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    (Discorso tenuto come Chancellor’s fellow presso l' Universita' della California, Irvine, 8 giugno 2004)

    L'impero e la resistenza oggi

    20 giugno 2004 - Walden Bello
    Fonte: Focus on the Global South - 13 giugno 2004

    Durante questo ultimo anno, una cosa in particolare mi ha preoccupato pi?di ogni altra: l’Iraq. Sono sicuro che molti di voi potrebbero dire la stessa cosa.. L’Iraq, come dice Bob Woodward nel suo libro “Plan of attack?ha “risucchiato dal sistema tutto l’ossigeno che era disponibile? E?l’evento centrale del tempo presente, la nostra guerra civile spagnola, il nostro Vietnam e tutto il resto sembra come essere sospeso, sia qu?da noi che in altre parti del mondo, fino a che non si interverr?con una soluzione decisiva alla terribile situazione creata dall’invasione USA e dall’occupazione di quel paese.

    Quando George W. Bush atterr?sulla portaerei USA “Abraham Lincoln? al largo delle coste della California, il 1?maggio dell’anno scorso, per proclamare la fine della guerra in Iraq, il potere di Washington sembrava aver raggiunto lo zenit e molti commentatori presero a chiamarla, con un misto di timore reverenziale e disgusto, la “nuova Roma? L’atterraggio sulla portaerei, come pone in rilievo il prof. Anthony Hall, ha rappresentato una celebrazione del potere, uno spettacolo che ?stato abilmente coreografato seguendo i copioni del fanta-thriller “Independence Day?e del “Trionfo della volontà” di Leni Riefenstahl.

    Nella scena iniziale di “Trionfo? Adolf Hitler viene ripreso mentre arriva dall’alto al raduno del Partito Nazista che si teneva a Norimberga, nel 1934. Il presidente Bush ha dato inizio alla sua esibizione a bordo dell’Abraham Lincoln, atterrando sul ponte della nave con un jet S-3B Viking. Immortalate sul parabrezza dell’areo le parole “Comandante in capo? Il presidente ?poi apparso in tenuta da pilota da combattimento, evocando le immagini delle scene finali di “Independence day? In quelle scene un presidente americano guida una coalizione globale dalla cabina di pilotaggio di un piccolo caccia. Lo scopo di questa operazione guidata dagli USA ?di difendere il pianeta dall’attacco di alieni venuti dallo spazio.
    Ma la fortuna fa presto a girare , specialmente in tempo di guerra.. Penso che Bush ed i suoi consiglieri si siano ormai pentiti di quella messa in scena per la foto del 1?maggio. Due eventi che si sono poi susseguiti a breve distanza sono stati disastrosi per l’impresa americana: la resistenza della citt?di Falluja e lo scandalo scatenato dagli abusi sessuali sui prigionieri nel carcere di Abu Ghraib a Baghdad.

