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    La guerra permanente

    Crociata “umanitaria” USA in Corno d’Africa

    Ingerenza umanitaria in Africa orientale e il Pentagono ne approfitta per lanciare un'offensiva contro gli integralisti islamici della regione. Attivati commandos speciali USA per intervenire in Somalia. E anche l'Italia chiede di fare la sua parte
    16 settembre 2011 - Antonio Mazzeo

    In Somalia sono decine di migliaia i morti per la grave carestia che ha colpito buona parte del paese, mentre 750.000 persone potrebbero morire di fame nei prossimi quattro mesi se la comunità internazionale non garantirà sufficienti aiuti alimentari alle popolazioni del Corno d’Africa. Secondo le Nazioni Unite, dodici milioni e mezzo di persone hanno urgente bisogno di cibo, acqua e medicinali, mentre sta crescendo giorno dopo giorno il numero dei disperati in fuga dalle sei macroregioni somale duramente colpite dalla siccità. Oltre 600.000 somali hanno attraversato il confine per raggiungere i campi profughi sorti nei paesi confinanti. Nella tendopoli di fortuna di Dadaab, Kenya orientale, il più affollato centro per rifugiati al mondo, sono stipati oggi più di 420.000 persone. In Etiopia, le agenzie internazionali hanno installato quattro grandi campi di accoglienza, dove affluiscono oltre un migliaio di sfollati al giorno. Una crisi umanitaria imponente ma con radici lontane, che le grandi reti mediatiche stanno rendendo visibile internazionalmente sulla scia della campagna interventista lanciata dal Dipartimento di Stato e da USAID, l’agenzia per gli aiuti allo sviluppo degli Stati Uniti d’America. Per Washington è indispensabile aprire manu militari corridoi “umanitari” che consentano il flusso degli aiuti alle popolazioni colpite. Un’occasione da non perdere per chiudere di rimessa e definitivamente, la partita in Africa orientale contro le organizzazioni combattenti nemiche.

    “Abbiamo contribuito con quasi 600 milioni di dollari nei primi otto mesi del 2011 fornendo aiuti a più di 4,6 milioni di abitanti del Corno d’Africa e confermando il ruolo degli Stati Uniti come il maggiore dei donatori mondiali nella regione”, affermano i funzionari di USAID. “Il nostro governo ha inoltre annunciato che finanzierà la fornitura di aiuti umanitari addizionali al popolo somalo e sta lavorando con le agenzie internazionali per portare alla popolazione i bisogni basici”. A metà agosto, il presidente Obama ha approvato uno stanziamento straordinario di 105 milioni di dollari per l’acquisto di “cibo, farmaci, shelter e acqua potabile per coloro che hanno disperatamente bisogno di aiuto in tutta la regione”, come recita un dispaccio del Dipartimento di Stato. Troppo poco. Per le Nazioni Unite, infatti, c’è bisogno di un miliardo di dollari in più per rispondere a tutte le necessità alimentari e sanitarie in Corno d’Africa. Gli ha risposto solo l’Unione europea annunciando fondi per 100 milioni di dollari e, bontà sua, la Banca mondiale, disponibile a stanziare sino a 500 milioni di dollari, 8 milioni appena per affrontare l’emergenza, il resto per chissà quali progetti “a lungo termine” a favore degli “agricoltori della regione”. Washington però avverte: sino a quando opereranno impunemente in Corno d’Africa le milizie degli Shebab, le formazioni integraliste somale ritenute vicine alla costellazione di al-Qaeda, “per le organizzazioni umanitarie sarà impossibile raggiungere e prestare assistenza alle popolazioni”.  

