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    «A Falluja cecchini Usa contro i feriti»

    Dura denuncia delle organizzazioni non governative impegnate in Iraq:
    «Cecchini fuori dagli ospedali, ambulanze prese di mira, centri sanitari
    utilizzati per le operazioni militari». Amnesty international: «Occorre
    un'indagine indipendente e imparziale per accertare le responsabilità>>
    15 aprile 2004 - Cinzia Gubbini
    Fonte: Il Manifesto - 15 aprile 2004

    La situazione a Falluja è del tutto fuori controllo. Alle testimonianze
    drammatiche che si accavallano nei giorni scorsi dalla città sunnita
    assediata dai militari statunitensi, adesso si aggiunge un comunicato
    ufficiale del Coordinamento delle ong in Iraq (Ncci). Un documento che
    consegna all'espressione formale «violazione delle convenzioni
    internazionali che regolano i conflitti armati» il compito di descrivere un
    quadro difficile da immaginare. Da giorni la città è praticamente assediata,
    e dentro è guerra aperta. Il Coordinamento parla di attacchi alle ambulanze,
    l'utilizzo dei centri sanitari come basi militari, l'arresto dei pazienti
    all'interno delle strutture militari. I soldati si dispongono anche
    all'entrata degli ospedali - perlopiù piccoli presidi sanitari, dove è
    sempre più difficile assicurare il rifornimento di medicinali - e
    impediscono l'ingresso di tutti gli uomini tra i 15 e i 40 anni. La scusa
    ufficiale: potrebbero essere guerriglieri. D'altronde lo stesso trasporto
    verso le porte degli ospedali è a rischio, i cecchini (tra cui anche
    statunitensi) prendono di mira i feriti, per finirli. Il lavoro dei
    volontari iracheni - sono loro, per la maggior parte, a operare nella
    città - non è garantito da nessuno. Escono allo scoperto a loro rischio e
    pericolo, non c'è mezzo che venga risparmiato dal fuoco incrociato. E
    nessuno assicura protezione. Dall'Ics, una delle organizzazioni non
    governative impegnate in Iraq, raccontano che quando gli americani impongono
    il coprifuoco - che può durare un giorno intero e non solo per qualche ora -
    vale per tutti. E allora i volontari locali si ingegnano in ogni modo per
    superare i check point.

    «Il numero di morti e feriti è in costante aumento, mentre la popolazione
    civile è stata costretta ad abbandonare i luoghi degli scontri. Mancano
    cibo, acqua potabile e medicine. Persistono seri ostacoli nella
    distribuzione dei generi di prima necessità e d'emergenza», si legge nel
    comunicato del Coordinamento.

    Ieri, dopo l'annuncio del prolungamento di 48 ore del cessate il fuoco
    proprio per permettere la riapertura di due importanti ospedali, cinque
    iracheni sono stati uccisi.

    Le organizzazioni non governative sollevano perplessità anche sul tipo di
    armamenti usati. Nel loro comunicato parlano di armi non convenzionali.
    «Pensiamo all'utilizzo di cluster bombs», spiega Simona Torretta di Un ponte
    per... (dall'altro ieri ad Amman insieme ai colleghi di altre organizzazioni
    italiane, in attesa che la situazioni torni agibile). Le micidiali bombe a
    grappolo che lasciano sul terreno mine inesplose di cui fanno le spese i
    civili, in particolare i bambini.

    Il numero dei morti civili sta crescendo a ritmo folle in questi ultimi
    giorni. Il sito indipendente americano iraqbodycount ieri calcolava da un
    minimo di 8.865 morti a un massimo di 10.715. «I civili continuano a pagare
    il prezzo più alto. Questa tragedia deve essere fermata e occorre accertare
    i responsabili di queste vittime civili», ha detto ieri in un comunicato
    Amnesty international, puntualizzando che la metà delle almeno 600 persone
    rimaste uccise a Falluja nei recenti scontri è costituita da civili, molte
    delle quali donne e bambini. «Dai recenti avvenimenti verificatisi a Falluja
    è chiaro che le parti in conflitto hanno ignorato il diritto internazionale
    umanitario. Deve essere avviata un'indagine esauriente, indipendente e
    imparziale», ha aggiunto Amnesty.

    Ora l'altra preoccupazione delle associazioni umanitarie è che vengano
    aperti i corridoi umanitari, per permettere il trasporto di aiuti alla
    popolazione. Una procedura normale nelle zone di conflitto. Ma non in Iraq,
    dove l'ordine imposto è quello di continuare a negare che sia in corso una
    guerra. La procedura non è quindi contemplata. Il Coordinamento delle ong
    sta quindi elaborando una lettera da inviare al governo provvisorio per
    mettere all'ordine del giorno la necessità di istituire i corridoi e
    permettere l'arrivo dei convogli umanitari.

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