    ABU GHRAIB E L'ESERCITO USA

    Abu Ghraib rappresenta in modo incontrovertibile la bancarotta morale della guerra di Bush e su questo, non ho niente altro da aggiungere. Quello che vorrei dire ?che Abu Ghraib ed il modo in cui ?stato gestito, rappresenta un punto di svolta per l’esercito USA in Iraq. Il giochetto, abbastanza evidente, di Bush e del suo entourage, ?stato quello di far apparire che il numero dei colpevoli, accusati, incriminati e puniti in relazione agli abusi di Abu Ghraib, fosse ristretto a poche reclute e forse a qualche ufficiale. Gli abusi sono stati attribuiti a poche mele marce e non considerati in alcun modo “sistematici? Molto probabilmente faranno in modo che le responsabilit?non arrivino mai ai gradi pi?alti della catena di comando ed ai dirigenti politici che hanno progettato quell’invasione criminale creando cos?le condizioni che hanno in primo luogo portato agli abusi. Quando succede poi che qualche ufficiale di alto grado debba essere necessariamente sacrificato(come nel caso del gen. Ricardo Sanchez, l’ufficiale di grado pi?elevato in Iraq), allora la strategia sembra essere quella di destituirlo e poi farlo sparire dalla vista, invece di perseguirlo per legge.
    Il problema di questa strategia ?che certamente preserva i livelli gerarchici pi?alti, ma risulta totalmente devastante per il morale dei soldati di minore grado.
    Temo che molto presto torneremo a vedere tra le nostre truppe il ritorno di quella demoralizzazione che quasi distrusse l’esercito americano in Vietnam. In Vietnam alcune reclute cominciarono colpire i propri ufficiali (“fragging? uccidendoli con bombe a mano, perch?si erano infine resi conto che non aveva alcun senso essere obbligati a rischiare la propria vita per una guerra che aveva perduto qualsiasi legittimit?e significato, oppure perch? semplicemente in collera con i propri superiori. In Vietnam furono denunciati 200 casi di “fragging? Fino ad ‘ora, per quanto riguarda la guerra in Iraq, ne ?stato denunciato solo un caso, da parte di un soldato che, il 23 marzo 2003, ha lanciato tre granate ai suoi ufficiali di Camp Pensylvania, nel Kuwait. Potrebbero essercene stati altri che non sono mai stati denunciati. Credo, insomma, che scaricare sulle reclute la responsabilit?di quello che ?successo ad Abu Ghraib potrebbe, in un certo senso, essere un invito al “fragging?e ad altri atti di ribellione da parte di soldati demoralizzati che incontrano giorno dopo giorno una resistenza sempre pi?determinata e aggressiva a quella che molti di loro adesso vedono come una guerra senza ragione.

    FALLUJA: LA SVOLTA DECISIVA

    Quello su cui vorrei adesso soffermarmi ?il significato di quello che ?successo a Falluja. I primi giorni dello scorso mese di aprile Falluja ha determinato il punto di svolta della guerra in Iraq. A circa un’ora di strada ad ovest di Baghdad sulla Highway 1, Falluja ?un luogo di villeggiatura, lungo le rive dell’Eufrate. Contrariamente a quanto affermato dalla propaganda dell’esercito statunitense, Falluja non era mai stata considerata una fortezza del partito Ba’ath ai tempi di Saddam Hussein. Quello che ha fatto diventare Falluja il centro della resistenza agli americani, ?stata la sparatoria indiscriminata scatenata dall’esercito USA contro una manifestazione di protesta per , per lo pi?pacifica, che l?si stava svolgendo il 29 aprile 2003, durante l’avanzata americana verso Baghdad. Fu quel massacro a determinare l’atteggiamento decisamente ostile della citt?contro gli USA e nel corso dell’anno seguente, secondo un resoconto del Financial TImes, “accompagnate dal ritmo costante degli attacchi, le truppe USA si sono ritirate dalla città” con il pretesto di un passaggio di mano delle funzioni di sicurezza alla polizia irachena ed alle forze civili di difesa. Gli ultimi giorni del marzo scorso, quattro “civili?mercenari USA, collegati all’agenzia di sicurezza Blackwater, che erano stati ingaggiati dall’esercito americano, sono stati attaccati da combattenti della resistenza irachena ed i loro corpi sono poi stati mutilati. Il 4 aprile, a seguito di quella che passer?alla storia per essere una delle peggiori decisioni mai prese dall?autorit?delle forze d’occupazione, un drappello di 2.000 soldati del 1?Corpo di spedizione di Marines, ha circondato Falluja, alla ricerca degli iracheni che erano stati coinvolti nell’incidente. Il Generale di brigata Mark Kimmit, vice direttore delle operazioni dell’esercito USA in Iraq, promise “una risposta sorprendentemente efficace?dicendo: “porteremo pace in quella città”.
    Uno slogan provocatorio ripetuto dagli abitanti della citt?durante i mesi dell’occupazione diceva: “Falluja sar?il cimitero degli americani? Il mese di aprile ha visto quello slogan diventare realt? e i 102 morti in combattimento di quel mese devono essere messi messo in conto agli scontri avvenuti in quella citt?o nelle sue vicinanze. A maggior ragione quello slogan ?diventato realt? in un senso ancora pi?profondo: Falluja era diventata il cimitero della politica americana in Iraq.

