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SUDAN

Guerra e petrolio. E i diritti umani

Fonte: Amnesty International - Notiziario maggio 2000

Il Sudan è un paese in guerra con se stesso da oltre 40 anni. I costi, in termini di sofferenze umane, sono incalcolabili: si stima che, solo dal 1983, circa 2 milioni di Sudanesi abbiano perso la vita e che almeno altri 4 milioni e mezzo, una cifra mai riscontrata in altri paesi, risultino "profughi interni". Più di 350.000 Sudanesi hanno ottenuto asilo politico all’estero.

Nonostante la firma di un accordo per il cessate-il-fuoco, la guerra è proseguita per tutto il 1999 nel sud e nell’est del paese, contrapponendo da un lato le forze regolari governative, le Forze di Difesa Popolare (PDF, una formazione paramilitare) e gruppi di miliziani noti come murahaleen e dall’altro una serie di organizzazioni armate alleate nell’Esercito Popolare di Liberazione del Sudan (noto col suo acronimo in lingua inglese, SPLA).

In un conflitto dove le regole di guerra vengono sistematicamente violate, i civili costretti a lasciare i villaggi sono le principali vittime. Tra queste, soprattutto le donne e i bambini finiscono per essere assassinati, sottoposti a stupri, saccheggi e sequestri e ridotti in stato di schiavitù. I bambini vengono anche costretti ad arruolarsi nelle varie milizie. Nessuno viene processato per questi crimini. La comunità internazionale sta a guardare.

QUANTO COSTA IL PETROLIO

Le ragioni di questo disastro sono complesse ma non c’è dubbio che il petrolio - o meglio, a chi appartiene e chi ci guadagna - sia un fattore centrale. Il governo, sostenuto dall’esterno da paesi interessati alle sue riserve petrolifere, è riuscito facilmente a rompere il precedente isolamento internazionale ed ha potuto lanciare una campagna militare per "bonificare" una vasta area intorno ai campi petroliferi, così da garantire la sicurezza delle nuove prospezioni: la brutalità di queste operazioni è stata confermata anche da un rapporto del Relatore Speciale delle Nazioni Unite per il Sudan (UN doc A/54/467).

Nel maggio 1999, nell’Alto Nilo Occidentale, si sono verificati scontri tra le diverse forze governative per stabilire chi fosse responsabile della sicurezza dei campi petroliferi: le Forze di Difesa del Sudan Meridionale (SSDF), dirette da Riek Machar e aderenti all’accordo di pace col governo del 1997, sono state attaccate dalle forze filo-governative di Paulino Matip. I combattimenti hanno causato l’ennesima ondata di profughi e la sospensione delle prospezioni petrolifere. A seguito di questi episodi, due comandanti hanno defezionato dalle forze di Paulino Matip e sono passati con lo SPLA.

Poche settimane dopo l’inaugurazione del maggio scorso, il nuovo oleodotto di 1.600 chilometri che collega il centro del Sudan con le coste del Mar Rosso passando per l’Alto Nilo Occidentale e il Kordofan Meridionale, è stato attaccato e danneggiato dalle forze dell’opposizione armata. Così, quando a settembre la Shell ha iniziato a trasferire i primi 30.000 barili di petrolio, l’esercito sudanese ha fatto ricorso agli elicotteri per bombardare obiettivi civili da altezza elevata: migliaia di persone, si ritiene oltre 200.000, sono state costrette alla fuga, interi villaggi sono stati rasi al suolo e il bestiame eliminato. Nel corso di queste operazioni, centinaia di persone sono state uccise in modo sommario mentre di migliaia di altre non si è più saputo nulla: se non sono state già assassinate rischieranno la morte per fame, giacché il governo ha sospeso il permesso di atterraggio a tutti i voli umanitari. Dando prova di notevole cinismo, le autorità hanno sostenuto che le uccisioni e il massiccio esodo di popolazione sono stati causati da conflitti tra gruppi etnici locali su cui il governo non ha alcun controllo.

Le principali compagnie petrolifere straniere che operano in Sudan (la canadese Talisman Energy, la svedese IPC/Lundin, l’austriaca ÖMV - tutte private - e la National Petroleum Corporation e la Petronas, di proprietà rispettivamente del governo cinese di quello della Malaysia, hanno a loro volta glissato sull’accaduto. E si capisce: molte di esse dipendono dal governo per proteggere i loro campi petroliferi. Ma proprio per questo, secondo AI, dovrebbero assumersi almeno una parte di responsabilità per gli atti commessi per loro conto.

