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Da Opportunismo intellettuale a Opportunismo politico

Da Tahrir a Taksim: Le interferenze occidentali

La "Primavera araba" è stata una opportunità che Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia hanno preso al volo per rimodellare il Medio Oriente e per garantirsi che questi fervori rivoluzionari diano sempre risultati di loro gradimento .
26 giugno 2013 - Ramzy Baroud

Demonstrations in Jun 2013

C’è veramente troppa distanza tra Piazza Tahrir del Cairo e Piazza Taksim di Istanbul e non c’è nessuna strada che colleghi l'esperienza popolare della prima alle circostanze che hanno provocato la seconda.

Molti hanno cercato qualche somiglianza tra i due movimenti, dal momento che oggi è di moda cercare un collegamento tra gli eventi importanti, senza prendere tuttavia in considerazione se si svolgono in mondi differenti o se hanno altri presupposti. A seguito della rivolta popolare che avvenne in Egitto all'inizio del 2011, chiamata con il titolo omnicomprensivo "Primavera araba", intellettuali-giocolieri hanno cominciato a prevedere "Primavere" che dilagano in tutta la regione e anche altrove. Nelle ultime settimane, quando i manifestanti sono scesi per le strade di diverse città turche, sono ricominciati questi confronti.

L’Opportunismo intellettuale, tuttavia, non è un fenomeno a se stante, ma il riflesso di una concezione occidentale più ampia di opportunismo politico. Una volta che la "Primavera araba" è stata riconosciuta come una opportunità di sorta, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia si sono affrettate a capitalizzarla politicamente, per rimodellare la regione del Medio Oriente e per garantirsi che l'esito di questi fervori rivoluzionari sia di loro gradimento .

Quando i dittatori arabi brutalizzavano chiunque manifestasse, per lo più pacificamente, in quei paesi non c’era nessuna guerra, nel vero senso della parola, fino al momento in cui la NATO non cominciò ad interferire. In Libia, hanno trasformato una rivolta che stava nascendo con un limitato uso delle armi in una vera e propria guerra che ha provocato la morte, il ferimento e la scomparsa di migliaia di persone.

La guerra in Libia ha cambiato lo scenario demografico del paese. In intere comunità si è arrivati ad una vera pulizia etnica. Bengasi, per la cui sorte il Primo Ministro britannico David Cameron sembrava particolarmente preoccupato, ora è dilaniata dalle tante milizie in lizza tra loro per averne il controllo. A seguito dei recenti scontri in città, il capo provvisorio dell'esercito libico, Salem Konidi, il 15 giugno, ha fatto un annuncio sulla televisione di Stato, perché temeva un "bagno di sangue". Ma questo avvertimento è stato appena registrato sui radar della NATO.

Mentre gli "interventi umanitari" selettivi fanno parte del noto stile politico occidentale, le recenti proteste in Turchia dimostrano tutto l'appetito che hanno i paesi occidentali nello sfruttare le disgrazie di qualsiasi paese a proprio insaziabile vantaggio.Il governo turco però deve rimproverarsi di aver fornito questa opportunità su un piatto d’argento.

Se si confronta il gioco politico svolto dalla Turchia, con la politica del medio oriente di questi ultimi due anni, ci accorgiamo che il Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan, dopo una prima titubanza ha adottato un comportamento politico coerente con quello della NATO, di cui la Turchia è membro. Per quasi un decennio, la Turchia ha cercato di svolgere un ruolo diverso nel mondo arabo e musulmano, per una scelta a cui è stata costretta dal rifiuto di essere accettata come membro dell'Unione Europea.
Germania e Francia hanno condotto la crociata contro qualsiasi sforzo della Turchia per entrare in Europa insieme agli ultimi paesi che sono entrati.

Appena il bagno di sangue ha raggiunto la Siria, la cosiddetta primavera araba è arrivata a minacciare i confini meridionali della Turchia ed ha quindi costretto il suo governo ad un frettoloso riallineamento della sua politica, riavvicinandosi a quel campo “molto occidentale” che l'aveva snobbata per così tanto tempo.

La Turchia si è posta in una situazione peculiare, come campione dei popoli arabi "risvegliati", ma rispettosi del tradizionale paradigma della NATO, nel rispetto della sua agenda interventista.

