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La pseudo-opposizione

Mentre l'amministrazione Bush trascorreva questo ultimo anno progettando la nascita dello pseudo stato dell'Iraq, stava, nel frattempo creando i presupposti per la nascita di un'altra pseudocreatura: la pseudo - opposizione.
30 giugno 2004 - Tom Engelhardt

Finalmente la settimana della "transizione" e' arrivata. Il rullo di tamburi (o sono i colpi di mortaio?), il passaggio di consegne di quella che il nostro presidente insiste nel definire "completa, totale sovranita' " ad un "governo iracheno", il motivo per il quale si suppone questa guerra sia stata combattuta (dopo che, naturalmente, si son perse la tracce di tutti gli altri motivi). Quasi esattamente dopo un anno e qualche spicciolo ( miliardo piu', miliardo meno) , l'Iraq ricompare nel mondo con la propria sovranita', piegato e costretto dalle 97 Direttive Legali emanate dall'Autorita' dell'occupazione, ispirate da Paul Bremer, e che negli anni a venire dovranno servire a controllare praticamente tutti gli atti emanati dal governo iracheno, da chi potra' partecipare alle elezioni a come si deve guidare la macchina (con due mani possibilmente, niente clacson, a meno che non si tratti di una "situazione di emergenza") (Washington Post, 27/06/2004).

Io vorrei semplicemente far notare che, mentre l'amministrazione Bush (che pure si e' trovata ad affrontare una resistenza inaspettata, ancora piu' diffusa, radicata, violenta e terribile di quanto potesse mai essere previsto) trascorreva questo , pasticciando e cincischiando per far nascere lo pseudo-stato dell'Iraq, nel frattempo stava creando i presupposti per la nascita di un'altra pseudocreatura: la pseudo - opposizione.

Ecco, per esempio, una citazione che difficilmente vedrete pubblicata dalla stampa americana. In un articolo per The Independent (il 25/06/2004), il giornalista britannico Patrick Cockburn scrive: "I ribelli sono nazionalisti e religiosi. Pare che gli Stati Uniti sottovalutino da sempre la forza del nazionalismo iracheno". Il termine "nazionalismo" e' sempre stato usato in modo particolare negli USA. Gli americani non vengono mai descritti come nazionalisti (qui).

Siamo "patriottici", ed il patriottismo da' l'impressione di essere una caratteristica prettamente americana. D'altra parte, da qualche decennio in qua', gli altri popoli, in particolar modo nel mondo non-occidentale, non sono quasi mai patriottici, sono nazionalisti E quelli, tra di loro, che combattono per la sovranita' ed il potere non sono mai patrioti, ma, tutt'al piu', nazionalisti. Il nazionalismo, nel nostro mondo americano, e' sempre stato inteso come termine peggiorativo; non ci fa venire in mente la bandiera, la mamma, la torta di mele (e neanche la bandiera, la mamma ed il shis kebab), ma un qualcosa di estremo, un po' sregolato, fanatico, pericoloso. Qualcosa che deve essere, in qualche modo, controllato. Questo e' stato il 'sentire comune' qui da noi, per tanto tempo.

Quello che appare curioso della situazione irachena e' che mentre noi, nel nostro immaginario, siamo diventati ancor piu' patriottici, loro sono diventati...proprio niente. Solo degli "ex baathisti", "oltranzisti", "combattenti stranieri" (nota bene che nessuno dei principali mezzi di informazione americani definirebbe mai i militari USA in Iraq dei "combattenti stranieri"). Sono fanatici religiosi, sostenitori di Al Qaeda, terroristi. Con poche eccezioni degne di nota (negli articoli recenti del Los Angeles Times, come quello del 26/06/2004 ad esempio, si e' cominciato a parlare di nazionalismo iracheno. Nazionalismo e' un termine per lo piu' scomparso dai nostri mezzi di informazione, anche se senza quel termine e' difficile riuscire a capire quello che e' successo, anche se a dominare il mondo e' ancora il bisogno di difendere la libertà del proprio paese, che spinge moltitudini di persone a comportamenti estremi, ai quali non potrebbero essere spinti neanche dal fondamentalismo religioso piu' feroce. Il nazionalismo, l'indipendenza, la sovranita' sono fenomeni quasi religiosi (come lo e' il patriottismo, in fin dei conti) e di sicuro la nostra analisi della situazione difficilmente potrebbe avere alcun senso, a meno che non decidiamo di affrontare questi stessi fenomeni apertamente.

