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Il Giappone si allontana sempre più dal pacifismo

La crescente tensione con la Cina e con la Corea del Nord ha spinto negli ultimi anni il Giappone a ripensare la sua politica difensiva. L'equilibrio geopolitico della regione è quindi sempre più a rischio.
5 aprile 2013 - Martin Fackler
Fonte: New York Times - 01 aprile 2013

San Clemente Island, California- I soldati giapponesi con la faccia dipinta da vernice mimetica e in assetto da combattimento sono stati portati da elicotteri statunitensi su quest'isola collinare priva di alberi e si sono mossi in fretta per strapparla a un invasore immaginario. Per mettere al sicuro la loro vittoria hanno chiesto a una vicina nave degli Stati Uniti di colpire il “nemico” con colpi d'arma da fuoco che sono esplosi provocando rumori assordanti.

Marine statunitensi e truppe giapponesi hanno partecipato a un'esercitazione congiunta nel mese di febbraio a Camp Pendleton, in Califonria.

Forse la caratteristica più importante della simulazione di guerra di febbraio, chiamata Iron Fist (Pugno di Ferro, ndt), era l'audacia dell'avvertimento silenzioso che rappresentava. Esiste un solo paese che potrebbe invadere una delle isole giapponesi: la Cina.

Iron Fist è uno degli ultimi segnali che la preoccupazione del Giappone riguardo alle continue rivendicazioni della Cina sulle isole contese (l'arcipelago Senkaku, a sud delle principali isole giapponesi, ndt) così come il crescente rischio di attacco nucleare da parte della Corea del Nord stanno spingendo i dirigenti giapponesi ad allontanarsi sempre più dal pacifismo che ha caratterizzato il Giappone a partire dalla seconda guerra mondiale.

La nuova tendenza è diventata particolarmente evidente sotto il nuovo primo ministro, Shinzo Abe, un conservatore che ha aumentato le spese militari per la prima volta negli ultimi undici anni. Le dimostrazioni di forza della marina cinese, decisa a conquistare le isole contese nel Mar Cinese Orientale e le minacce che il nuovo capo della Corea del Nord lancia quotidianamente contro gli USA e i loro alleati fanno sì che la proposta di Abe di rafforzare l'esercito trovi in Giappone più sostenitori che in passato. “Stiamo modificando profondamente la strategia per garantire la sicurezza del Giappone” dice Satoshi Morimoto, Ministro della Difesa nell'ultimo governo e responsabile dei cambi della politica difensiva del Giappone.

Fino a poco tempo fa una simulazione di battaglia contro forze cinesi sarebbe stata una provocazione impensabile per il Giappone. Dopo che la marcia asiatica nella seconda guerra mondiale si è conclusa in una disfatta il Giappone ha rinunciato al diritto di dichiarare guerra e perfino al diritto di possedere un esercito. Le unità create nel 1954 avevano uno scopo puramente difensivo e tuttora non possono agire in maniera «eccessivamente» offensiva: l'anno scorso, un'invasione di esercitazione da parte di forze giapponesi e statunitensi su un'isola vicino a Okinawa è stato annullata per l'opposizione della popolazione locale.

Questo ripensamento- che, secondo alcuni analisti, porterà negli anni a un più robusto esercito giapponese- potrebbe avere una profonda influenza sull'equilibrio strategico della regione: ciò non potrà che irritare la Cina e fornirà agli USA un alleato in un punto chiave dell'Asia per contrastare l'influenza di Pechino.

Allo stesso tempo l'opinione pubblica giapponese ha iniziato ad accettare le Forze di Autodifesa (l'esercito giapponese, ndt), prima molto screditate. Ciò è dovuto in parte alla preoccupazione per le attività della Corea del Nord e della Cina ma anche per il decisivo apporto umanitario fornito dall'esercito dopo lo tsunami del 2011.

Secondo i sondaggi, Abe ha un forte appoggio alle sue decisioni, nonostante alcuni critici giapponesi e asiatici temano che il primo ministro stia usando le tensioni della regione come pretesto per far passare la linea dura.

La realtà dei cambi geopolitici non sfuggiva agli ufficiali giapponesi che guardavano i loro soldati arrampicarsi sulle colline erbose di San Clemente. Essi riconoscevano di stare imparando delle tattiche dalla marina degli USA che quest'ultima ha sviluppato durante la campagna militare fra le isole del Pacifico contro il Giappone imperiale.

L'invasione simulata faceva parte degli esercizi congiunti che si tengono ogni anno con i Marine. Questa però era di un tipo nuovo. Oltre a richiedere il supporto navale e aereo i capi delle forze d'élite stavano per la prima volta pianificando la simulazione di guerra, assumendo un ruolo più vicino alla parità che alla condizione di “apprendisti”. In un rovesciamento dei ruoli storici gli ex aggressori giapponesi si trovano ora sulla difensiva di fronte a una Cina convinta che il suo momento sia arrivato.