    “La mancanza di sicurezza e di vie di accesso alle aree colpite limita significativamente gli sforzi assistenziali in Somalia”, ha dichiarato il vicesegretario di Stato per gli affari africani, Don Yamamoto, in una sua audizione al Senato. “Esistono difficoltà a portare cibo dove c’è più necessità a causa della presenza dell’organizzazione terroristica degli Shebab. Le sue minacce hanno costretto le Nazioni Unite a ritirarsi dai programmi di assistenza in diverse parti della Somalia sin dall’inizio di quest’anno”. Secondo Yamamoto, “i più colpiti dall’odierna siccità sono gli oltre due milioni di somali intrappolati nelle aree meridionali e centrali della Somalia sotto il controllo degli Shebab”. Secondo il vicesegretario, gli Stati Uniti si stanno attivando insieme ai principali partner internazionali “per contrastare gli Shebab e impedire che minaccino i nostri interessi nell’area o continuino a tenere come ostaggio la popolazione somala”. In che modo ci ha pensato lo staff di USAFRICOM, il Comando degli Stati Uniti per le operazioni militari nel continente africano, riunitosi a fine luglio a Stoccarda (Germania).  

    “La grave carestia in Corno d’Africa è una delle priorità del Comando USA congiuntamente alla crescita nella regione dei gruppi estremisti violenti”, ha spiegato il generale Carter F. Ham, comandante di AFRICOM.  “La situazione attuale non richiede un significativo ruolo militare, ma il governo USA potrebbe chiederci qualche forma di supporto per il futuro. Se vado aldilà dell’aspetto umanitario e guardo a quello militare, posso affermare che il rischio più grave in Africa orientale è oggi rappresentato dagli estremisti di Shebab”.  Per il generale Ham, il primo passo per “indebolire” le milizie è quello di accrescere l’assistenza USA nel campo della “sicurezza e della stabilità interna” al Governo federale di transizione della Somalia e agli altri paesi della regione. “L’organizzazione di esercitazioni e scambi militari multinazionali è un mezzo importante per sviluppare la cooperazione tra le nazioni africane”, ha dichiarato Ham. “Più saranno i paesi che si uniranno per partecipare simultaneamente alle esercitazioni e meglio sarà per noi”. Per il comandante di AFRICOM, l’esempio migliore di cooperazione è rappresentato dalla recente esercitazione Africa Endeavor 2011 “per lo sviluppo delle tecniche di comando, controllo e comunicazione”, a cui hanno partecipato trenta paesi africani, cinque europei, gli Stati Uniti e quattro organizzazioni internazionali. “Dobbiamo poi sostenere l’Unione Africana nelle sue missioni di peacekeeping in Corno d’Africa”, ha aggiunto Ham. “I rappresentanti UA sono molto interessati a stabilire in tutta l’Africa standard militari elevati nel settore addestrativo, nelle comunicazioni, nei regolamenti medici, nei sistemi d’arma per il personale e nella logistica. Ciò potrebbe richiedere molto tempo, ma noi possiamo aiutarli”.

    Grazie ad AFRICOM è stata costituita la East Africa’s Standby Force (EASF), una forza di pronto intervento a cui i paesi dell’Africa orientale hanno assegnato i propri reparti d’élite. La formazione del personale EASF e l’addestramento operativo è curato dai marines della Combined Joint Task Force-Horn of Africa (CJTF-HOA), la task force USA creata a Gibuti nel 2002 per “combattere le cellule terroristiche in Africa orientale” e che, dopo la creazione di AFRICOM nel 2008, è divenuta la struttura chiave per la proiezione avanzata delle forze armate statunitensi nel continente. Oltre a formare i reparti militari africani, CJT-HOA ricopre un variegato ventaglio di missioni, compresi la pianificazione delle operazioni multinazionali in Africa, la negoziazione di accordi legali per futuri interventi e/o installazioni in loco, il sostegno alle operazioni anti-pirateria delle flotte USA, NATO ed UE nelle acque del Mar Rosso. “Tra gli eventi più importanti verificatisi nell’ultimo biennio in Corno d’Africa bisogna annoverare l’espansione e l’entrata in funzione a tempo pieno di Camp Lemonnier, la prima ed unica installazione militare USA nel continente, che sovrintende alle operazioni portuali a Gibuti, a quelle aeree e terrestri di diversi Comandi di guerra USA e delle nazioni partner”, ricorda David Melson, portavoce di CJTF-HOA. “A Camp Lemonnier è pure giunta la Forza di autodifesa giapponese, con componenti navali e terrestri, la prima presenza di questo paese asiatico fuori dai confini nazionali dalla fine della Seconda guerra mondiale”.

