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I documenti raccolti su Muammar Gaddafi rivelano le sue intenzioni omicide

L’Observer ha ottenuto l’accesso esclusivo a migliaia di documenti che mostrano come il leader libico ha dato ordini per la tortura, l’arresto e il bombardamento delle persone del suo stesso popolo
26 giugno 2011 - Chris Stephen
Fonte: guardian.co.uk - 18 giugno 2011

Le scatole verde scuro dei documenti sono ammassate tutte insieme, in file che si estendono fino al soffitto – potrebbero essere tanto noiose quanto monotone. Ma i documenti riposti al loro interno affonderanno Muammar Gaddafi.

In queste scatole, nascoste in un posto sicuro nella città ribelle di Misrata, giacciono migliaia di documenti che contengono gli ordini impartiti dal leader libico e trasmessi dai suoi generali per dare libero sfogo alla tortura, agli arresti, ai bombardamenti che hanno dilaniato il paese. Per i procuratori che si occupano di crimini di guerra, questi materiali sono oro puro.

Luis Moreno Ocampo, procuratore capo della Corte Penale Internazionale(ICC), ha già messo agli atti accuse scritte contro Gaddafi, suo figlio Saif al-Islam, e contro il capo dei suoi servizi segreti, Abdullah Senussi, per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Questi documenti forniscono la prova, secondo i legali libici che li hanno raccolti, che rende la sentenza di condanna quasi del tutto certa.

La scorsa settimana è stato concesso all’Observer l’accesso esclusivo per esaminare alcuni dei documenti – che persino l’ICC non ha ancora visto. Un’occhiata alle scartoffie e ci si sorprende: in cima ad un faldone c’è una lettera datata 4 marzo, due settimane dopo che Misrata insorse per resistere a Gaddafi, firmata dal generale da lui incaricato dell’operazione per soffocare la rivolta: Youssef Ahmed Basheer Abu Hajar. Indirizzata alle “Formazioni combattenti”, che allora avevano tagliato tutte le vie di accesso alla città, dà una disposizione netta: “E’ assolutamente proibito ai veicoli di rifornimento viveri, benzina ed altri servizi entrare nella città di Misrata da tutte le porte d’accesso e posti di controllo”.

Oppure, per dirla con più schiettezza, Gaddafi ha ordinato al suo esercito di infliggere la morte per fame ad ogni uomo, donna, bambino di Misrata.

Un altro documento che porta il timbro del Comitato Antiterrorismo di Gaddafi – la sua cerchia ristretta di comandanti – incarica le forze armate di scovare due ribelli feriti che erano scappati nella vicina città di Zlitan, un’evidente violazione delle garanzie delle Convenzioni di Ginevra, che esigono la protezione dei combattenti feriti.

Ci sono altri documenti, da non svelare alla stampa – almeno finché non ci sarà un processo pubblico – che rivelano che i generali di Gaddafi hanno dato ordine di annientare i centri ribelli, senza curarsi di causare vittime civili.

“Abbiamo un sacco di prove che Gaddafi voleva annientare tutti a Misrata” ha dichiarato Khalid Alwab, 35 anni, investigatore sui crimini di guerra. “Abbiamo dichiarazioni di Gaddafi che voleva catturare metà di ciascuna delle popolazioni di Taruga [città ad ovest] e di Zlitan [città ad est]. Afferma di voler far diventare rosso il mare blu.”

Mettendo tutto ciò in prospettiva, si consideri che nessun importante processo internazionale sui crimini di guerra ha mai trovato disposizioni scritte comprovanti che le atrocità erano state ordinate veramente.

Una delle ragioni per le quali il processo a L’Aja dell’ex Presidente serbo Slobodan Milosevic è andato avanti per così tanto tempo, ben 4 anni, è stata il mancato ritrovamento della documentazione per sostenere le accuse che lui fosse la mente direttiva di quasi un decennio di carneficine, tortura e pulizia etnica. Di fatto, Milosevic è morto di infarto prima che il processo potesse finire.

Lo stesso problema affligge il procedimento giudiziario nei confronti dell’ex Presidente della Liberia, Charles Taylor. Non c’è alcuna carenza di prove di violenza carnale, omicidio, mutilazione e riduzione in schiavitù nel saccheggio dei diamanti in Sierra Leone, ma, di nuovo, non ci sono documenti che colleghino Taylor ai crimini.

Grazie ad Alwab e ai suoi colleghi, questo non è un problema che Ocampo si troverà ad affrontare. “Legalmente è semplice” afferma gesticolando verso gli ordini firmati e timbrati. “E’ un caso facile. Lo vinceranno di certo. Nel mondo di Gaddafi non si può far nulla senza l’autorizzazione” spiega. “E ogni cosa deve derivare da Gaddafi.”

