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E' proprio l'ONU la Grande assente

3 luglio 2004 - Fabio Alberti
Fonte: L'Unità - 29 giugno 2004

Mancava l'Onu a celebrare il "passaggio di poteri" avvenuto a Baghdad con
due giorni di anticipo.
L'inviato speciale, Lakhdar Brahimi, dopo aver definito Paul Bremer "un
dittatore" ha annunciato le sue dimissioni. Comprensibile, dopo che tutte
le principali raccomandazioni formulate per la formazione del cosiddetto
Governo Provvisorio sono state ignorate dal proconsole Bremer e
dall'uscente Governing Council che, nella sostanza, è succeduto a se stesso.
Il Segretario Generale dell'Onu, dal canto suo, ha informato che stante la
situazione attuale l'Onu non rientrerà in Iraq, mentre le elezioni,
teoricamente fissate per il gennaio 2005, sono già apertamente messe in
forse.
La situazione sul terreno è sotto gli occhi di tutti: un esperto in colpi
di stato, ex agente della CIA, guida un governo considerato largamente non
rappresentativo se non degli interessi statunitensi. Le prevedibili
conseguenze sono già in atto: il conflitto armato tende a intensificarsi,
ad allargarsi e a trasformarsi in guerra civile. Diviene possibile la
saldatura tra gruppi di resistenza irachena e il terrorismo di Al Qaeda. La
conferenza di conciliazione prevista dalla risoluzione dell'Onu, con la
decisione di Al Sadr di non parteciparvi, è già fallita prima di cominciare.
Secondo il sondaggio effettuato nella seconda metà di maggio dalla CPA
(Coalition Provisional Authority) il 92% degli iracheni considera gli Usa
occupanti e non liberatori, e il 55% (contro il 32%) si sentirebbe più
sicuro se se ne andassero subito, il 77% ritiene che il governo transitorio
dovrebbe poter ordinare agli Usa di andarsene. La presenza dell'esercito
Usa, dicono gli iracheni, non è la soluzione del problema della
insicurezza: è il problema.
La vicenda delle torture è stata chiusa in fretta e furia: nessuna
possibilità dei tribunali iracheni di giudicare i responsabili, che
tribunali militari Usa condannano a poco più di un anno di reclusione, con
la condizionale. Nessuna dimissione dei responsabili politici della catena
di comando, che arriva sino al presidente Bush.
La ricostruzione e la ripresa della economia irachena, saranno ancora
rinviate con le prevedibili conseguenze per la vita di milioni di iracheni.
Secondo il ben informato"Revenue Watch" di George Soros negli ultimi giorni
di governo l'amministrazione Usa ha impegnato, in un rush finale, altri 2
miliardi di dollari (di proprietà degli iracheni) al di fuori della
programmazione e sottraendole al controllo del Governo provvisorio.
Personaggi indiscussamente torbidi come Ahmed Chalabi controllano, avendo
piazzato parenti ed amici in ruoli chiave, la economia irachena, in un
conflitto di interessi che fa impallidire quello italiano.
La credibilità del Consiglio di Sicurezza dell'Onu è ridotta ai minimi
storici, in particolare nel mondo arabo. Non essere in grado di ottenere da
Israele il rispetto di nessuna delle numerose risoluzioni che la riguardano
e nello stesso tempo aver "coperto" la continuazione dell'occupazione
militare dell'Iraq lo trasforma in uno strumento sempre più inservibile per
la causa della pace.
La risoluzione 1546 ripristina, tra l'altro, un meccanismo che gli iracheni
conoscono già e che ha permesso agli Usa, contro il parere di gran parte
degli altri paesi, di prorogare per 13 anni sanzioni economiche che hanno
causato la morte di oltre un milione e mezzo di iracheni. Come per revocare
l'embargo era necessario un voto del Consiglio di Sicurezza, sempre
impedito dalla minaccia del veto, così oggi, per porre fine alla presenza
militare. In sostanza solo gli Usa potranno decidere se e quando ritirarsi.
Tutto ciò sarà pagato con il protrarsi di una vita insostenibile per
milioni di iracheni per i quali la svolta c'è stata, ma in peggio. Ciò che
comincia a mancare, infatti, è la speranza di uscire dal tunnel. E la
disperazione, si sa, può essere molto pericolosa.

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