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Sudan: la pace incompleta

Dopo cinquant’anni, due milioni di morti, centinaia di migliaia di profughi e intere città e villaggi distrutti, in Sudan si firma uno storico accordo che dovrebbe riportare la pace.
Ma stretta di mano non nasconde due milioni di cadaveri
1 giugno 2004 - Pablo Trincia
Fonte: Peace Reporter

28 maggio 2004 - Quando l’altra sera, nell’hotel keniota di Navaisha, il leader dei ribelli del Sudanese Peoples’ Liberation Army/Movement, John Garang, e il vicepresidente sudanese Ali Osman Mohamad Taha si sono stretti la mano dopo un anno e mezzo di colloqui estenuanti, molti hanno creduto di assistere a un evento storico.

Diplomatici, mediatori e giornalisti da tutto il mondo con telecamere al seguito si sono stretti attorno ai due uomini che per anni hanno rappresentato i due fronti contrapposti di un conflitto che ha messo in ginocchio il paese più grande del continente africano.
Decine di scatti hanno immortalato lacrime di commozione su volti spossati da una guerra che per anni è passata inosservata sui giornali: mezzo secolo di odio, combattimenti, incursioni, agguati e stragi in cui 2 milioni di persone hanno perso la vita e altre centinaia di migliaia tutto quello che avevano.

Una guerra determinata dalla profonda differenza religiosa e culturale che divide il Sudan in due: il nord arabo-islamico e il sud nero-cristiano-animista, con il primo che ha tentato di imporre sul secondo il proprio controllo, ma ne ha subito la reazione. Un conflitto, però, che è stato causato anche e soprattutto dai fiumi sotterranei di petrolio di cui è ricco il sud, nelle regioni di Bahr el Ghazal ed Equatoria.

Ed è proprio di petrolio che si è parlato a Navaisha, dove i delegati hanno firmato un protocollo che prevede sei anni di autonomia per le tre regioni meridionali contese (Abyei, montagne Nuba, Nilo Blu meridionale) e in particolare una ripartizione equa dei proventi del commercio dell’oro nero tra la capitale Khartoum e il sud del Paese.
L’accordo prevede anche il ritiro dell’80 per cento dei soldati governativi dal sud e l’entrata di Garang in un governo di transizione al fianco di quello che fino a l’altro ieri è stato il suo peggior nemico: il presidente Omar al-Bashir.
A Khartoum e nel nord, invece, continuerà a vigere la sharia, la legge islamica.

Nonostante gli accordi siano anche figli delle costanti pressioni delle grandi potenze occidentali – Stati Uniti in primis – e di molte organizzazioni internazionali, sono in molti a storcere il naso.
Se nel 2010 le tre regioni del sud per le quali si sono versati fiumi di sangue potranno ottenere l’indipendenza, nessuno sembra avere idea di chi avrà il controllo delle loro risorse petrolifere.
Inoltre permane il problema della sicurezza all’interno dello stesso sud, diviso ancora da fazioni, milizie e inimicizie sanguinose che nemmeno tutte le Navaisha del mondo possono risolvere.
E poi una stretta di mano non nasconde due milioni di cadaveri.

Resta anche da capire se i punti che compaiono sull’accordo saranno condivisi da tutto il popolo sudanese.
“Sono ore di grande euforia”, racconta da Khartoum un missionario che preferisce restare anonimo per motivi di sicurezza. “Eppure la televisione di stato continua a trasmettere inquietanti documentari che esaltano i martiri arabi caduti nella guerra contro i neri del sud. Non è esattamente un palinsesto da accordi di pace. Molti qui sono ancora scettici.
Dopo cinque decenni di guerra il Sudan meridionale è distrutto dalla miseria. Nei mercati spesso non si trovano nemmeno i beni di prima necessità e l’economia è rimasta in mano agli arabi e al nord.
Un nodo pericoloso, che dovrà essere sciolto al più presto. Così come la questione del petrolio, altro grande enigma di questo Paese”.

Ma la vera incognita di questa giovane pace sudanese è la regione occidentale del Darfur, dove le popolazioni nere Fur, Zaghawa e Massalit subiscono continui attacchi da parte di miliziani che vogliono spingerli verso il Ciad, con lo scopo di arabizzare e controllare la zona. Mentre si è impegnati a festeggiare l’autonomia delle regioni meridionali, a poche decine di chilometri da esse si consuma un massacro che sempre più preoccupa la comunità internazionale. Le milizie della janjaweed – a detta della popolazione e di molti operatori umanitari finanziate dal governo filo-arabo di Khartoum – bruciano, stuprano e uccidono nel silenzio del deserto.
Le cifre parlano di 10mila morti, 130mila profughi, un milione di sfollati. Numeri che fanno pensare a un evento avvenuto dieci anni fa nel non lontano Ruanda, quando sotto il naso delle Nazioni Unite si consumò il genocidio più rapido ed efferato che la storia dell’umanità ricordi.
Numeri che mettono in dubbio la credibilità del governo centrale di Khartoum anche nel suo tentativo di porre fine al conflitto con il sud.

Ma anche in un paese come il Sudan c’è chi non ha ancora perso le speranze: ”Non ho mai conosciuto la pace in questo paese”, racconta Ali Agab, presidente della Soat, un’associazione che si batte contro le torture sui dissidenti politici.
“E’ vero, a ovest, in Darfur, si sta consumando un massacro a cui il governo dovrà porre fine al più presto”. “Per chi è nato e vissuto in un paese in guerra come il nostro – continua Agab – anche la stretta di mano tra il vicepresidente e il leader dei ribelli del sud dopo tanti anni di odio e sangue è una dolce illusione. E’ ad essa che ci aggrappiamo, nella speranza di non crescere una terza generazione di figli della guerra e dalla disperazione”.

Note:

http://www.peacereporter.net/it/canali/storie/0000africa/sudan/040528accordipace

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