I legali della città di Misrata insitono che forniranno tutto ciò di cui l’ICC ha bisogno, quando i suoi procuratori decideranno di visitare la città in quanto abbastanza sicura. “Naturalmente, se Ocampo vuole informazioni, gliele possiamo dare” dice Alwab. “Sappiamo che ha bisogno di fare le proprie indagini, ma siamo pronti ad aiutare quando tutto si tranquillizzerà.”

“Tutto” si riferisce al bombardamento quotidiano di Misrata che fornisce la rombante scenografia alla nostra intervista. Mentre parliamo, uno di una serie di razzi cade a distanza di un miglio dall’altra parte della città, con una forte detonazione, a ricordarci che, dopo aver lasciato la città a se stessa per un mese, Gaddafi ha ordinato alle sue unità di prendere ancora una volta di mira le aree abitate dai civili. Prima, quel pomeriggio, un razzo caduto tra il porto e il centro della città aveva ucciso una giovane madre e lasciato i suoi due bambini mutilati.

Il fatto che questa prova sia disponibile è dovuto alla prontezza di mente dei giovani legali di Misrata: quando esplose la rivolta, il 17 febbraio, essi ebbero la lungimiranza di accorrere per la città, incitando i manifestanti che avevano fatto irruzione nelle basi dell’esercito e nelle stazioni di polizia, a non dar fuoco agli edifici. E quando le forze ribelli, assistite dalle potenti incursioni aeree della Nato, finalmente hanno spinto fuori dalla città le forze di Gaddafi, i legali erano di nuovo lì a cercare di convincere i comandanti di non distruggere le basi e i centri d’addestramento che erano stati invasi. In contrasto con la situazione nella capitale ribelle Benghazi, dove i dimostranti hanno semplicemente appiccato il fuoco ad ogni edificio pubblico che potevano trovare, portando via così ogni brandello di prova.

Nel frattempo a Misrata la ricerca continua: gli appelli escono ad intervalli regolari per i ribelli che catturano i prigionieri, affinché frughino nelle loro tasche e perquisiscano i loro veicoli, consegnando qualsiasi scartoffia, per quanto innocua possa sembrare.

Le scartoffie, Alwab ne è certo, forniranno il mosaico giudiziario che garantirà le condanne: proprio un tale mosaico di documenti apparentemente appartenenti alla routine, come le ingiunzioni di movimento e i moduli per la requisizione della benzina, hanno causato la condanna di una dozzina di ufficiali serbo-bosniaci, per il massacro di 8.000 musulmani a Srebenica nel 1995. E fornirà al loro ex capo, Generale Ratko Mladic, recentemente consegnato alla giustizia della Corte de L’Aja, un’ardua montagna da scalare, per provare che lui non ne sapeva nulla.

Il che rende inevitabile l’ovvia domanda: perché l’esercito di Gaddafi lascerebbe dietro di sé una tale scia di documenti incriminanti? “Perché sono stupidi.”

Stupidi?

Alwab si permette un sorriso. “Non sono stupidi, ma pensavano al 100% che avrebbero vinto”, afferma “e non si sono preoccupati”.

Adesso potrebbero essere preoccupati: continuano ad arrivare documenti e il fragore dei razzi in città, attorno a noi, è un promemoria del fatto che questo è un evento, straordinario, per l’indagine sui crimini di guerra, intanto che i crimini di guerra continuano a verificarsi. Ogni proiettile o razzo che cade su questa città assediata è de facto un crimine di guerra: proiettili vengono scagliati, a caso, sulle zone abitate, senza alcun obiettivo strategico oltre a quello di terrorizzare la popolazione.

Alla scrivania affianco ad Alwab si trova il collega investigatore, Wisam Suliman Alsaghayer, 26 anni, vestito con una toga marrone. Il modulo che sta studiando attentamente, è un resoconto sul bombardamento di una chiesa copta a 300 iarde dalla prima linea nel villaggio, distrutto, di Dafniya, 20 miglia ad ovest.

Il missile che colpì la chiesa entrò dal tetto e cadde nella navata centrale. Secondo Alsaghayer, questo importante dettaglio gli consentirà di calcolare la traiettoria del missile e da dove fu sparato.

Ad un non addetto ai lavori può sembrare una questione di poco conto, ma non a un giudice de L’Aja. Per condannare Gaddafi e i suoi seguaci, i giudici avranno bisogno di essere persuasi che ogni specifico episodio possa essere provato senza ragionevole possibilità di dubbio.

Dafniya continua ad essere sotto il fuoco del nemico, ma una volta che gli ingegneri hanno stabilito che l’edificio attorno a lui non crollerà, Alsaghayer farà il viaggio al fronte per portare a termine la sua ispezione; la sua paura è che più razzi faranno crollare l’edificio, rendendolo, dal punto di vista delle prove, tanto inutile quanto un cumulo di macerie.