    Il 9 di aprile, quando le forze USA hanno dichiarato “una sospensione unilaterale dell’offensiva? la battaglia per la citt?non era ancora finita. La resistenza irachena, per? l’aveva gi?vinta psicologicamente. Guerriglieri irregolari, sostenuti solamente da spirito e coraggio, sono stati in grado di combattere contro l’elite delle legioni coloniali americane ?i marines ?fino ad obbligarli a fermarsi all?estrema periferia di Falluja. Il comando USA ne ?rimasto talmente frustrato, che, come sua consuetudine e con il solito stile di combattimento ai pi?alti livelli tecnologici, ha scatenato una potenza di fuoco talmente indiscriminata da provocare la morte di 600 persone, per lo pi?donne e bambini, secondo i racconti dei testimoni oculari. Questi sviluppi della situazione, filmati dalla televisione araba, hanno contribuito a creare nel popolo iracheno sentimenti e di ispirazione e di profondo risentimento che sono stati poi facilmente tradotti in appoggio alla resistenza. Ad essere disgustati da quel massacro non sono stati solo gli iracheni, ma anche gli alleati degli USA. Dopo aver visto gli effetti dell’indiscriminato uso di armi da fuoco su civili, il gen. Sir Michael Jackson, il capo dello staff degli ufficiali britannici, ha subito preso le distanze da quel bagno di sangue: “Dobbiamo combattere a fianco degli americani. Questo non significa che dobbiamo combattere come gli americani? ha dichiarato. “Che l’approccio britannico alla situazione post-bellica sia dottrinalmente diverso da quello degli USA ?un fatto incontrovertibile?

    Le forze USA hanno dovuto affrontare un inevitabile dilemma: dovevano mantenere il cessate il fuoco, che gli iracheni avrebbero potuto interpretare come incapacit?di affrontare la situazione a Falluja, oppure dovevano andare a prendersi la citt? facendo pagare un prezzo terribile alla popolazione ed a loro stessi? Non c’è dubbio che i marines, con la loro potenza armata, avrebbero potuto pacificare Falluja, ma il costo esorbitante dell’operazione l’avrebbe trasformata in una vittoria di Pirro.
    I marines hanno scelto l’opzione meno disastrosa, creare un accordo che alcuni hanno visto come insolito, dando vita ad una nuova forza, conosciuta come “esercito per la protezione di Falluja? per riuscire ad entrare nella citt?ed occuparsi della sicurezza. Ne avrebbero dovuto far parte 1.100 soldati dell’ex esercito iracheno guidati da un ex comandante di divisione dei tempi di Saddam. Non era molto chiaro come questa nuova unit?avrebbe dovuto operare, ma presto sono stati visti membri della resistenza irachena di Falluja che pattugliavano le strade della citt? Senza dubbio alcuni di loro erano stati fra quelli che avevano partecipato all’aggressione dei mercenari della Blackwell.
    Qualunque sia stato l?accordo concreto stipulato, ?importante rendersi conto che Falluja ?stata vista come una sconfitta per gli Stati Uniti e l’effetto pi?immediato ?stato quello di ingrossare ulteriormente le fila di una resistenza gi?in crescita, con migliaia di nuove reclute.

