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Uganda: se neanche la tragedia fa notizia

18 anni di guerra civile in Uganda non bastano per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica e della politica internazionale
14 luglio 2004 - Simone Sereni

50.000 le vittime ufficiali del conflitto ugandese, dal 1987 ad oggi. Il doppio, secondo le fonti locali. Almeno 2 milioni di persone in qualche modo coinvolte, secondo padre Giulio Albanese, direttore dell' agenzia di stampa missionaria, Misna. Eppure tutto cio' puo' non bastare perche' i nostri media ne diano conto, superando la barriera psicologica del trafiletto a pagina 14 o dei 30 secondi in video

L’occasione per fare emergere l’ennesima crisi africana e' venuta con la recente conferenza stampa su “Le stragi degli innocenti. " L' Italia e il disastro umanitario nel Nord Uganda " un' iniziativa promossa dal settimanale Vita all' interno dell' impegno che il Comune di Roma in particolare si e' assunto il 17 aprile scorso, facendosi promotore, insieme ai sindacati e a molte associazioni, Ong e istituti missionari, della manifestazione " Italia Africa 2004 " Un incontro pensato proprio per convincere i media italiani che la situazione del paese africano e' tale da meritare piu' attenzione, in un sistema dell’informazione cronicamente ingolfato di politica interna.

C' e' da dire che l' Africa, e la sua gente, avrebbero diritto sempre ad una nformazione di alta qualita' che non si limiti alla contabilita' del dolore allorquando la cronaca esplode in tragedia; ma in questo caso siamo di fronte ad una vera catastrofe “umana prima che umanitaria, testimoniata da fotografie atroci rese pubbliche dalla redazione di Vita. Il tempo per creare uno spazio di azione politica e civile e' sempre piu' ristretto. " Noi non taceremo " e' stato l' incipit del segretario della Cisl, Savino Pezzotta, in cui si sono riconosciute tutte le personalita' raccolte intorno al tavolo, dal padrone di casa, il sindaco Veltroni, al cardinale Martino appena tornato dall' Uganda e visibilmente turbato; da Sergio Marelli, presidente dell' associazione delle Ong italiane ai rappresentanti di alcune delle organizzazioni umanitarie operanti nell' area dei massacri.

Le parole rivolte dal cardinale Martino ai numerosi addetti della comunicazione presenti nella Sala delle Bandiere del Campidoglio tratteggiano con chiarezza l 'intento dell ' incontro: «ML' appello al vostro ruolo di informatori e formatori dell' opinione pubblica: ora sapete anche voi ed avete la responsabilita' , professionale ed etica di parlare. A giudicare dalle rarefatte uscite sulla stampa nazionale (forse, un po meglio i Tg ) , l' appello non ha dato ad oggi esiti significativi.
Eppure c' e' tutto perche' questa vicenda sia una " notizia " anche secondo le logiche dell ' informazione spettacolo: c' e' un pazzo visionario e sedicente messia di nome Kony (pronuncia Cogn ) che, mascherato da leader dell' opposizione contro il quasi dittatore Museveni, e' divenuto temuto capopopolo di una brigata di poche migliaia di ragazzini (Lra, Lord' Resistance Army, Esercito di Resistenza del Signore), raccattati a forza e costretti a combattere e ad uccidere anche i loro stessi familiari, sotto effetto di droghe e minacce; ci sono periodiche notizie di stragi feroci, piccole tappe del genocidio del popolo Acholi, nel nord del paese; ci sono i night commuters, i pendolari della notte, profughi nella loro stessa terra, decine di migliaia di persone, soprattutto ragazzi, che, per paura di essere rapiti dai ribelli, ogni sera percorrono a piedi molti chilometri, per raggiungere luoghi piu' sicuri in cui arrivare almeno al giorno dopo. Senza contare la presenza quasi altrettanto eroica di 40 operatori di ong italiane e di tutti i missionari che vivono accanto alla gente in queste condizioni. e' vero: non si puo' parlare di un conflitto a base etnica (e questo e' un problema per gli attuali schemi informativi) e non ci sono terroristi islamici in azione. Ma in vent' anni di guerra in Uganda, mai una campagna stampa prolungata e approfondita. Non basta piu' nemmeno il sangue a fiumi e ll' orrore, a cui siamo evidentemente assuefatti, per conquistare una prima pagina o una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell' Onu.

" L' Africa e' un continente abbandonato " ha detto ancora il cardinal Martino. E l' Uganda oggi ne e' una delle tante icone. Se la politica locale e internazionale non si muove per dare un po di pace alla gente, nonostante si sappia anche l' indirizzo di casa di Kony, almeno i media hanno il dovere di sollecitare questa attenzione, attingendo se del caso alle fonti piu' vicine alle vicende africane." Negli ultimi 10 anni circa 25.000 bambini sono stati rapiti dal Lord' s Resistance Army " ha riferito poi il direttore della Misna, denunciando che il governo di Kampala non fa nulla per garantire l' ncolumita' almeno alla popolazione civile: impiega buona parte dell' esercito in Congo, mentre Kony e non piu' di 3.000 soldati, per lo piu' minorenni, devastano la popolazione. " Lo stesso governo peraltro " ha proseguito Albanese " sa perfettamente che Kony si trova in Sud Sudan e potrebbe consegnarlo domani alla giustizia internazionale. Invece, l' esercito governativo normalmente va nella direzione opposta rispetto alla posizione in cui si trova Kony. Il quale, per inciso, potrebbe dare ripetizioni a Saddam, in quanto ad atrocita' ".
Mentre un altro autorevole testimone (padre Tarcisio Agostoni, gia' superiore generale dei comboniani, da 50 anni in Uganda) faceva intuire il ruolo neanche troppo velato di alcuni governi occidentali, il direttore della Misna ha chiesto un impegno particolare alle autorita' politiche italiane: Occorre che anche il governo, da parte sua, si assuma un impegno significativo: fare pressione su Museveni (recentemente invitato tra i grandi del G8, ndr) e sul governo di Khartoum, perche' facciano tutto il possibile per fermare questo massacro?

L' iniziativa romana indica, infine, un' altra strada: anche il mondo delle associazioni e delle Ong e' chiamato all' appello. Per accompagnare, senza presunzione ma con la consapevolezza dell' esperienza acquisita sul campo, gli operatori dell' informazione ad una conoscenza della realta' sociale italiana e internazionale meno plastificata. Anche questo e' un servizio alla verita' e alla giustizia, nella direzione di quella missione sociale dell' informazione che, anche a causa dei fatti ugandesi, sembra essere un traguardo cruciale.

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