La situazione della popolazione civile nelle zone di guerra rimane critica e lo sarà fino a quando al governo sudanese e alle altre forze coinvolte sarà concesso di violare impunemente i diritti umani. Per fermare queste violazioni così gravi ed evidenti occorrerà che la comunità internazionale le condanni pubblicamente e costringa tutte le parti interessate ad applicare le Convenzioni di Ginevra e a proteggere la popolazione civile. Il ruolo delle compagnie petrolifere dovrà essere osservato da vicino, in modo da ottenere che esse proteggano e promuovano i diritti umani nell’ambito della propria specifica sfera di attività e che i loro interessi in Sudan siano compatibili con il sistema internazionale di difesa dei diritti umani.

LA GUERRA CONTINUA

Durante l’anno scorso, su tutti i fronti di guerra, a est come a sud, il conflitto ha continuato a provocare morti, carestie ed esodi di popolazioni. L’esercito regolare, le PDF e le altre milizie filo-governative hanno commesso centinaia di esecuzioni extragiudiziali. Per aumentare la disponibilità di uomini, il governo ha di nuovo incitato all’odio etnico e invocato il jihad (la guerra santa). Tutto questo non è però stato sufficiente, se è vero che è stato necessario ricorrere all’arruolamento forzato, anche di bambini di 14 anni.

A loro volta le varie fazioni dello SPLA si sono rese responsabili di uccisioni, saccheggi di villaggi ed accaparramento di aiuti umanitari: nel marzo 1999, per esempio, tre impiegati governativi e un funzionario della Croce Rossa sono stati sequestrati e poi uccisi dallo SPLA. Nei villaggi sotto il suo controllo, lo SPLA ha reclutato bambini di 15 anni. Lo stesso hanno fatto le SSDF.

Nel Bahr el-Ghazal migliaia di donne e bambini sono stati sequestrati, sottoposti a violenza sessuale e uccisi ad opera delle forze filo-governative. Di altre migliaia di donne e bambini, rapiti negli anni scorsi e ridotti in stato di schiavitù, non si è più avuta alcuna notizia. Nonostante il cessate-il-fuoco, l’aviazione sudanese ha bombardato obiettivi civili, mentre le PDF e i murahaleen, adibiti alla scorta del treno che attraversa la regione da una a tre volte al mese portando rifornimenti alle truppe, hanno attaccato i villaggi lungo la ferrovia. Il personale delle agenzie umanitarie ha dovuto abbandonare la zona e questo ha causato ulteriori emergenze alimentari.

Nell’Equatoria l’aviazione ha preso di mira addirittura gli ospedali. Secondo alcune fonti, lo SPLA avrebbe invece deposto mine anti-persona intorno alla città di Chukuduk, teatro di intensi combattimenti, mettendo a rischio la vita di centinaia di persone.

Nel Darfur Occidentale si è scatenato un conflitto tra la popolazione locale, in maggioranza Masaalit, e milizie filo-governative composte da elementi del Fronte Nazionale Islamico (il partito al potere fino alla fine del 1999), Sudanesi di etnia araba ed anche stranieri e assistite dall’esercito con elicotteri da combattimento e veicoli armati: migliaia di persone hanno perso la vita ed altre decine di migliaia sono state costrette a fuggire in Ciad. Almeno otto Maasalit sono stati accusati di "scontri etnici" e condannati a morte per impiccagione o crocifissione oppure all’amputazione incrociata di una mano e del piede opposto.

Nell’est del paese, l’esercito ha lanciato un’offensiva nel Nilo Blu Settentrionale, in parte controllato dalle Forze Alleate del Sudan (SAF), l’ala militare di alcuni dei partiti di opposizione riuniti nell’Alleanza Democratica Nazionale. Anche in questo caso sono stati colpiti obiettivi civili, ospedali compresi, e migliaia di persone sono state costrette alla fuga.

ALL’OMBRA DELLA GUERRA

Accanto all’aumento degli sforzi militari nel sud e nell’est del paese, il governo sudanese ha intensificato anche la repressione politica, ponendo agli arresti presunti oppositori (giornalisti, avvocati ed esponenti politici), sottoponendo ad intimidazioni e torture studenti e attivisti per i diritti umani e sopprimendo alcune testate giornalistiche.

Un tipico esempio del clima di repressione è costituito dalla vicenda dell’avvocato e attivista per i diritti umani Ghazi Suleiman, arrestato almeno sei volte nel corso del 1999. È stato espulso dall’Ordine degli Avvocati Sudanesi e i suoi uffici sono stati devastati più volte; a novembre la polizia ha fatto irruzione nel suo studio mentre era in corso una conferenza stampa via telefono col capo dello SPLA, John Garang de Mabior: la comunicazione è stata interrotta e i presenti sono stati duramente picchiati.

