Conflitti

RSS logo

Mailing-list Conflitti

< Altre opzioni e info >

Aiuta PeaceLink

Sostieni la telematica per la pace:

  • c.c.p. 13403746 intestato ad Associazione PeaceLink, C.P. 2009 - 74100 Taranto (TA)
  • conto corrente bancario n. 115458 c/o Banca Popolare Etica, intestato ad Associazione PeaceLink (IBAN: IT05 B050 1802 4000 0000 0115 458)
Motore di ricerca in

Lista Conflitti

...

    L’11 gennaio 2013, l’armata francese è intervenuta in Mali

    Per difendere la Democrazia o per l'Uranio ?

    E ..... perchè questa repentina urgenza di “democrazia”?
    16 gennaio 2013 - Stéphane Lhomme

    Le Mali et le Niger : capture d’écran de Google Maps

    L’11 gennaio 2013, l’armata francese è intervenuta in Mali, in seguito a dei movimenti verso Bamako di gruppi armati islamisti. Da mesi, questi ultimi controllano tutto il Nord del Mali, e sarebbero stati incoraggiati al punto, ci dicono, da voler occupare l’intero paese.

    Nessuno negherà che quei gruppi sono composti da individui orribili che, sotto il pretesto di credenze “religiose”, picchiano tutte le persone i cui comportamenti a loro non piacciano, tagliando le mani dei ladri (reali o presunti), uccidendo – in particolare le donne – per delle sciocchezze o anche per niente.

    Tuttavia, allo stesso modo che al momento dell’intervento militare contro Gheddafi in Libia, è insopportabile ritrovarsi chiamati a sostenere un intervento militare schierato da quelli stessi che sono largamente responsabili della gravità della situazione.

    Chi crederà che si tratta di rendere più sicura la zona?

    Per di più, chi può veramente credere che si tratta di un’operazione “per la democrazia in Mali”? Sono decenni che questa viene calpestata in questo paese da regimi corrotti, largamente sostenuti dalla Francia. Allora, perchè questa repentina urgenza di “democrazia”?

    Allo stesso modo, chi crederà che si tratta di “rendere più sicura la regione”? In verità, si tratta di assicurare l’approvvigionamento di uranio alle centrali nucleari francesi: quest’ultimo viene in effetti estratto nelle mine al Nord del Niger, zona desertica solamente separata dal Mali da una linea sulle carte geografiche.

    A questo proposito, è da sottolineare l’estrema perversità delle ex-potenze coloniali che un tempo tracciarono queste frontiere assurde, ignorando lo stanziamento delle popolazioni, e creando dei paesi con delle frontiere molto curiose: il Niger e il Mali hanno tutti e due forma di clessidra, una parte sudoccidentale contenente la capitale, totalmente fuori mano e distante da una immensa parte nordorientale, principalmente desertica.

    I dipendenti di Areva rapiti

    È così che, durante 40 anni, Areva (prima Cogéma) ha potuto accappararsi in tutta tranquillità l’uranio nigeriano, nelle mine situate a 500 chilometri dalla capitale e dal fragile “potere” politico nigeriano.

    In questi ultimi anni, dei gruppi armati si sono organizzati in questa regione: dei tuareg, frustrati per essere stati disprezzati, sfollati e diseredati. E dei gruppi più o meno islamisti, alcuni essendo il risultato dei vecchi GIA, che hanno seminato il terrore in Algeria; altri controllati da Gheddafi, e resi independenti dopo la scomparsa di quest’ultimo.

    Dei dipendenti dell’Areva, dirigenti nella società di estrazione dell’uranio, sono stati rapiti in settembre del 2010 in Niger, trasferiti in Mali e da allora detenuti. Posteriormente, il 7 gennaio 2011, due giovani francesi sono stati anch’essi rapiti in Niger.

    L’Osservatorio sul Nucleare è stato una delle poche voci a denunciare l’operazione militare immediatamente lanciata dalle autorità francesi. Queste ultime avevano, infatti, ovviamente, deciso di castigare costasse quel che costasse i rapitori, a rischio che l’azione si terminasse drammaticamente per i due giovani ostaggi, che effettivamente sono stati uccisi nell’operazione.

    Questi due giovani non lavoravano nell’estrazione dell’uranio, ma è evidente che l’idea era di scoraggiare eventuali prossime azioni contro i dipendenti di Areva.

    Intervenendo, la Francia riprende il controllo

    Da allora, i movimenti tuareg laici e progressisti sono stati marginalizzati, in particolare a causa dell’ascesa del gruppo salafita Ansar Dine. Potente e abbondantemente armato, quest’ultimo si è alleato con il gruppo islamico di Al Qaida nel Magreb (Aqmi), presentando un rischio sempre più evidente per le attività francesi di estrazione dell’uranio nel Nord del Niger.

    La Francia ha sostenuto con grande costanza i governi corrotti che si sono succeduti in Mali, portando a un indebolimento dello stato. È probabilmente questo crollo che ha condotto i gruppi islamisti a incalzare e a avanzare verso Bamako.

    Similmente, la Francia ha mantenuto da 40 anni il potere in Niger, in uno stato debole e dipendente dall’antica potenza coloniale e dalla sua compagnia di estrazione dell’uranio, la Cogéma, ora Areva. Mentre i dirigenti nigeriani cercano di controllare in qualche modo ciò che Areva fa, la Francia riprende il controllo con il suo intervento militare.

    I recenti movimenti di gruppi islamisti non hanno fatto altro che precipitare l’intervento militare francese che era in corso di preparazione. Si tratta indubbiamente di un colpo di forza neo-coloniale, anche se le forme sono state rispettate con un opportuno appello di aiuto del Presidente ad interim del Mali, la cui legittimità è nulla visto che lui è in funzione in seguito al colpo di stato che ha avuto luogo il 22 marzo 2012.

    Il pretesto della democrazia, un classico

    È da precisare che noi non difendiamo i pericolosi fondamentalisti che sono anche dei trafficanti di droga e di armi e non esiterebbero a ferire e ammazzare.

    Al contrario, noi rifiutiamo la favola dell’intervento militare “per la democrazia”. Questo pretesto è già stato molto utilizzato, in particolare quando gli USA hanno voluto mettere le mani su delle riserve petrolifere, e serve ancora poichè la Francia vuole assicurarsi l’approvvigionamento di uranio per i suoi reattori nucleari. Facciamo notare allora che a 27.000 euro per ora di volo di un Rafale, la tariffa reale della corrente di origine nucleare è ancora più pesante di quello che si può temere.

    In conclusione, è ancora una volta dimostrato che l’atomo, e la ragione di stato che lo circonda, non nuoce solamente all’ambiente e agli altri esseri viventi ma anche alla democrazia.

    Note:

    Fonte: http://www.rue89.com/2013/01/15/securiser-le-mali-ou-assurer-notre-approvisionnement-en-uranium-238620

    Tradotto da Carlotta Busnello.
    PeaceLink C.P. 2009 - 74100 Taranto (Italy) - CCP 13403746 - Informativa sulla Privacy