    LE RADICI DELLA RESISTENZA

    La verit??che lo scenario dipinto dai neoconservatori (un’invasione lampo, la “pacificazione?della popolazione per mezzo di dollari e cioccolato, l’instaurazione di una “democrazia ?fantoccio dominata dai protetti di Washington, poi il ritiro verso avamposti militari lontani, fuori dalla portata dei rivoltosi, mentre un esercito e un corpo di polizia addestrati dagli americani venivano incaricati della sicurezza nelle citt? era ben lungi dall’essere attuabile.
    Nonostante le numerose fratture del paese il richiamo inter-etnico del nazionalismo e dell’Islam ?molto forte in Iraq. Sono arrivato a questa conclusione dopo essermi trovato in un paio di situazioni particolari, mentre ero in visita in Iraq assieme ad una delegazione parlamentare, poco prima del bombardamento americano. Quando abbiamo chiesto, durante.una lezione all’Universit?di Baghdad, cosa ne pensassero della imminente invasione, una giovane donna ci ha risposto fermamente che se George Bush avesse
    studiato la storia, avrebbe saputo che gli americani sarebbero andati incontro allo stesso destino degli altri innumerevoli eserciti che avevano invaso e depredato la Mesopotamia negli ultimi 4.000 anni. Mentre lasciavamo Baghdad, ci siamo resi conto che i giovani, uomini e donne, con i quali avevamo parlato, non erano quel tipo di persone che si sarebbe sottomesso facilmente ad una occupazione straniera.

    Due giorni dopo, al confine con la Siria, una manciata di ore prima del bombardamento americano, abbiamo incontrato un gruppo di Mujaheddin che si stava dirigendo verso la direzione opposta, pieno di energia ed entusiasmo, pronto ad affrontare gli americani. Venivano dalla Libia, dalla Tunisia, dall’Algeria, dalla Palestina e dalla Siria, ed erano solo l’avanguardia di una folla di volontari islamici che sarebbero penetrati nel paese nei mesi a seguire per partecipare a quella che con grande ottimismo vedevano come la battaglia decisiva contro gli americani.

    L’invasione era da poco cominciata quando molti di noi predissero che gli americani a Baghdad, ma anche nel resto del paese, avrebbero incontrato una resistenza urbana difficile da placare. Come ?ben risaputo Scott Ritter, l’ex ispettore ONU per gli armamenti, aveva detto che gli americani sarebbero stati obbligati ad andarsene dall’Iraq “con la coda tra le gambe, sconfitti. E?una guerra che non possiamo vincere.?

    Avevamo torto, naturalmente, visto che incontrammo pochissima resistenza all’entrata in Baghdad. Il tempo, per? ci ha poi dato ragione. Il nostro errore ?stato solo quello di sottovalutare il tempo che sarebbe stato necessario per la trasformazione di un popolo da massa disorganizzata e sottomessa quale era sotto Saddam a forza vera e propria, resa vigorosa dal nazionalismo e dall’Islam. Bush e il pro console in Iraq, Paul Bremer, hanno sempre parlato del loro sogno di un “nuovo Iraq? ma, ironicamente, il nuovo Iraq post-Saddam veniva forgiato da una lotta comune contro l’odiata occupazione.

    Bush e la sua gente pensavano di poter imporre o comprare la sottomissione degli iracheni. Non hanno preso in considerazione una cosa: lo spirito. Ovviamente, lo spirito non ?abbastanza e quello che si ?sviluppato nell’anno seguente all’invasione ?stato un movimento che si spostava lungo un tracciato pieno di curve, molto tortuoso, che si esprimeva con atti scoordinati di resistenza, ma anche con un repertorio sofisticato che combinava l’uso di ordigni esplosivi improvvisati (IEDS), a tattiche mordi e fuggi, scontri a fuoco sul posto e attacchi con missili da terra.

    Sfortunatamente queste tattiche, progettate secondo una determinata strategia, hanno incluso anche le autobombe ed i sequestri di ostaggi, che hanno colpito civili oltre a soldati e mercenari USA e della coalizione.
    Inoltre, il tentativo della resistenza islamica di indebolire la volont?del nemico esportando la battaglia sul suo territorio, ha portato all’organizzazione di missioni che avevano come specifico obiettivo cittadini comuni, come l’attentato ferroviario a Madrid, che ha ucciso centinaia di innocenti. Atti del genere sono ingiustificabili e deprecabili, ma a chi si affretta a condannare, dobbiamo far notare che l’uccisione indiscriminata di circa 10.000 iracheni civili da parte di militari USA durante il primo anno dell’occupazione e la determinazione a colpire deliberatamente i civili durante l’assedio di Falluja, potrebbero essere collocati sullo stesso livello morale dei metodi usati dalla resistenza irachena ed islamica. Certamente, “il modo americano di fare la guerra?ha sempre comportato l’uccisione e la punizione della popolazione civile. Il bombardamento di Dresda, le bombe incendiarie a Tokyo, le bombe atomiche ad Hiroshima e Nagasaki, l’operazione Phoenix in Vietnam, rappresentavano l’obbiettivo strategico di vincere una guerra usando deliberatamente i civili come bersagli. Allora, per piacere, smettiamola una volta per tutte coi falsi moralismi, smettiamola di parlare di un modo “civile?di fare la guerra da parte dell’occidente e della cosiddetta “barbarie?della resistenza irachena.