“La Cina è proprio lì davanti, è la prima minaccia militare dal 1945 che il Giappone deve fronteggiare” dice Richard J. Samuels, un politologo del Massachusetts Institute of Technology che si è occupato della sicurezza del Giappone. “L'opinione generale- continua Sanuels- si è spostata verso una più ampia legittimazione dei ragazzi in uniforme”.

Con dei passi piccoli ma significativi il Giappone negli ultimi anni ha cambiato sé stesso e le sue forze di difesa, forti di duecentocinquantamila soldati, in qualcosa di simile a un vero alleato per l'esercito USA.

Negli ultimi anni i due paesi hanno sviluppato insieme un sistema missilistico trasportabile dalle navi e capace di abbattere missili balistici. La costituzione del dopoguerra vincola il Giappone ad agire solo difensivamente. Abe spinge per un'interpretazione più ampia che permetta al Giappone di agire anche in difesa dei suoi alleati. Abe sostiene che ciò permetterebbe alle forze giapponesi di abbattere missili nordcoreani diretti verso gli USA, cosa che questi ultimi non possono legalmente fare.

Anche se l'aumento della spesa militare ottenuto da Abe e dal suo partito è piccolo (lo 0,8% comparato con l'aumento in doppia cifra della Cina negli ultimi anni) esso è pensato per rinforzare le difese delle isole sudoccidentali del Giappone, incluse quelle contese, conosciute come Senkaku in Giappone e Diaoyu in Cina.

Il nuovo bilancio militare include anche nuove armi, come due caccia F-35, che solo dieci o venti anni fa sarebbero sembrate troppo offensive per l'esercito giapponese. I nuovi fondi aggiungeranno anche un altro sottomarino per dare alla marina giapponese la possibilità di tener testa alla nuova portaerei cinese Liaoning e dei fondi per sviluppare un nuovo missile per colpire le navi.

«Questo è un segnale che noi siamo ancora in gioco» dice Narushige Michishita, specialista di Security Studies all'Istituto Nazionale per Studi Politici di Tokyo.

Abe ha anche chiesto di modificare la costituzione in modo da eliminare le restrizioni alle attività militari, ma i sondaggi dicono che l'idea è ancora impopolare. Tuttavia in un paese che per anni non voleva nemmeno riconoscere di possedere delle forze armate il cambiamento a livello di investimenti e tattica è significativo.

Lo spostamento verso un esercito più «regolare» è stato influenzato dagli eventi del 2011 quando un terremoto, uno tsunami e una crisi nucleare hanno messo in ginocchio il Giappone nordorientale. Durante i primi giorni della crisi le Forze di Autodifesa sono state il volto del governo fra scene di devastazione e un'ancora di salvataggio per i sopravvissuti. Ora, dopo anni in cui non erano nemmeno viste in pubblico, si parla delle truppe con un calore nuovo e sono diventate loro stesse una presenza fissa nei programmi televisivi che cantano le lodi dei salvatori.

La stessa trasformazione dell'esercito in una forza più definita è stato messo in mostra lo scorso mese a Camp Pendleton, una base della marina visino a San Diego e all'isola di San Clemente. Quest'anno, duecentottanta soldati giapponesi hanno partecipato alle simulazioni di guerra, cento in più rispetto all'Iron Fist dell'anno scorso. L'operazione era iniziata otto anni fa con solo una dozzina di soldati giapponesi.

I soldati facevano parte del reggimento di fanteria occidentale, un pezzo chiave nello sforzo giapponese di costruire delle strutture militari proprie. Con l'aiuto statunitense l'unità, forte di mille uomini, sta diventando una forza costruita sul modello dei Marine. Questa sarà in grado di approdare sulla isole da difendere sia da elicotteri sia da mezzi anfibi. Il bilancio delle difesa di quest'anno include venticinque milioni di dollari per quattro mezzi anfibi di fabbricazione statunitense per trasportare le truppe.

Quando gli è stato chiesto quale fosse il più grande insegnamento tratto dalle esercitazioni il comandante del reggimento giapponese, Colonnello Matsushi Kunii, ha detto che in un primo momento è rimasto spiazzato dalla mancanza di una rigida pianificazione da parte dei Marine: le esercitazioni giapponesi sono di solito precise come la metropolitana di Tokyo.

«Poi ho capito che gli statunitensi sanno dall'esperienza delle vere battaglie che le cose non vanno sempre come sono state pianificate» dice il colonnello Kunii mentre sta guardando i soldati giapponesi che si preparano a sparare con un mortaio durante un finto assalto all'isola. «Questa flessibilità, intesa a livello di organizzazione, è il genere di conoscenza che abbiamo bisogno di ottenere».

Tradotto da Alessandro Stoppoloni per PeaceLink . Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte (PeaceLink) e l'autore della traduzione.
N.d.T.: Titolo originale "Japan Shifts From Pacifism as Anxiety in Region Rises"
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