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    Un anno di "Pace"

    Nell'ultimo editoriale del settimanale Avvenimenti Giulietto Chiesa commenta un anno di occupazione e l'arrivo del 30 giugno. Considerata dai think tank come il deus ex machina della vicenda irachena
    15 aprile 2004 - Giulietto Chiesa
    Fonte: Avvenimenti - 13 aprile 2004

    A un anno quasi esatto l'insurrezione di popolo, sunniti e sciiti, centro
    e sud dell'Irak, la carneficina che ne promana, l'entrata in guerra
    plateale, esplicita, delle truppe italiane, che ha reso definitivamente
    insostenibile la tesi della "missione di pace", gli sviluppi che vanno
    assumendo un andamento tumultuoso e convulso, indicano non solo che gli
    occupanti stanno perdendo anche quel poco di controllo del paese che
    avevano, ma stanno radicalmente modificando tutte le prospettive che erano
    state delineate a tavolino nelle capitali occidentali.

    E' ormai assolutamente evidente una serie di cose che sarà utile annotare
    sia da parte delle forze politiche di governo che di quelle di opposizione.

    La prima di esse è questa: la prospettiva di una "via d'uscita attraverso
    la copertura giuridica delle Nazioni Unite" (che lasci cioè identica, o
    quasi, la situazione sul campo, con i comandi militari in mani americane,
    la prosecuzione dell'occupazione ecc) è definitivamente chiusa. Lo è sul
    piano pratico, prima e a prescindere da ogni altra considerazione. I
    rapporti di forza sul terreno dicono senza equivoci che la mattanza di
    iracheni e di stranieri continuerebbe senza un solo giorno di sosta. I
    nuovi stranieri che giungessero in Irak, sotto qualsiasi bandiera, Onu
    inclusa in primo luogo, saranno bersagli sempre più esposti.

    Per l'Italia i rischi sarebbero identici, cioè altissimi, per le truppe
    dislocate sul terreno come per il paese nel suo complesso. Inutile
    nascondersi questa prospettiva. Anche l'uomo della strada se ne rende
    conto, ormai. Gli unici che fanno finta di nulla sono il ministro Martino e
    il presidente Berlusconi. Dio ci assista.

    La seconda considerazione è questa. La scadenza del 30 giugno non ha più
    alcun senso. Quello che, scherzando con scarso umorismo, qualcuno ha
    definito il "lodo Zapatero" è ormai caduto fuori dal novero delle
    possibilità. Fin dall'inizio avrebbe dovuto essere chiaro che quella data
    non significava nient'altro che il desiderio di George Bush di farsi
    togliere la castagna dal fuoco senza bruciarsi le dita e senza fare nessuna
    concessione sostanziale. Il popolo iracheno si è incaricato, pagando un
    altissimo prezzo di sangue, di spiegarci che la sorte dell'Irak non la si
    decide a Washington, ma nemmeno a New York, o in altre capitali congiunte
    in sforzi bizantini di mediazione e in inconfessabili mercati delle vacche
    petrolifere.

    In ogni caso da qui al 30 giugno molte cose accadranno e non sarà possibile
    restare fermi a contemplare il calendario. Meglio prepararsi a numerosi
    scenari alternativi, tutti più probabili della finzione del cosiddetto
    "trasferimento dei poteri" agli iracheni. Il cosiddetto "Consiglio" messo
    in piedi dagli Stati Uniti, in realtà al comando di Bremer, non solo non è
    stato in grado di fare nulla, ma la sua ignavia e paura è stata tale che
    perfino il New York Times ha dovuto scrivere un editoriale non firmato dal
    titolo "Unfriendly Irak" (Un Irak non amico).

    Visto che il governo italiano non è capace che di ripetere le ignobili
    menzogne che ha detto fin dall'inizio di questa sporchissima avventura, si
    suggerisce all'opposizione "riformista" di seguire almeno i consigli di
    Peppino Caldarola, che pare aver compreso la necessità di girare il timone
    da un'altra parte.