    STRATEGIA DELLA DISPERAZIONE

    Nonostante l’amministrazione Bush si sia ormai fatta sfuggire di mano la situazione, vediamo per?che si ostina a spingere verso un cosìddetto “passaggio di sovranità” a personalit?associate al “governo provvisorio? controllato dagli USA, al quale il popolo non ha dato un granch?di legittimit? A chi verr?data la sovranit? In che cosa consister?esattamente questa sovranit? Chi dar?loro legittimit? Quale sar?esattamente la relazione tra il nuovo governo e l’ONU? Gli Stati Uniti si riservano la facolt?di mantenere il controllo delle proprie forze armate in Iraq, indefinitivamente. L’affermazione del segretario di stato Powell secondo il quale gli USA avrebbero lasciato il paese se il nuovo governo avesse loro chiesto di farlo, appare piuttosto ingenua, dato che il regime non chiederebbe mai l’eliminazione delle forze militari che garantiscono la sua stessa esistenza. Questi sono interrogativi ai quali non ?mai stata data risposta e che hanno fornito sostanza alle accuse del New York Times, secondo il quale “l’unico fattore unificante della politica di Washington sembra essere la disperazione?
    La recente approvazione degli accordi per il post ?30 giugno da parte del Consiglio di sicurezza dell’ONU non servir?a rendere pi?accettabile al popolo iracheno o al mondo intero, questa soluzione imposta dagli USA

    L'OPPOSIZIONE LEALE

    Neanche il Times e l’opposizione a Bush hanno per?delle soluzioni.

    Lo stesso Times mentre attacca Bush per l’incapace gestione del problema dell’occupazione, approva poi la concessione all’ONU di “autorit?sugli accordi politici di transizione?e sull’invio di numero ancor maggiore di militari USA in Iraq a breve termine? Tutti questi elementi, per? facevano gi?parte del piano di Bush, compreso l’invio di ulteriori contingenti militari richiamati dalla Corea del Sud.

    Per quanto riguarda i Democratici si pu?dire che fino ad ora il loro approccio al problema sia pi?o meno agli stessi livelli di ambiguit?espressi dal Times, con John Kerry, il candidato alla presidenza, che non si distingue in modo sostanziale da Bush su questioni di principio, ma solo sulla gestione del problema: lui di sicuro gestirebbe l’intervento in Iraq meglio di Bush. Il 27 maggio scorso, in quello che ?stato pubblicizzato come il discorso della sua presa di “posizione? sulla politica di sicurezza nazionale, Kerry ha affermato che si dovrebbe chiedere alla NATO di inviare contingenti militari, che l’addestramento delle forze di sicurezza in Iraq dovrebbe essere gestito a livello internazionale e che dovrebbe essere nominato un “alto commissariato Internazionale? con l’incarico di organizzare elezioni, mettere gi?le basi di una costituzione e coordinare la ricostruzione.

    Tutto questo ? parte integrante del programma di Bush, cos?come lo ?la richiesta di Kerry di un ulteriore invio in Iraq di almeno 40.000 militari USA. Sottolineando che Bush aveva gi?predisposto l?ordine di aumentare il contingente militare di 30.000 unit?entro il gennaio del 2005, uno dei suoi portavoce per la campagna elettorale ha dichiarato che “John Kerry si sta divertendo a fare l’imitazione di Bush?