    La task force dei marines a Gibuti supera le 2.000 unità, ma in occasione della sua recente visita al quartier generale CJTF-HOA, il generale Carter F. Ham ha annunciato che chiederà al Pentagono “forze speciali più numerose entro due anni” per rispondere alla “crescente domanda operativa contro al-Qaeda ed altri gruppi terroristici e per aiutare i militari africani a migliorare la propria efficienza”. Queste unità si affiancheranno ai due corpi d’élite attivati negli ultimi mesi dalle forze armate USA ed assegnati ad AFRICOM per addestrare le truppe africane di peacekeeping in Somalia e quelle in guerra contro le milizie anti-governative in Africa settentrionale e orientale. Il primo di essi è la Special Purpose Marine Air Ground Task Force, forza di pronto d’intervento del Corpo dei Marines nel continente in caso di crisi politiche e “umanitarie” e per le immancabili operazioni “anti-terrorismo”. Secondo quanto annunciato dal generale Paul Brier (vicecomandante di MARFOR Africa), l’unità include componenti aeree e terrestri, potrebbe crescere entro due anni da 123 a 364 uomini e sarà ospitata in una delle principali basi USA in Sud Europa (Napoli, Sigonella o Rota).

    La seconda task force divenuta operativa è la Naval Special Warfare Unit-10 (NSWU-10), a cui sono stati assegnati marines, personale SEAL e specialisti in intelligence di US Navy in grado di scatenare assalti contro obiettivi “nemici” da unità navali, sottomarini ed aerei. “L’unità è l’unica forza dello Special Operations Command Africa che può essere utilizzata per rispondere rapidamente alle crisi o alle contingenze continentali”, spiegano al comando USAFRICOM di Stoccarda. Come ad esempio quella “umanitaria” che ha colpito le popolazioni del Corno d’Africa.

    Il Comando USA per le operazioni speciali in Africa è lo stesso che dal mese di giugno pianifica e dirige le operazioni in Somalia di bombardamento missilistico con l’utilizzo di velivoli UAV senza pilota (i droni del tipo Predator) contro obiettivi top secret, come rivelato dai maggiori quotidiani statunitensi. Il Pentagono sta inoltre preparando il trasferimento di quattro UAV alle forze armate di Uganda e Burundi, che hanno messo a disposizione 9.000 uomini per la forza multinazionale dell’Unione Africana presente a Mogadiscio e in altre città somale. Ai due stati africani Washington ha fornito nei mesi scorsi equipaggiamenti militari (camion di trasporto, blindati, giubbotti antiproiettile, visori notturni, ecc.), per un valore di 45 milioni di dollari.

    Attivissima nella formazione dei militari somali nell’individuazione e smascheramento dei miliziani Shabab è anche la famigerata CIA - Central Intelligence Agency degli Stati Uniti d’America. Oltre a finanziare ed armare la neo costituita agenzia di spionaggio nazionale (la Somali National Security Agency), la CIA ha collaborato alla realizzazione di una grande stazione d’intelligence all’interno dell’aeroporto di Mogadiscio, nota localmente come “the Pink House” o più semplicemente “Guantanamo”, perché utilizzata per gli interrogatori sotto tortura dei prigionieri sospettati di terrorismo. Come rivelato da un lungo reportage del New York Times (11 agosto 2011), per l’addestramento delle unità africane in lotta contro gli Shebab, il Dipartimento di Stato e la CIA si sarebbero pure affidati ai mercenari di origine sudafricana, francese e scandinava contrattati dalla Bancroft Global Development, una società di sicurezza privata statunitense con uffici alla periferia di Mogadiscio. Secondo il quotidiano USA, Bancroft Global Development verrebbe utilizzata ufficialmente in ambito Unione Africana dalle forze armate di Uganda e Burundi, successivamente rimborsate per le loro spese da Washington. Dal 2010, la compagnia privata avrebbe conseguito in Somalia utili per circa 7 milioni di dollari.

