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Genocidio: comincio' tutto il 6 aprile 1994

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Il Rwanda piange i propri morti. È infatti iniziata a Kigali una settimana di commemorazioni ufficiali in ricordo delle vittime che caddero nell’irrefrenabile spirale di violenza esplosa dieci anni fa. Tutta gente innocente che morì in un lasso di tempo ben superiore ai 100 giorni indicati di recente anche dal governo del presidente Paul Kagame. Ad ammazzare barbaramente furono i soldati e i miliziani dell’allora capo di Stato Juvenal Habyarimana, ma altrettanti crimini vennero perpetrati dai liberatori del Fronte patriottico ruandese (Fpr). La minuscola Nazione ‘delle Mille Colline’, con meno di 27mila chilometri quadrati di superficie, nel cuore nevralgico dell’Africa, si trasformò in un lager a cielo aperto. Tutto avvenne a partire dal 6 aprile 1994, giorno in cui si verificò l’abbattimento dell’aereo presidenziale ruandese, e il disastro ahimè si è protratto inesorabilmente nel tempo, fino ai giorni nostri, nell’intera Regione dei Grandi Laghi; un macabro decennio fatto di sventure, disastri e quant’altro, non solo per il Rwanda, ma anche per i vicini di casa, Burundi e Congo. Le responsabilità politiche ricadono certamente sulle leadership locali, violente e corrotte, ma anche sulle omissioni e inadempienze delle Nazioni Unite, il cui Consiglio di Sicurezza fu drammaticamente condizionato dalle rivalità tra Francia e Stati Uniti. D’altronde, se Kagame riuscì a conquistare il potere fu proprio grazie all’appoggio di Washington il cui obiettivo era quello di strappare a Parigi l’egemonia che da tempo deteneva sulla regione centrafricana, ricca di inestimabili risorse minerarie. Va ricordato che il numero uno del Fpr, dopo aver combattuto al fianco del presidente ugandese Yoweri Museveni col grado di maggiore, affinò, alla fine degli anni ’80, le sue competenze belliche oltreoceano, presso la scuola del comando e dello stato maggiore Usa a Forth Leavenworth. Ecco perché non è lecito giudicare la storia con i discorsi di circostanza, pensando che certi crimini rimangano impuniti, a partire proprio dalla verità sulla morte di Habyarimana. Secondo Christophe Hakizabera, ex esponente di spicco del Fpr, la decisione di uccidere Habyarimana fu presa a Bobo Dioulasso in Burkina Faso nel marzo 1994, alla presenza di Kagame. Il piano fu prontamente notificato ai tutsi residenti in Rwanda, i quali misero in guardia Kagame sulle sue disastrose conseguenze, prevedendo un costo elevatissimo in vite umane. In una lettera alla Commissione dell’Onu incaricata di condurre un’inchiesta sulle responsabilità delle Nazioni Unite nel dramma ruandese, Hakizabera affermò che Kagame contava su una vittoria militare lampo, prevedendo la presa di Kigali in tre giorni e la limitazione delle perdite in vite umane a 500. Sempre secondo la stessa fonte, riportata integralmente nel numero del dicembre 1999 del mensile saveriano ‘Missione Oggi’, "per il Fpr contavano solo i tutsi della diaspora, mentre gran parte dei tutsi dell’interno del Paese erano ritenuti tra quelli coinvolti dalla corruzione del regime di Habyarimana. (…) Kagame si è servito delle loro disgrazie per far legittimare il proprio colpo di Stato dalle forze straniere e dall’Onu stessa". Non è un dato irrilevante il siluramento del procuratore Carla del Ponte, del Tribunale penale internazionale per il Rwanda, avvenuto lo scorso anno. Il giudice elvetico, secondo un principio di equità, intendeva far luce anche sulle responsabilità nel genocidio dell’attuale classe dirigente ruandese. Ma Kagame ha ottenuto la sua rimozione, grazie soprattutto all’appoggio del Dipartimento di Stato Usa. Una cosa è certa: il genocidio ha rappresentato una sconfitta per l’intero popolo ruandese: hutu e tutsi. Ma anche per la Chiesa Cattolica e i suoi missionari. Molte uccisioni furono perpetrate in edifici sacri, morirono quattro vescovi, sacerdoti, religiosi e laici impegnati, per non parlare dello scandalo di chi partecipò ai massacri passando dalla parte di Caino. Non pochi cattolici furono direttamente artefici delle uccisioni e ciò non ha certamente giovato all’edificazione delle giovani generazioni. A distanza di 10 anni, alla maggioranza cattolica (65%) spetta il compito di dare il buon esempio. Alcune componenti ecclesiali, infatti, sono tuttora divise e questo certamente non giova alla causa del Vangelo. Soprattutto, vi è il bisogno di onorare nella verità i defunti, le centinaia di migliaia di vittime di un olocausto che non potrà mai essere dimenticato.

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