    Nessuno dei candidati democratici durante le primarie, con l’eccezione, forse, di Dennis Kucinich, ha osato pronunciare quelle sole cinque parole che costituivano l’unica strategia percorribile: “Immediato ritiro dell’esercito USA? Una considerazione di fondamentale importanza, prima dei fatti di Falluja e di Abu Ghraib, poteva essere che questa presa di posizione avrebbe potuto danneggiarli nelle elezioni del prossimo novembre, nonostante il fatto che anche prima delle sommosse di Falluja e dello scandalo di Abu Ghraib, secondo il Pew Research Center, il 44 % (a confronto del 32% del settembre scorso) degli americani pensava che i militari dovessero tornarsene a casa al pi?presto. Verso la fine di maggio, per? non c’erano pi?scuse valide per questa mancanza di coraggio: il 52 % degli intervistati dalla Gallup Poll ha risposto che la guerra in Iraq era inutile e solo il 45 % ha detto di essere a favore, in confronto relativamente al 29 % ed al 68 % dell’anno precedente. Eppure non ?solo una questione di tattica. Secondo il giornalista del Financial Times, Gerard Baker, “Che crediate o no che l’Iraq di Saddam Hussein rappresentasse veramente una minaccia, non si pu?negare che una sconfitta degli USA laggi?, rappresenterebbe anche una sconfitta qui ed ora? Questa ?una conclusione che non deriva dalle premesse, ma dimostra che sia i liberal che i conservatori operano comunque all’interno dello stesso paradigma dell’America imperialista. I liberali ed i democratici sono forse arrivati alla conclusione che l’invasione non fosse in nessun caso giustificata, ma non hanno il coraggio necessario per chiedere un ritiro unilaterale, dato che sarebbe un terribile colpo al prestigio e alla leadership statunitense. In altre parole, l’effetto che farebbe un’America che se ne andasse dall’Iraq con la coda tra le gambe sarebbe disastroso per la credibilit?presente e futura degli USA.

    Sembra non essere possibile trovare una facile via d’uscita dall’Iraq, dal momento che sia i dirigenti di regime a Washington che la leale opposizione sono impantanati in un fallimento morale di dimensioni notevoli. Quello che ?adesso in corso ?la continuazione di un’occupazione, senza alcuna ragione politica effettiva, senza alcuna strategia militare effettiva e priva di qualsiasi legittimit?morale.

    LA PARALISI DEL MOVIMENTO DELLA PACE

    Solo una cosa pu?neutralizzare la paralisi che ha assalito i Democratici riguardo all’Iraq: un forte movimento contro la guerra, come quello che con migliaia e migliaia di persone occupava le strade ogni giorno prima e dopo l’offensiva del Tet nel 1968. Fino ad ora niente del genere si ?materializzato, anche se la delusione nei confronti della politica USA in Iraq si ?diffusa tra la maggioranza del popolo americano, specialmente dopo Abu Ghraib.

    In effetti, proprio nel momento in cui il popolo iracheno ne avrebbe maggiormente bisogno, il movimento internazionale per la pace ha problemi a mettersi in marcia. Le manifestazioni del 20 marzo scorso hanno visto un sensibile calo di partecipazione rispetto a quelle del 15 febbraio 2003, quando a decine di milioni marciarono in tutto il mondo contro il progetto della guerra in Iraq. La pressione che pu?essere esercitata dalle masse a livello internazionale e sortire un certo effetto sui politici ?l’organizzazione continua di manifestazioni, giorno dopo giorno, a centinaia di migliaia, in una citt?dopo l’altra,- semplicemente non si ?sentita n?vista, almeno non ancora.

    Forse, il principale motivo ?che una parte significativa del movimento internazionale per la pace, specialmente negli USA, esita a legittimare la resistenza irachena. Chi sono? Possiamo davvero stare dalla loro parte? Queste domande sono state poste innumerevoli volte a me e ad altri sostenitori di un ritiro immediato dall’Iraq. L’uso del suicidio come strumento di lotta non pu?far a meno di disturbare molti attivisti statunitensi, che sono rimasti disgustati da dichiarazioni come quelle dei leaders palestinesi secondo i quali gli attentatori suicidi sono l’equivalente degli F16 della gente oppressa. Anche il ruolo dei fondamentalisti islamici e la possibilit?che l’Iraq del dopo-USA potrebbe diventare uno stato islamico come l’Iran, vista la maggioranza di sciiti tra la popolazione, ?oggetto di grande preoccupazione.

