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    Baghdad senza pace. La guerra preventiva è stata un fallimento

    Intervista a: Nabil El Fattah
    13 aprile 2004 - L'Unita'

    «Ciò che sta avvenendo in Iraq segna il fallimento non solo della guerra preventiva contro i gruppi terroristi e gli "Stati canaglia" teorizzata e praticata in Iraq dall'amministrazione Usa; la terza guerra irachena, perché di ciò si tratta, ha messo in crisi definitivamente la teoria cara ai "neocon" americani, da Richard Perle a Paul Wolfowiz, secondo la quale l'abbattimento del regime di Saddam Hussein avrebbe aperto la strada alla pacificazione e alla democratizzazione dell'intera area mediorientale. La realtà va nella direzione opposta: sciiti e sanniti, e non solo nelle frange più radicali delle due comunità, hanno fatto fronte comune contro l'occupazione angloamericana, ed ora se Gorge W.Bush vuole uscire dal pantano iracheno e trovare un compromesso con sciiti e sanniti, deve far rientrare nel gioco politico e di potere quei regimi che, nella logica dei falchi della Casa Bianca, avrebbero dovuto seguire la sorte del regime baathista iracheno: l'Iran degli ayatollah, la Siria di Bashar el Assad, l'Arabia Saudita dell'ambigua dinastia Fahd». A parlare è Nabil El Fattah, già direttore del Centro di Studi Strategici di Al Ahram del Cairo, considerato uno dei massimi esperti di integralismo islamico nel mondo arabo. «Il ritiro delle forze di occupazione dall'Iraq - sottolinea El Fattah - è un passaggio fondamentale ma non sufficiente di per sé per cercare una soluzione politica della terza guerra irachena. Occorre operare per un pieno coinvolgimento dei Paesi della Lega Araba, facendo rientrare in questo alveo regionale la crisi irachena».
    Professor El Fattah, l'Iraq è in fiamme. Come definirebbe ciò che sta accadendo?
    «Siamo entrati nella terza guerra irachena, e a combatterla non sono più solo gruppi marginali, anche se agguerriti e fortemente motivati, legati al vecchio regime o alla rete terroristica di Al Qaeda. Le dimensioni della rivolta hanno assunto i caratteri di una vera e propria guerra che oggi trova partecipe una parte significativa della popolazione irachena».
    Come giudica il comportamento sul campo tenuto dalle forze della "coalizione dei volenterosi".
    «L'uso spropositato della forza militare è il prodotto del fallimento della strategia politica che era a fondamento della guerra preventiva angloamericana. L'abbattimento del regime di Saddam Hussein non ha pacificato l'Iraq né messo fuori gioco gli altri Paesi nel mirino Usa: primi fra tutti l'Iran e la Siria. Oggi, gli americani e i loro alleati si trovano costretti a combattere su due fronti, contro gli insorti sanniti a Baghdad e contro la rivolta sempre più estesa e partecipe degli sciiti. La risposta politica è inesistente, l'azione diplomatica è balbettante, mentre i massicci bombardamenti contro quartieri poveri e sovraffollati, o i soldati che aprono il fuoco contro i civili, hanno sortito l'effetto di rafforzare il consenso popolare alla resistenza armata. George W.Bush e i suoi sostenitori in Europa possono anche continuare a parlare di lotta al terrorismo, ma ciò che conta è la percezione che la popolazione irachena, sia essa sciita sia sunnita, ha degli accadimenti di queste settimane: vale a dire la percezione di una resistenza legittima ad una occupazione straniera. Di occupazione, e non più di "liberazione", parlano anche gli uomini, come Ahmad Chalabi, su cui stoltamente gli strateghi di Bush avevano puntato per gestire la transizione nel dopo-Saddam. Un investimento perdente in partenza, perché fondato sull'illusione di poter trapiantare in Iraq il "modello Karzai" adottato in Afghanistan. Nei "neocon" americani, o in sedicenti esperti alla Paul Bremer, l'ignoranza della storia dell'Iraq è pari al loro avventurismo politico e militare».
    Professor El Fattah, alla Casa Bianca come in alcune cancellerie europee, Londra e Roma in primis, si continua a sostenere che ritirarsi oggi dall'Iraq significherebbe darla vinta al terrorismo.
    «Il discorso va completamente ribaltato. A rafforzare il terrorismo è proprio l'atteggiamento americano. Ritirare le truppe d'occupazione e al contempo lavorare per una conferenza internazionale che getti le basi per una soluzione politica della crisi irachena, e per dar vita ad un governo iracheno di transizione realmente rappresentativo delle maggiori comunità etnico-religiose: è questa, a mio avviso, la strada da imboccare se si vuol davvero isolare e sconfiggere i gruppi terroristi. È la via della politica. Un discorso che vale per l'Iraq come per la Palestina. Ed è questo un parallelo tutt'altro che forzato: ho l'impressione che Bush si sia "sharonizzato", adottando in Iraq la pratica del pugno di ferro e della repressione generalizzata utilizzata dal primo ministro israeliano nei Territori per reprimere l'Intifada: ma così come in Palestina, oggi anche in Iraq questa pratica finisce solo per radicalizzare la popolazione civile e rafforzare le frange più estreme della resistenza».
    La conferenza internazionale di cui lei parla dovrebbe avvenire sotto l'egida dell'Onu?
    «L'Onu non può essere la panacea di tutti i guasti provocati in Iraq e nella regione dall'unilateralismo armato degli Usa, di certo, però, il ritorno in campo delle Nazioni Unite è un passaggio ineludibile, da attivare in tempi rapidi. Un passaggio che per essere sostanziale, deve fondarsi sull'abbandono da parte degli Stati Uniti del comando delle operazioni.. Ma per arginare una situazione che rischia di avere conseguenze devastanti sull'intero Medio Oriente, è necessario un coinvolgimento attivo dei Paesi dell'area e della Lega Araba».
    Si tratta dunque di regionalizzare la ricerca di una uscita politica dal pantano iracheno?
    «Certamente, ed occorre farlo se si vuole evitare la regionalizzazione del conflitto armato, un rischio che si fa di giorno in giorno sempre più concreto. Il che significa far rientrare in gioco quei Paesi, come Siria, Iran e Arabia Saudita, che possono esercitare una influenza sulle principali comunità etnico-religiose irachene, sciita e sannita. E questo coinvolgimento porta in sé l'ammissione di una clamorosa bancarotta geopolitica».
    A cosa si riferisce, professor El Fattah?
    «Per l'amministrazione Bush l'abbattimento del regime di Saddam Hussein avrebbe dovuto determinare un effetto domino benefico, in termini di democratizzazione forzata, nell'intera area mediorientale. Oggi, al contrario, a rafforzarsi nell'area sono i regimi radicali, come quello degli ayatollah iraniani, e ciò che è ancor più grave, agli occhi delle moltitudini arabe e musulmane l'Occidente assomiglia sempre più a quel mondo ostile e neocolonizzatore evocato da Osama bin Laden. L'Iraq doveva essere la tomba di Al Qaeda. Rischia di divenire la frontiera avanzata della jihad globalizzata».
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