I due uomini sono parte della squadra A, una delle due squadre di investigatori che si sono riunite, senza che fosse richiesto, per raccogliere le prove. La tensione di incontrare, faccia a faccia, così tanto mistero, giorno dopo giorno, è evidente nei loro occhi infossati.

Uno dei compiti più difficili è convincere i cittadini di Misrata, concentrati semplicemente sul fatto di restare vivi, di fare attenzione per trovare documentazione e fornire dichiarazioni testimoniali. “E’ veramente difficile”, ammette Alwab. “Ma se vai da loro e gli spieghi le cose, capiranno.”

Alwab si è preparato per sette anni per fare l’avvocato penalista, ottenendo una laurea in legge ad Edmonton, in Canada. Ha fatto la sua parte nei combattimenti nei giorni bui di marzo, quando la città sembrava sul punto di essere annientata, ma adesso ha una nuova causa – costruire il caso giudiziario contro Gaddafi. I suoi occhi intensamente marroni tradiscono la dedizione, che sente adesso, per la causa: nessuno degli avvocati è stato pagato per cinque mesi, sopravvivendo, come fanno dottori e soldati a Misrata, sulla generosità della popolazione, molto unita, della città. “Devo farlo e devo farlo molto bene. E’ necessario che io prenda in esame ogni aspetto, ogni quesito. Non c’è spazio per le emozioni.”

Mentre Gaddafi e i suoi seguaci di alto rango, compresi quattro dei suoi figli, sono destinati a L’Aja – supponendo che sfuggano ad una pena più diretta – migliaia di figure minori verranno perseguite dai tribunali libici, supponendo che i ribelli vincano la guerra. “Chiunque abbia le mani sporche di sangue andrà a processo”, dice Alwab. “Facciamo queste cose per il nostro paese”, aggiunge.

Più sorprendente, dati i tre mesi di orrore che ha vissuto, è l’ardente desiderio di Alwab che Gaddafi e i suoi generali abbiano un giusto processo; i legali vogliono garantire che tutti gli imputati abbiano avvocati difensori validi e sperano che gli avvocati stranieri facciano in modo di rimuovere anche un vago indizio di parzialità.

“Tutto deve essere fatto secondo la legge” afferma. “[Gli imputati] possono portarsi gli avvocati dall’estero, se vogliono. Forse è meglio. Altrimenti, alcuni potrebbero dire, che, se è un avvocato libico, non tratterà la causa molto bene.” Questa sarà musica per le orecchie di Ocampo. La Corte Penale Internazionale ha aperto i battenti nel luglio 2002 e, nonostante il budget di £70 milioni e uno staff di 560 persone, si sta avvicinando al suo nono anniversario non avendo emesso una singola sentenza di condanna.

Le motivazioni di ciò dipendono da chi si interroga in merito: istituire un tribunale da zero è una; un’altra è la riluttanza del mondo esterno ad obbligare paesi come il Sudan a consegnare alla giustizia presidenti come Omar al-Bashir , il primo uomo accusato di genocidio dal tribunale.

Il caso Libia cambia tutto. Non appena Ocampo ebbe ottenuto, in febbraio, il mandato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per aprire un’indagine, mandò in tutta fretta nella regione una squadra di investigatori. La risultante incriminazione, una delle più rapide mai prodotte da un tribunale internazionale, è approdata lo scorso mese sulle scrivanie dei giudici. Misrata non era compresa nell’elenco dei crimini di cui è accusato Gaddafi, per la semplice ragione che i procuratori non si sono arrischiati a recarsi in una città devastata dalle bombe.

Ma fonti a L’Aja dicono che i crimini commessi a Misrata verranno presentati, nei loro dettagli raccapriccianti, in un secondo procedimento penale a carico di Gaddafi, previsto per ottobre. Entro quel periodo di tempo, gli investigatori di Ocampo avranno certamente fatto lo stesso viaggio che ha fatto l’Observer per esaminare questi documenti di somma importanza.

Alwab si prefigge di seguire le indagini interamente fino alla loro dolorosa conclusione – una fine che spera vedrà processati, condannati ed incarcerati tutti coloro che sono colpevoli di crimini. Ma una volta che sia finita, vuole cambiare carriera, passando al diritto commerciale. “Niente più diritto penale” afferma, serrando le mani sulla scrivania.

“Se tutto va bene, dopo che questi casi saranno conclusi, la Libia non avrà più bisogno di esperti in diritto penale sui crimini di guerra. Questo è il nostro obiettivo”.

Tradotto da Antonella Serio per PeaceLink . Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte (PeaceLink) e l'autore della traduzione.
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