Le incongruenze nella politica turca sono palpabili e continue: da un lato si accorda con Israele dopo l'omicidio di nove attivisti turchi, mentre si recavano a Gaza nel maggio 2010, dall'altro ospita i top leader di Hamas per i  loro colloqui ad alto livello.
Mentre aiuta l’opposizione siriana, che opera sia politicamente che militarmente dai territori turchi, dichiara di temere possibili complotti che destabilizzino la Turchia. Allo stesso tempo, dà poca attenzione ai movimenti autonomisti del nord dell'Iraq, che hanno fatto seguito alla propria opposizione armata in quel Paese arabo devastato da anni di guerra.

Il comportamento turco è stato ignorato, giustificato o sanzionato dalle potenze occidentali fino a quando Ankara ha agito in linea con le politiche della NATO. Ma i paesi europei si preoccupano veramente solo se la Turchia oltrepassa i suoi confini, come è avvenuto durante l'ultimo  contrasto turco-israeliano. E sembra che non faccia nessun effetto qualsiasi tentativo dei leader turchi per impressionare gli occidentali, non riusciranno mai a far riconoscere che rispondono ai criteri di definizione selettiva della democrazia europea, ai diritti umani e ad altri concetti utili.

E’ l'ipocrisia della NATO che è anche troppo evidente tra i propri membri. Confrontiamo, ad esempio, il riscontro europeo al giro di vite della polizia USA per le proteste del movimento Occupy Wall Street (OWS) a partire dal 17 settembre 2011, e la massiccia campagna di arresti, pestaggi e umiliazioni dei manifestanti. Si è scoperto che sia l'FBI che il Dipartimento della Homeland Security stavano monitorando i movimenti insieme per mezzo delle loro task force antiterrorismo. Come scrisse Naomi Wolf sul quotidiano The Guardian il 29 dicembre dello scorso anno.

Dove si sono sentite le proteste dell'alleato europeo degli Stati Uniti per la condotta ingiustificata, per il recente scandalo della National Security Agency (NSA) americana nello spiare milioni di persone attraverso i social media e le tecnologie Internet, in nome della lotta contro il terrorismo?
Certi modi di fare sono diventati tanto di routine che raramente si considerano un oltraggio o un serio attentato alla libertà individuale, a parte qualche preoccupazione come l’insulso titolo di Bloomberg Business Week : "Lo Spionaggio della NSA fa male agli affari USA" (18 giugno)

Mentre le nazioni arabe sono le più colpite dalle guerre e dagli sconvolgimenti che hanno destabilizzato la regione, distrutto la Siria e minacciato il futuro di intere generazioni, sembrano arrivare a bordo campo, come cheerleaders, David Cameron, Francois Hollande e Barack Obama, tra gli altri, che spiegano tutti i passi con cui sarà determinato il futuro della Siria, in modo coerente con i loro interessi, e, naturalmente, con la "sicurezza" di Israele.

Ma la risposta di alcuni leader dell'UE per le proteste anti-governative di Istanbul, Ankara e Izmir nelle ultime settimane è stata molto deludente, come gli sforzi fatti dal Primo Ministro Tayyip Erdogan non sono stati abbastanza per convincere l'Europa a non capitalizzare le disgrazie della Turchia. Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha preso subito posizione per bloccare "Qualsiasi apertura ad un nuovo capitolo nei negoziati di adesione all'Unione europea di Ankara", secondo la Reuters del 20 giugno, presumibilmente per la repressione della polizia turca nei confronti dei manifestanti. Naturalmente il cancelliere è più indulgente quando la stessa violenza estrema è applicata da Israele contro i palestinesi. Ma in quel caso una sua presa di posizione politica non porterebbe nessun vantaggio.

Nel frattempo, le potenze occidentali continueranno nel loro dannoso interferire nel Medio Oriente, generando e sfruttando altro caos, con l'aiuto di varie potenze regionali, nel modo più sfacciato di fare i propri interessi. Nemmeno la Turchia è invulnerabile, benché abbia dimostrato di essere una risorsa politica e militare insostituibile nella NATO.

Forse, questo comportamento bifronte dell'Europa costringerà un ripensamento tra gli ambienti politici della Turchia nel decidere le sue prossime mosse.

La Turchia smetterà di giocare il suo ruolo nelle politiche NATO in Medio Oriente? Questa è una domanda a cui dovrà rispondersi prima di essere inghiottita da turbolenze infinite ed essere inondata da un intervento occidentale, i cui risultati sono sempre letali.


Sempre.

Note:

Ramzy Baroud (www.ramzybaroud.net) è un editorialista internazionale e editor di PalestineChronicle.com. Il suo ultimo libro è : “My Father was A Freedom Fighter: Gaza's Untold Story” (Pluto Press).

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