    Il New York Times ha inoltre citato un report delle Nazioni Unite che documenta il crescente impiego di contractor privati internazionali per la “protezione dei politici somali, l’addestramento delle truppe africane e la costituzione di una forza di combattimento contro i pirati somali”. In particolare il rapporto si sofferma sull’operazione condotta dalla società sudafricana Saracen International per creare una milizia di oltre mille uomini per il governo del Puntland, la regione settentrionale della Somalia autoproclamatasi indipendente. “Si tratta della forza militare indigena meglio equipaggiata di tutta la Somalia”, commenta il quotidiano. “Grazie a società di copertura, alcune della quali - secondo le Nazioni Unite - legate ad Erik Prince, il fondatore della nota compagnia di sicurezza Blackwater Worldwide, la Saracen ha trasportato segretamente equipaggiamento militare nel nord della Somalia, utilizzando aerei cargo partiti dall’Uganda e dagli Emirati Arabi”.

    Con meno clamore, alla crociata “umanitaria” in Corno d’Africa sta dando un contributo l’Aeronautica militare italiana. Il 12 settembre è stato inviato in Kenya un C-13J della 46^ brigata aerea di Pisa con a bordo un veicolo Iveco Icarus per il trasporto di uomini e mezzi che, secondo lo Stato maggiore AMI, è stato “messo a disposizione della Croce Rossa italiana che lo userà nel quadro delle operazioni di soccorso alla popolazione del nord Turkana (Kenya), un’area tipicamente desertica di difficile accesso situata al confine con l’Etiopia e il Sudan, colpita dalla siccità in questi ultimi anni”. L’Italia prevede inoltre di riaprire entro la fine dell’anno l’ambasciata a Mogadiscio. “Il nostro sostegno alla Somalia non sarà solo un aiuto economico ma diverrà sempre più un aiuto per migliorare le capacità di amministrazione del governo, un aiuto umanitario e un sostegno alle forze armate e alla sicurezza”, ha annunciato il sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica, a conclusione della sua visita nel paese africano. L’Africa orientale, devastata dalla fame e dalla siccità, tornerà ad essere l’eldorado per i piazzisti d’armi e i contractor italiani. 

     

    In Somalia sono decine di migliaia i morti per la grave carestia che ha colpito buona parte del paese, mentre 750.000 persone potrebbero morire di fame nei prossimi quattro mesi se la comunità internazionale non garantirà sufficienti aiuti alimentari alle popolazioni del Corno d’Africa. Secondo le Nazioni Unite, dodici milioni e mezzo di persone hanno urgente bisogno di cibo, acqua e medicinali, mentre sta crescendo giorno dopo giorno il numero dei disperati in fuga dalle sei macroregioni somale duramente colpite dalla siccità. Oltre 600.000 somali hanno attraversato il confine per raggiungere i campi profughi sorti nei paesi confinanti. Nella tendopoli di fortuna di Dadaab, Kenya orientale, il più affollato centro per rifugiati al mondo, sono stipati oggi più di 420.000 persone. In Etiopia, le agenzie internazionali hanno installato quattro grandi campi di accoglienza, dove affluiscono oltre un migliaio di sfollati al giorno. Una crisi umanitaria imponente ma con radici lontane, che le grandi reti mediatiche stanno rendendo visibile internazionalmente sulla scia della campagna interventista lanciata dal Dipartimento di Stato e da USAID, l’agenzia per gli aiuti allo sviluppo degli Stati Uniti d’America. Per Washington è indispensabile aprire manu militari corridoi “umanitari” che consentano il flusso degli aiuti alle popolazioni colpite. Un’occasione da non perdere per chiudere di rimessa e definitivamente, la partita in Africa orientale contro le organizzazioni combattenti nemiche.