    Eppure nessuno ha mai pensato di organizzare un bel movimento per la liberazione nazionale o per la loro indipendenza. Molti progressisti occidentali avevano visto con repulsione anche i metodi dei “Mau Mau?in Kenya, dell’FLN in Algeria, del FLN in Vietnam. Quello che i progressisti occidentali si dimenticano ?che i movimenti di liberazione nazionale non chiedono loro appoggio ideologico o politico. Quello che vogliono veramente ?che si faccia pressione a livello internazionale per il ritiro di una potenza che ha occupato il loro territorio illegittimamente, in modo che le forze interne possano avere lo spazio per costruire un governo realmente nazionale, basato sui loro processi interni assolutamente unici. Fino a che non rinunceranno al sogno di un movimento di liberazione idealizzato, creato su misura sui loro valori e ragionamenti, i pacifisti statunitensi continueranno a rimanere intrappolati all’interno dello stesso paradigma, della stessa logica in termini di imposizione dei propri valori, che poi ?l’accusa che viene spesso da loro fatta ai democratici.

    ECCESSO DI ESPANSIONISMO

    Concluder?dicendo che le cose possono solo andare peggio per gli USA in Iraq. Tra l’altro, la resistenza irachena ha trasformato l’equazione globale. Gli Stati Uniti sono pi?deboli oggi di quanto lo fossero prima del 1?maggio 2003. L’alleanza Atlantica che ha vinto la guerra fredda non funziona pi? La situazione in Afghanistan ?ancora pi?instabile di quanto lo fosse l’anno scorso e le truppe americane sono rimaste impantanate. Il revival islamico, contro il quale si sono scagliati gli USA, si sta adesso diffondendo con maggior vigore. In America Latina ci sono adesso governi ( in Brasile, Argentina, Venezuela e Bolivia) che sono apertamente contro la vecchia politica economica neoliberista imposta da Washington. La WTO ( Organizzazione Mondiale per il Commercio) si trova in guai seri dopo il fallimento del convegno mondiale di Cancun del settembre scorso, e il progetto di Washington per il Free Trade of Americas (Libero Commercio delle Americhe) non ?riuscito a materializzarsi a causa dell’opposizione dell’America Latina, durante il convegno del FTAA a Miami lo scorso novembre.

    A causa della propria arroganza gli USA stanno adesso soffrendo della stessa malattia mortale che ha colpito tutti gli imperi: l’eccesso di espansionismo imperiale. La sua minaccia di provocare dei cambiamenti di regime in altri paesi come l’Iran, la Siria e la Corea del Nord non appare pi?credibile.

    Penso che la crisi dell’impero sia un bene e non soltanto per il mondo. E?un bene anche per il popolo degli Stati Uniti, perch?d?vita alla possibilit?per gli Americani di mettersi in relazione agli altri popoli da pari a pari e non come padroni, imparando da loro, rispettandoli e apprezzandoli. Il fallimento dell’impero ? inoltre, un pre-requisito per la nascita di una vera repubblica democratica, quella che gli Stati Uniti dovevano essere fin dall’inizio, per vocazione, prima che fossero dirottati verso una democrazia imperiale.

    Note:

    Walden Bello e' il direttore esecutivo di “Focus on the global south? con sede a Bangkok ed e' docente di sociologia e pubblica amminstrazione presso l' universita' delle Filippine. Ha ricevuto il Right Livelihood Award (Alternativo al premio Nobel)
    nel 2003 ed e' Chancellor’s Fellow dell' universita'della California di Irvine per il 2004.
    Art. originale:http://www.focusweb.org/main/html/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=319

    Traduzione di Patrizia Messinese a cura di Peacelink

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