Anche le organizzazioni non governative impegnate a portare soccorso alle popolazioni sudanesi hanno incontrato seri problemi: a luglio il capo dell’Ufficio Programmi dell’UNICEF, Hamid el-Basher Ibrahim, è stato arrestato nella sua abitazione, dalla quale sono stati prelevati il fax, il telefono e il computer. L’arresto dell’uomo, successivamente rilasciato senza alcuna accusa, è da mettere in relazione a un rapporto pubblicato dall’UNICEF due mesi prima sulla schiavitù nella zona di Wau, nel quale l’esercito e le PDF venivano accusati di sequestro e stupro di donne e bambini.

Particolarmente vessate sono le donne, che nel Sudan centrale e anche nella capitale Khartoum, subiscono gravi limitazioni della loro libertà di movimento. L’Atto sull’Ordine Pubblico del 1992 impedisce alle donne che vogliono vendere i loro prodotti di circolare dalle 5 della sera alla stessa ora della mattina successiva. I passaporti per le donne che vogliono viaggiare all’estero sono emessi solo dietro permesso scritto di un tutore di sesso maschile. La violenza all’interno dei nuclei familiari - in cui i parenti maschi hanno un controllo totale sul corpo, i figli e i beni delle donne - si riproduce senza sosta. Il 14 giugno a Khartoum 24 studenti e studentesse sono stati arrestati e condannati dal Tribunale per l’Ordine Pubblico a 40 frustate e a una multa per aver commesso atti indecenti e immorali e aver indossato abiti che "hanno causato reazioni negative nel pubblico". Gli studenti stavano prendendo parte a un pic-nic organizzato col permesso dell’Università: le ragazze indossavano abiti occidentali (camicie, magliette e pantaloni) e tenevano per mano i loro colleghi mentre ballavano una danza tradizionale nubiana.

La tortura e i maltrattamenti hanno avuto luogo diffusamente, soprattutto nelle aree amministrate dal governo; casi sono stati comunque registrati anche nelle aree controllate dallo SPLA. A metà aprile tre giornalisti, Mohamed Abd al-Seed, Maha Hassan Ali e Abdelgadir Hafiz sono stati arrestati a Khartoum e accusati di spionaggio verso una potenza straniera. A maggio il primo dei tre è stato scarcerato e ha dovuto ricorrere a cure mediche per guarire un’infezione alle braccia e alle gambe, causata con ogni probabilità dalle torture subìte.

A luglio Khamis Adlan Idris, un camionista di Sinja nel Nilo Azzurro, originario delle Montagne della Nuba, è stato prelevato dalla sua abitazione dalle forze di sicurezza. È stato detenuto in isolamento e interrogato sui suoi rapporti con lo SPLA. Secondo quanto ha dichiarato, è stato legato mani e piedi, disteso su un tavolo e frustato. Tra una pausa e l’altra di questo trattamento, i torturatori hanno sparso sulle sue ferite una sostanza simile al sale, poi glihanno versato della plastica fusa sulla schiena, sul petto e sulle braccia. Per undici giorni, l’uomo non ha ricevuto cure mediche e le ferite sono diventate infette; successivamente, è stato ricoverato nell’ospedale di Sinar, dove è rimasto per tre mesi. Le forze di sicurezza hanno sequestrato il rapporto di polizia sulle torture subìte da Khamis Adlan Idris. Resosi conto che non otterrà mai giustizia, egli ha deciso di lasciare il Sudan.

UNA STORIA

N.J. è una bambina di 11 anni che vive in un campo di accoglienza per gli sfollati, alle porte di Khartoum. È fuggita con la sua famiglia dall’Equatoria, zona sconvolta dalla guerra. Il 5 maggio del 1999 N.J. si è allontanata per andare a trovare dei parenti ospitati in un altro campo.

Dopo essersi persa, N.J. ha incontrato alcuni poliziotti, che l’hanno presa per una delle tante bambine abbandonate e l’hanno portata nella stazione di polizia di Soba. Qui, sotto minaccia di conseguenze peggiori, è stata stuprata da un poliziotto alla presenza di tre colleghi. Lo stesso poliziotto, per paura di essere scoperto, ha portato la bambina all’ospedale affermando di averla trovata abbandonata, sofferente di malaria e meningite. Durante il trattamento anti-malaria, i medici hanno avuto dei sospetti e l’hanno trasferita al reparto di ginecologia, dove si è avuta la conferma di quanto accaduto.

Il processo nei confronti dei quattro agenti continua ad essere rinviato poiché la loro difesa chiede altri esami medici per confermare lo stupro: un ulteriore trauma per la piccola N.J.

Note:

Traduzione e adattamento da testi originali inglesi a cura di Riccardo Noury

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