    “Abbiamo contribuito con quasi 600 milioni di dollari nei primi otto mesi del 2011 fornendo aiuti a più di 4,6 milioni di abitanti del Corno d’Africa e confermando il ruolo degli Stati Uniti come il maggiore dei donatori mondiali nella regione”, affermano i funzionari di USAID. “Il nostro governo ha inoltre annunciato che finanzierà la fornitura di aiuti umanitari addizionali al popolo somalo e sta lavorando con le agenzie internazionali per portare alla popolazione i bisogni basici”. A metà agosto, il presidente Obama ha approvato uno stanziamento straordinario di 105 milioni di dollari per l’acquisto di “cibo, farmaci, shelter e acqua potabile per coloro che hanno disperatamente bisogno di aiuto in tutta la regione”, come recita un dispaccio del Dipartimento di Stato. Troppo poco. Per le Nazioni Unite, infatti, c’è bisogno di un miliardo di dollari in più per rispondere a tutte le necessità alimentari e sanitarie in Corno d’Africa. Gli ha risposto solo l’Unione europea annunciando fondi per 100 milioni di dollari e, bontà sua, la Banca mondiale, disponibile a stanziare sino a 500 milioni di dollari, 8 milioni appena per affrontare l’emergenza, il resto per chissà quali progetti “a lungo termine” a favore degli “agricoltori della regione”. Washington però avverte: sino a quando opereranno impunemente in Corno d’Africa le milizie degli Shebab, le formazioni integraliste somale ritenute vicine alla costellazione di al-Qaeda, “per le organizzazioni umanitarie sarà impossibile raggiungere e prestare assistenza alle popolazioni”.  

    “La mancanza di sicurezza e di vie di accesso alle aree colpite limita significativamente gli sforzi assistenziali in Somalia”, ha dichiarato il vicesegretario di Stato per gli affari africani, Don Yamamoto, in una sua audizione al Senato. “Esistono difficoltà a portare cibo dove c’è più necessità a causa della presenza dell’organizzazione terroristica degli Shebab. Le sue minacce hanno costretto le Nazioni Unite a ritirarsi dai programmi di assistenza in diverse parti della Somalia sin dall’inizio di quest’anno”. Secondo Yamamoto, “i più colpiti dall’odierna siccità sono gli oltre due milioni di somali intrappolati nelle aree meridionali e centrali della Somalia sotto il controllo degli Shebab”. Secondo il vicesegretario, gli Stati Uniti si stanno attivando insieme ai principali partner internazionali “per contrastare gli Shebab e impedire che minaccino i nostri interessi nell’area o continuino a tenere come ostaggio la popolazione somala”. In che modo ci ha pensato lo staff di USAFRICOM, il Comando degli Stati Uniti per le operazioni militari nel continente africano, riunitosi a fine luglio a Stoccarda (Germania).

    “La grave carestia in Corno d’Africa è una delle priorità del Comando USA congiuntamente alla crescita nella regione dei gruppi estremisti violenti”, ha spiegato il generale Carter F. Ham, comandante di AFRICOM.  “La situazione attuale non richiede un significativo ruolo militare, ma il governo USA potrebbe chiederci qualche forma di supporto per il futuro. Se vado aldilà dell’aspetto umanitario e guardo a quello militare, posso affermare che il rischio più grave in Africa orientale è oggi rappresentato dagli estremisti di Shebab”.  Per il generale Ham, il primo passo per “indebolire” le milizie è quello di accrescere l’assistenza USA nel campo della “sicurezza e della stabilità interna” al Governo federale di transizione della Somalia e agli altri paesi della regione. “L’organizzazione di esercitazioni e scambi militari multinazionali è un mezzo importante per sviluppare la cooperazione tra le nazioni africane”, ha dichiarato Ham. “Più saranno i paesi che si uniranno per partecipare simultaneamente alle esercitazioni e meglio sarà per noi”. Per il comandante di AFRICOM, l’esempio migliore di cooperazione è rappresentato dalla recente esercitazione Africa Endeavor 2011 “per lo sviluppo delle tecniche di comando, controllo e comunicazione”, a cui hanno partecipato trenta paesi africani, cinque europei, gli Stati Uniti e quattro organizzazioni internazionali. “Dobbiamo poi sostenere l’Unione Africana nelle sue missioni di peacekeeping in Corno d’Africa”, ha aggiunto Ham. “I rappresentanti UA sono molto interessati a stabilire in tutta l’Africa standard militari elevati nel settore addestrativo, nelle comunicazioni, nei regolamenti medici, nei sistemi d’arma per il personale e nella logistica. Ciò potrebbe richiedere molto tempo, ma noi possiamo aiutarli”.

