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Iraq, la rapina del secolo

Le mani degli antiquari Usa sui capolavori di Babilonia.
6 giugno 2004 - Lucio Manisco

Quando l'ultimo elicottero si leverà in volo dal tetto della più grande ambasciata degli Stati Uniti nel mondo il tragico bilancio di una guerra sanguinosa e dissennata registrerà solo un dato positivo: positivo non certo per l'Iraq e per l'umanità tutta, ma per i saccheggiatori del patrimonio archeologico di questo paese, per gli antiquari e i mercanti d'arte disonesti, per i grandi musei della repubblica stellata.

Vera o falsa, la notizia del sequestro di reperti archeologici su un automezzo del contingente italiano a Nassiriya è ben poca cosa di fronte alle dimensioni di una rapina che ha fatto già impallidire la memoria storica di quella napoleonica o dell'altra perpetrata in Italia tra l'800 e il '900 dai "baroni ladri" Usa.

I capolavori trafugati della civiltà sumera e assiro babilonese sono ormai oggetto di accanita trattativa privata tra i grandi antiquari della 57ma strada di New York, a Bruxelles e a Londra, ma le cosiddette opere minori, come i sigilli cilindrici e le tavolette a caratteri cuneiformi dell'era sumera fanno bella mostra di sé nelle vetrine del Sablon, di St. James e della seconda Avenue: a nulla sono serviti gli allarmati appelli dell'Unesco e dei più insigni storici d'arte antica riuniti a convegno pochi mesi fa a Bruxelles, a nulla l'azione di contrasto condotta dal ministro giordano per le antichità Fawas Khreisheh che ha tra l'altro dato notizia del ricorrente sequestro sulla frontiera con l'Iraq di reperti rinvenuti nelle valigie di giornalisti americani, inglesi, belgi e italiani.

Anche le nostre denunce nel parlamento europeo hanno cozzato contro l'indifferenza della signora Viviane Reading, la più insipiente dei commissari alla cultura nell'intera storia dell'Unione. E' pur vero che subito dopo il clamore provocato dal saccheggio, sotto gli occhi dei marines, del museo nazionale di Baghdad l'Fbi si era dato da fare, sequestrando ad esempio nel porto di Napoli l'intero carico archeologico di una nave da 9mila tonnellate proveniente dal Kuwait.

Ma negli ultimi otto mesi l'ente investigativo federale è stato costretto ad occuparsi di ben altro. Cosa si può dire poi dell'azione di tutela e restauro affidata a cinque carabinieri e agli archeologi Giovanni Pettinato e Giuseppe Proietti, un'azione rivendicata con orgoglio in Parlamento dal ministro Urbani che aveva tra l'altro esaltato l'opera di un nostro plenipotenziario presso le truppe di occupazione, l'ambasciatore Pietro Cordone? Di questo nostro diplomatico possiamo solo riferire quanto riportato dall'Economist, che si è occupato principalmente della debaathificazione o epurazione degli addetti alla cultura irachena e poi dell'allestimento di una mostra itinerante di capolavori assiro babilonesi "presi in prestito" e destinata a circolare per le principali città degli Stati Uniti.

C'è da augurarsi che il suo successore, ambasciatore Mario Bondioli Osio possa fare di meglio anche se la crescente marea di sangue induce ad un marcato pessimismo. Sono ormai mesi che l'amministrazione americana tace sull'argomento, ma anche se si pronunziasse raccoglierebbe poco credito. Della credibilità zero del presidente Bush scrive sul Washington Post Richard Cohen in un commento dal significativo titolo "consistentemente disconnesso".

I fatti continuano a smentire nel giro di poche ore le parole del capo dell'esecutivo: nel suo discorso all'Accademia militare di Carlysle aveva sottolineato il successo della collaborazione tra le truppe americane e quelle irachene di nuova formazione a Falluja, ma l'agenzia stampa Associated Press riferisce che la cittadina irachena è diventata una "mini capitale islamica" controllata da una banda armata di fondamentalisti che non hanno nulla da invidiare ai "talebani dell'Afghanistan". L'accenno del presidente ai cosiddetti abusi sui detenuti da parte di "pochi soldati americani" sprofonda nelle rivelazioni su una pratica della tortura diffusa a innumerevoli reparti di militari operanti in Iraq ed autorizzata dai più alti vertici dell'amministrazione di Washington.

L'annunciato intento di radere al suolo l'infame carcere di Abu Ghraib si rivela una fandonia retorica inventata all'ultimo momento perché, come evidenzia il New York Times, nessuno a Baghdad o negli Stati Uniti ha la minima idea di cosa si trattasse. Ora il ministro alla Giustizia John Ashcroft lancia l'ennesimo allarme su un attacco terroristico di Al Qaeda: non fornisce particolari di sorta ma allude furbescamente al possibile intento di ottenere lo stesso risultato dell'attentato di Madrid e cioè una crisi di governo e un ritiro delle truppe americane dall'Iraq.

Gli tiene bordone il direttore dell'Fbi Robert S. Muller, lo stesso che nel 1989 al dicastero di giustizia ci invitò a desistere dal tentativo di ottenere il rimpatrio di Silvia Baraldini perché la detenuta italiana «sarebbe uscita da un penitenziario Usa solo con i piedi davanti». Ieri ha divulgato le fotografie di sette terroristi - due apparentemente morti - pronti a far saltare in aria la convenzione repubblicana di New York o qualche altro bersaglio grosso prima delle elezioni presidenziali di novembre. Scettici e polemici i commenti degli esponenti democratici che nelle allarmate dichiarazioni di Ashcroft e di Muller leggono solo manovre di bassa politica volte a puntellare le vacillanti fortune di George W. Bush, sceso a livelli preoccupanti nei sondaggi di opinione.

A proposito di democratici ritorna quanto mai calzante il vecchio adagio secondo cui se dovessero formare un plotone di esecuzione lo disporrebbero in circolo. Stanno litigando furiosamente sul quasi silenzio del loro candidato John Kerry in materia di guerra e di torture in Iraq: secondo alcuni democratici la sua titubanza è dovuta ad acume politico ed a spirito patriottico, secondo altri ad apatia morale ed a controproducente furbizia.

La verità è che l'aristocratico senatore di Boston non è stato mai contrario all'impresa militare in corso, vorrebbe solo allargarne costi e sacrifici ad altri paesi alleati ed amici degli Stati Uniti d'America. Il che induce a meste considerazioni sulle alternative offerte alla terra dei liberi e alla patria dei coraggiosi.

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