    La terza considerazione è questa: l'Imperatore facente funzione non è in
    condizione di ritirarsi comunque, se non sconfitto clamorosamente. Per
    ragioni politiche interne prima che per ogni altra considerazione.
    Autonominatosi "presidente di guerra" non può finire il mandato con una
    ritirata, nemmeno se onorevole. E poi ci sono gl'interessi petroliferi e
    geopolitici da tenere alti. Quindi non c'è da attendersi un cambio di rotta
    a Washington. Da laggiù ci si può realisticamente aspettare una tremenda
    pressione su tutti i giocatori recalcitranti (Russia, Francia, Germania,
    Cina, Spagna) e su tutti i possibili alleati secondari, perché appoggino
    una risoluzione Onu adeguata alle necessità americane. E un invio massiccio
    di rinforzi sul teatro di guerra. Da non sottovalutare l'eventualità di
    qualche coup dé teatre, qualche provocazione, qualche azione militare
    diversiva su altri fronti, primo tra tutti quello palestinese. Da un
    "presidente di guerra" è legittimo aspettarsi questo ed altro.

    C'è un solo modo per fermarlo: alzare a tal punto il prezzo della sua
    permanenza sul terreno iracheno da rendere l'operazione non più
    conveniente, né sul piano militare, né su quello politico-elettorale.

    Sul piano militare sono solo gl'iracheni a poter influire. Su quello
    politico diplomatico contiamo tutti. Bisogna dire agli Usa, subito, che
    devono dirci quanto tempo realisticamente occorre loro per andarsene, cioè
    per portare via dall'Irak il loro corpo d'occupazione. Siamo realisti:
    tutti sappiamo che non si può portare fuori dai confini iracheni 130 mila
    uomini in un giorno. Ma si può calcolare quanto tempo occorre. Una
    dichiarazione in tal senso provocherebbe un enorme entusiasmo in Irak e in
    tutto il mondo. Sarebbe possibile far negoziare una tregua immediata. Si
    potrebbero indire rapidamente elezioni, che verrebbero preparate dagli
    iracheni, con una supervisione Onu, mentre le truppe di occupazione se ne
    vanno. E le elezioni si farebbero quando l'ultimo soldato americano avesse
    lasciato il suolo iracheno, a scanso di equivoci. La maggioranza sciita - e
    non solo quella - probabilmente appoggerebbe e un focolaio di guerra
    sarebbe subito spento.

    Bisogna dirlo adesso, a gran voce. Anche se si è all'opposizione e non si
    può decidere perché non si ha il governo nelle mani. Queste voci si sentono
    anche molto da lontano. Solo così si può aprire un negoziato: non con gli
    iracheni ma con gli Stati Uniti, unica fonte di guerra.

    L'eventualità di un intervento dell'Onu dovrebbe essere discussa con i veri
    rappresentanti dell'Irak, che tutti sanno chi sono e dove si trovano, non
    certo con quelli chiusi nei bunker americani di Baghdad. E il contingente
    di soccorso, umanitario e di ausilio di polizia delle Nazioni Unite
    dovrebbe essere composto di truppe inviate da paesi che hanno il gradimento
    di un nuovo Consiglio provvisorio iracheno.

    Così si aprirebbe sul serio la strada a un intervento dell'Onu. Strada
    difficile, ma unica realistica. Per la quale occorre anche il consenso di
    Washington. Se esso non vi sarà, prepariamoci tutti al peggio, non a un
    "trasferimento di niente a nessuno" il 30 giugno.

    Per quanto riguarda l'Italia, ritirare il contingente non richiederebbe più
    di quindici giorni. Sarebbe saggio deciderlo, anche se alla follia non si
    comanda con la saggezza. Basterebbe comunque dichiararlo da subito, perché
    ridurrebbe i rischi di inutili e dolorosissime perdite dell'ultim'ora.

    E si dovrebbe, da subito, impartire l'ordine di cessare ogni operazione di
    guerra e di ritirarsi negli accampamenti protetti. I soldati sono sotto un
    comando straniero. Questa non è nemmeno un'operazione sotto bandiera Nato.
    E' situazione comunque illegale. Si faccia cessare questa vergogna. Sarà il
    primo passo verso una tregua. Chi non può decidere, come i milioni di voci
    contro la guerra che hanno creato il più forte movimento popolare del
    pianeta, faccia sentire la sua voce sempre più forte. Non sarebbe la prima
    volta che le loro grida disarmate possono cambiare il corso della storia.
    Zapatero non sarebbe al governo se, prima dell'11 marzo, in Spagna la
    grande maggioranza dei cittadini non avesse detto che era contraria alla
    guerra.

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