    Grazie ad AFRICOM è stata costituita la East Africa’s Standby Force (EASF), una forza di pronto intervento a cui i paesi dell’Africa orientale hanno assegnato i propri reparti d’élite. La formazione del personale EASF e l’addestramento operativo è curato dai marines della Combined Joint Task Force-Horn of Africa (CJTF-HOA), la task force USA creata a Gibuti nel 2002 per “combattere le cellule terroristiche in Africa orientale” e che, dopo la creazione di AFRICOM nel 2008, è divenuta la struttura chiave per la proiezione avanzata delle forze armate statunitensi nel continente. Oltre a formare i reparti militari africani, CJT-HOA ricopre un variegato ventaglio di missioni, compresi la pianificazione delle operazioni multinazionali in Africa, la negoziazione di accordi legali per futuri interventi e/o installazioni in loco, il sostegno alle operazioni anti-pirateria delle flotte USA, NATO ed UE nelle acque del Mar Rosso. “Tra gli eventi più importanti verificatisi nell’ultimo biennio in Corno d’Africa bisogna annoverare l’espansione e l’entrata in funzione a tempo pieno di Camp Lemonnier, la prima ed unica installazione militare USA nel continente, che sovrintende alle operazioni portuali a Gibuti, a quelle aeree e terrestri di diversi Comandi di guerra USA e delle nazioni partner”, ricorda David Melson, portavoce di CJTF-HOA. “A Camp Lemonnier è pure giunta la Forza di autodifesa giapponese, con componenti navali e terrestri, la prima presenza di questo paese asiatico fuori dai confini nazionali dalla fine della Seconda guerra mondiale”.

    La task force dei marines a Gibuti supera le 2.000 unità, ma in occasione della sua recente visita al quartier generale CJTF-HOA, il generale Carter F. Ham ha annunciato che chiederà al Pentagono “forze speciali più numerose entro due anni” per rispondere alla “crescente domanda operativa contro al-Qaeda ed altri gruppi terroristici e per aiutare i militari africani a migliorare la propria efficienza”. Queste unità si affiancheranno ai due corpi d’élite attivati negli ultimi mesi dalle forze armate USA ed assegnati ad AFRICOM per addestrare le truppe africane di peacekeeping in Somalia e quelle in guerra contro le milizie anti-governative in Africa settentrionale e orientale. Il primo di essi è la Special Purpose Marine Air Ground Task Force, forza di pronto d’intervento del Corpo dei Marines nel continente in caso di crisi politiche e “umanitarie” e per le immancabili operazioni “anti-terrorismo”. Secondo quanto annunciato dal generale Paul Brier (vicecomandante di MARFOR Africa), l’unità include componenti aeree e terrestri, potrebbe crescere entro due anni da 123 a 364 uomini e sarà ospitata in una delle principali basi USA in Sud Europa (Napoli, Sigonella o Rota).

    La seconda task force divenuta operativa è la Naval Special Warfare Unit-10 (NSWU-10), a cui sono stati assegnati marines, personale SEAL e specialisti in intelligence di US Navy in grado di scatenare assalti contro obiettivi “nemici” da unità navali, sottomarini ed aerei. “L’unità è l’unica forza dello Special Operations Command Africa che può essere utilizzata per rispondere rapidamente alle crisi o alle contingenze continentali”, spiegano al comando USAFRICOM di Stoccarda. Come ad esempio quella “umanitaria” che ha colpito le popolazioni del Corno d’Africa.