Eppure, secondo l'amministrazione Bush ed i principali mezzi di informazione, laddove la "piena sovranita' " e' stata ristabilita ed il "governo iracheno" consacrato, l'opposizione irachena, al di fuori delle aree sciite, sembrerebbe invece essere ridotta ad un manipolo di zelanti ex seguaci di Saddam ed al gruppo al-Tawhid, seguaci di Abu Musab al-Zarqawi, un gruppo terrorista di medie dimensioni che viene collegato ad Al Qaeda. Ma, questi due gruppi hanno un'importanza rilevante? Sicuramente. Anzi, appare sempre piu' evidente che Saddam ed i suoi generali avevano pianificato il dopo-guerra molto piu' di quanto lo avessero fatto il Pentagono e la Casa Bianca.
Alix de la Grange, in un articolo pubblicato sull' Asia Times on-line e intriso di una spavalderia raccapricciante , racconta di un'intervista fatta a tre ex alti funzionari dell'esercito Baathista che si vantano della loro futura vittoria e dichiarano :"Gli americani hanno preparato la guerra, noi abbiamo preparato il dopo-guerra". Paul Wolfowitz, con la consueta perversita', ha detto la stessa cosa pochi giorni fa. Così ha scritto Julian Borger del Guardian:

"Paul Wolfowitz....ha negato che le forze USA stiano affrontando un' insurrezione in Iraq. 'Una insurrezione implica che qualcuno si sia ribellato a qualcosa...e' una continuazione della guerra portata avanti da individui che non si sono dati per vinti' ha dichiarato alla NBC."

Zarchawi e' fin troppo reale, sebbene sia lui che l'amministrazione Bush sembrino ansiosi di prendersi il merito ( o dare l'un l'altro la colpa) di qualsiasi cosa accada in Iraq. In questo modo l'amministrazione Bush si è dimostrata un meccanismo pubblicitario decisamente efficiente per la un tempo modesta organizzazione di Zarchawi.

Niente di questo sarebbe comunque importante se l'amministrazione si trovasse a combattere solo con ex ufficiali Baathisti o con piccoli numeri di combattenti stranieri. Far ricadere le responsabilità della resistenza solamente su di loro ("Come possono un migliaio di terroristi mettere in crisi totale una società intera?" ha chiesto uno dei consiglieri anziani del presidente Bush venerdì scorso. Considerarlo un "esperimento da laboratorio" (New York Times del 27.06.2004) significa saltare a pie' pari il punto fondamentale: la gente, in qualsiasi parte del mondo, si ribella all'occupazione della propria terra. Così, basandosi su fattori assolutamente reali, ma molto parziali, l'amministrazione ha creato una pseudo-opposizione decisamente perfetta e creata apposta per quello pseudo-stato.

Il nuovo comandante dell'esercito Gen. George W. Casey Jr, ad esempio, ha così risposto ad una domanda del sen. John McCain : "Le cose non stanno sicuramente andando come avevo immaginato, senatore. L'insurrezione e' molto piu' forte di quanto avrei potuto prevedere" Certamente, se "l'insurrezione" viene immaginata solo come un'accozzaglia Baathisti+Al Qaeda ( con l'aggiunta, forse, di qualche fanatico sciita), che poi sarebbe il realizzarsi del peggiore degli incubi e delle menzone pre belliche dell'amministrazione.

