), ha dichiarato: «Nonostante i problemi legati all'affollamento in alcuni campi profughi, le condizioni generali di sicurezza e protezione degli abitanti hanno registrato sensibili progressi». Adada si è detto «fiducioso» che entro la fine dell'anno la missione raggiunga un dispiegamento effettivo al 97% di quello previsto originariamente (circa 26.000 unità). Attualmente i peacekeeper operativi - in una regione grande all'incirca come la Francia - sono circa 16mila (di cui 13.491 militari e 2.954 poliziotti); lunghe trattative con diversi governi non sono state finora sufficienti per garantire a Unamid elicotteri da trasporto e da combattimento, mezzi ritenuti indispensabili per proteggere la popolazione civile. Dal 1° agosto, con l'inizio del nuovo mandato, Unamid sarà guidata dal generale ruandese Patrick Nyamwumba, che sostituirà al commando il generale nigeriano Martin Agwei.

 

Il contesto regionale

Khartoum accusa la Francia di sostenere i raid aerei del Ciad in Darfur

L'esercito di Khartoum ha accusato due aerei dell'aviazione militare del Ciad di aver bombardato, il 16 luglio, l'area di Um Dukhun, nel Darfur occidentale, dove sarebbero nascosti i ribelli che combattono il governo di N'Djamena e il presidente Idriss Deby. I ribelli agiscono soprattutto nell'Est del Ciad.

Il 17 luglio il Sudan ha chiuso le frontiere con il Ciad. Il 19 luglio il governo di Khartoum ha accusato la Francia di aver consigliato, anzi di «aver ordinato» al Ciad di effettuare i raid aerei. Parigi e N'Djamena hanno firmato (nel 1976 e nel 1990) accordi militari che prevedono, fra l'altro, la presenza fissa di soldati francesi in Ciad. Un portavoce dell'esercito sudanese, il generale Mohamed Abdel Gaderm, ha accusato il governo francese di aver ordinato i raid con lo scopo di trascinare Ciad e Sudan in uno stato di guerra.

All'inizio di maggio, ribelli ciadiani provenienti dal Darfur avevano lanciato un'offensiva contro l'esercito di N'Djamena, ma erano stati respinti ed erano ritornati nelle loro basi in Darfur. 

 

Nilo / I paesi del bacino non trovano l'accordo

Il 28 luglio i paesi membri del bacino del Nilo, riuniti ad Alessandria in Egitto, non sono riusciti a raggiungere un'intesa sulla ripartizione delle risorse idriche del fiume; queste sono fondamentali non solo per l'agricoltura dei paesi interessati, ma anche per altri settori dell'economia, come ad esempio la produzione di energia elettrica. I ministri dell'acqua hanno deciso di posticipare la firma dell'accordo di sei mesi. La principale causa del mancato accordo sembra essere stata la pressione esercitata da Egitto e Sudan, che si oppongono agli altri paesi, i quali vorrebbero modificare la spartizione delle risorse idriche indicata dai trattati del 1929 e del 1959. L'accordo del 1929 tra Regno Unito ed Egitto affermava infatti che non sarebbe stato accettato nessun progetto presentato dai Paesi del Bacino, che avesse potuto comportare delle riduzioni sul volume di acqua a disposizione dell'Egitto. L'accordo è vincolante per Etiopia, Sudan, Kenya, Tanzania, Uganda, Rwanda, Burundi e la Repubblica Democratica del Congo, anche se la maggior parte di questi Paesi non erano indipendenti al momento del primo accordo nel 1929. Nel 1959 l'accordo stipulato tra Egitto e Sudan (che ha reso possibile la costruzione della diga di Aswan) negava a qualsiasi Paese il permesso di intervenire sull'uso delle acque del Nilo, senza il loro consenso. Le schermaglie diplomatiche riguardo questo delicatissimo tema proseguivano da mesi. [vedi Newsletter 36 del 1 luglio 2009].

 

I documenti

Rapporto dell'Icg / Il Sudan e la corte penale internazionale

L'International Crisis Group,  il centro studi che si occupa di monitoraggio e prevenzione dei conflitti, ha pubblicato in luglio un rapporto di 35 pagine intitolato Sudan: Justice, Peace and the Icc (in italiano: Sudan: giustizia, pace e la Corte penale internazionale)  dedicato alla vicenda che coinvolge il presidente del Sudan, Omar el Bashir, accusato dalla Corte penale internazionale (Cpi) di crimini di guerra e crimini contro l'umanità. Il rapporto spiega il percorso che ha portato la Cpi alla richiesta di arresto di Bashir e le reazioni, sia sudanesi sia internazionali, alla notizia. Inoltre il documento analizza la strategia difensiva di Bashir e del suo partito, il National Congress (Ncp).  «La radice di molte crisi del Sudan è la riluttanza da parte del Ncp, il partito dominante nel governo di unità nazionale, di iniziare seriamente qualsiasi riforma del proprio modo di governare, che rimane centralizzato, sfruttatore, inaffidabile». L'Icc è convinto che «solo riforme istituzionali strutturali e una nuova politica» potranno cambiare le cose. Inoltre, nonostante i dubbi e le perplessità sollevati da molti sull'opportunità di un mandato di arresto contro il presidente, l'Icc ricorda che «non vi è alcuna giustificazione per ritirare il punto giustizia dall'agenda del processo di pace da implementare in Sudan». Sarebbe dunque «un errore», in nome del raggiungimento di una pace sul terreno in Darfur, non voler compiere giustizia sui crimini commessi nello stesso Darfur durante gli anni più cruenti della guerra. Questo errore, secondo l'Icc, è già stato commesso durante il percorso che ha portato alla firma degli accordi di pace tra Nord e Sud (nel 2005) e quelli tra Khartoum e Est (nel 2006) così come il parziale accordo di pace in Darfur del 2006. Secondo l'Icc invece «giustizia e pace sono strettamente connesse in Darfur» e anche in Nord Sudan non ci potrà essere una pace decisiva se l'attuale «sistema di impunità non verrà spazzato via». Il rapporto si può leggere, in inglese e in edizione integrale, sul sito internet di Icg, al seguente link:

www.crisisgroup.org/library/documents/africa/horn_of_africa/152_sudan___justice__peace_and_the_icc.pdf .

 

 

La Campagna Sudan

Chi siamo

La Campagna italiana per il Sudan è una campagna nazionale di informazione, sensibilizzazione ed advocacy che opera dal 1994. Raggruppa organizzazioni della società civile italiana (Acli Milano e Cremona, Amani, Arci, Caritas ambrosiana, Caritas italiana, Mani Tese, Iscos Emilia Romagna, Ipsia Milano, Missionari e missionarie comboniane, Nexus, Pax Christi) e lavora in stretta collaborazione con enti pubblici e privati italiani e con varie organizzazioni della società civile sudanese. In Italia la Campagna ha fatto conoscere la situazione del Sudan e ha sostenuto i processi volti al raggiungimento di una pace rispettosa delle diversità sociali, etniche, culturali, religiose della sua popolazione. Per informazioni: www.campagnasudan.it .

 

Contatti: Cristina Sossan, segreteria Campagna Sudan, telefono 02-7723285, segreteria@campagnasudan.it

 

Questa Newsletter, aggiornata al 30 luglio 2009, è a cura di Diego Marani. Si ringraziano le Acli di Cremona (www.aclicremona.it ) per la collaborazione.

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