    Il Comando USA per le operazioni speciali in Africa è lo stesso che dal mese di giugno pianifica e dirige le operazioni in Somalia di bombardamento missilistico con l’utilizzo di velivoli UAV senza pilota (i droni del tipo Predator) contro obiettivi top secret, come rivelato dai maggiori quotidiani statunitensi. Il Pentagono sta inoltre preparando il trasferimento di quattro UAV alle forze armate di Uganda e Burundi, che hanno messo a disposizione 9.000 uomini per la forza multinazionale dell’Unione Africana presente a Mogadiscio e in altre città somale. Ai due stati africani Washington ha fornito nei mesi scorsi equipaggiamenti militari (camion di trasporto, blindati, giubbotti antiproiettile, visori notturni, ecc.), per un valore di 45 milioni di dollari.

    Attivissima nella formazione dei militari somali nell’individuazione e smascheramento dei miliziani Shabab è anche la famigerata CIA - Central Intelligence Agency degli Stati Uniti d’America. Oltre a finanziare ed armare la neo costituita agenzia di spionaggio nazionale (la Somali National Security Agency), la CIA ha collaborato alla realizzazione di una grande stazione d’intelligence all’interno dell’aeroporto di Mogadiscio, nota localmente come “the Pink House” o più semplicemente “Guantanamo”, perché utilizzata per gli interrogatori sotto tortura dei prigionieri sospettati di terrorismo. Come rivelato da un lungo reportage del New York Times (11 agosto 2011), per l’addestramento delle unità africane in lotta contro gli Shebab, il Dipartimento di Stato e la CIA si sarebbero pure affidati ai mercenari di origine sudafricana, francese e scandinava contrattati dalla Bancroft Global Development, una società di sicurezza privata statunitense con uffici alla periferia di Mogadiscio. Secondo il quotidiano USA, Bancroft Global Development verrebbe utilizzata ufficialmente in ambito Unione Africana dalle forze armate di Uganda e Burundi, successivamente rimborsate per le loro spese da Washington. Dal 2010, la compagnia privata avrebbe conseguito in Somalia utili per circa 7 milioni di dollari.

    Il New York Times ha inoltre citato un report delle Nazioni Unite che documenta il crescente impiego di contractor privati internazionali per la “protezione dei politici somali, l’addestramento delle truppe africane e la costituzione di una forza di combattimento contro i pirati somali”. In particolare il rapporto si sofferma sull’operazione condotta dalla società sudafricana Saracen International per creare una milizia di oltre mille uomini per il governo del Puntland, la regione settentrionale della Somalia autoproclamatasi indipendente. “Si tratta della forza militare indigena meglio equipaggiata di tutta la Somalia”, commenta il quotidiano. “Grazie a società di copertura, alcune della quali - secondo le Nazioni Unite - legate ad Erik Prince, il fondatore della nota compagnia di sicurezza Blackwater Worldwide, la Saracen ha trasportato segretamente equipaggiamento militare nel nord della Somalia, utilizzando aerei cargo partiti dall’Uganda e dagli Emirati Arabi”.

    Con meno clamore, alla crociata “umanitaria” in Corno d’Africa sta dando un contributo l’Aeronautica militare italiana. Il 12 settembre è stato inviato in Kenya un C-13J della 46^ brigata aerea di Pisa con a bordo un veicolo Iveco Icarus per il trasporto di uomini e mezzi che, secondo lo Stato maggiore AMI, è stato “messo a disposizione della Croce Rossa italiana che lo userà nel quadro delle operazioni di soccorso alla popolazione del nord Turkana (Kenya), un’area tipicamente desertica di difficile accesso situata al confine con l’Etiopia e il Sudan, colpita dalla siccità in questi ultimi anni”. L’Italia prevede inoltre di riaprire entro la fine dell’anno l’ambasciata a Mogadiscio. “Il nostro sostegno alla Somalia non sarà solo un aiuto economico ma diverrà sempre più un aiuto per migliorare le capacità di amministrazione del governo, un aiuto umanitario e un sostegno alle forze armate e alla sicurezza”, ha annunciato il sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica, a conclusione della sua visita nel paese africano. L’Africa orientale, devastata dalla fame e dalla siccità, tornerà ad essere l’eldorado per i piazzisti d’armi e i contractor italiani.

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