E' quasi come se, man mano che aumenta la resistenza ad una occupazione di quasi 150.000 soldati della

Coalizione e di migliaia di mercenari, l'immagine di chi e' realmente coinvolto nella stessa si rimpicciolisse via via. Questa ultima settimana i nostri mezzi di informazione hanno trasformato la resistenza in "offensiva", così l'hanno definita, ("...i rivoltosi hanno dimostrato un tale e nuovo livello di forza e di abilita' tattiche da mettere in allarme i soldati (americani) che li stavano fronteggiando" (Washington Post, 25/06/2004). Le ombre dell'offensiva del Tet, all'epoca del Vietnam, modesta, stracciona e, come spesso succedeva, incurantemente distruttiva, avevano già cominciato a danzare nelle nostre teste di americani sapientoni. La frase, usata spesso ai tempi del Vietnam, "un pantano per la sicurezza", e' stata di nuovo pronunciata durante un' udienza parlamentare (Washington Post del 23/06/2004), ed a molti e' venuta in mente la famosa frase post-bellica. "La sindrome dell'Iraq": la paura di affrontare "le prossime minacce alla sicurezza americana, perche' la prima prova di tattica preventiva del presidente Bush e' costata troppo sangue e troppi miliardi", come ha scritto David E. Sanger sul New York Times il 27/06/2004.

Ma mentre la paura cresce ancora di piu' a Washington, "l'insurrezione" si è trasformata, sia negli annunci dell'amministrazione che sui nostri media, in un fenomeno che riguarda e comprende sempre solo al-Zarqawi. Per leggere qualcosa di ragionevole sul nazionalismo iracheno, dobbiamo oltrepassare i confini dei nostri mezzi di informazione. Ecco, ad esempio, un passaggio tratto da un articolo, molto equilibrato, sulle prospettive attuali dell' Iraq, scritto da Peter Beaumont e pubblicato sul British Observer (L' Iraq spaventato in viaggio verso l'ignoto, 27/06/2004):

"E' ormai uso comune rovesciare la colpa di qualsiasi violenza sulla rete di guerriglieri jihadisti legati ad al-Zarqawi, ma e' un affermazione che non regge. La maggior parte delle azioni contro la coalizione viene portata avanti da iracheni provenienti per lo piu' dal triangolo sunnita e da Baghdad e il cui piano d'azione e' determinato dall'odio per un'occupazione che non sono per niente coinvinti finisca esattamente questa settimana. A differenza delle forze dispiegate contro di loro, e' una resistenza - come hanno specificato i suoi membri quando era ancora possibile parlare con loro - che non ha altra strategia, altro programma politico, altra visione per il futuro dell'Iraq, se non quella dell'espulsione delle forze straniere".

In modo simile, il giornalista australiano Paul McGeough, che ha seguito la resistenza irachena da vicino, per quanto possa essere stato possibile ad un giornalista occidentale, commenta sul Sunday Morning Herald (Messaggi di morte da un'ondata insurrezionalista, il 25/06/2004):

"A Baqaba, a nord di Baghdad, combattenti con turbanti gialli affermavano di essere dei seguaci del militante giordano Abu Musab al-Zarqawi. Ma sarebbe un errore compiere un analisi unidimensionale dell'insurrezione attraverso il prisma del terrorismo straniero. L'insurrezione irachena dispone senz'altro di bombe e mitragliatrici in abbondanza - e, a quanto pare, di una riserva illimitata di combattenti volenterosi - ma il suo piu' grande vantaggio e' la simpatia, l'appoggio e la complicita' di gran parte della gente comune. Se non fosse stato per quello, gli americani avrebbero potuto risolvere la faccenda in pochi giorni, in combattimenti fucile a fucile, corpo a corpo".

Come ha espresso chiaramente Adam Hochchild, l'arroganza dell'amministrazione Bush ci ha fatto piombare in quella che forse presto cominceremo a chiamare la Sindrome del Pseudostato, che ha visto il nascere consequenziale di una pseudo-opposizione, mentre a noi non rimane che vivere, invece, in un paese immaginario, dove vediamo susseguirsi eventi perfettamente reali, uno dei quali, probabilmente, sarà la probabile trasformazione dell'Iraq in un ossario.

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Tomdispatch.com, un weblog del Nation Institute, che mette a disposizione un flusso continuo di notizie da diverse fonti e di opinioni di Tom Engelhardt, editore di lunga esperienza ed autore di "The end of victory culture e "The last days of publishing"

Note:

articolo originale:
http://www.zmag.org/content/showarticle.cfm?SectionID=15&ItemID=5789

Traduzione di Patrizia Messinese a cura di Peacelink

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