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Frammenti di sadismo : i segreti di Abu Ghraib

2 agosto 2004 - Ivan Jutzi

Centosei documenti annessi al rapporto del generale Antonio Taguba, presentato lo scorso mese di marzo, sono stati occultati dal Dipartimento della Difesa americano. I loro contenuti, divulgati solo parzialmente nell’ultimo numero del magazine Rolling Stone, risultano essere devastanti.

Rapporti militari, testimonianze giurate di soldati e reclusi nonché messaggi elettronici compromettenti fanno parte delle circa seimila pagine che le autorità statunitensi hanno celato all’opinione pubblica mondiale. Esse attestano la perpetrazione di sevizie raccapriccianti fra le quali spiccano particolari forme di stupro e di sodomia, ma dimostrano anche che lo stabilimento detentivo in questione era sprovvisto di quell’ordine che avrebbe potuto evitare o — almeno — limitare i fenomeni violenti sfociati a più riprese in rivolte carcerarie.

Nel blocco di ferro: settore 1A. Il vortice del sadismo

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la maggior parte delle torture inflitte ai reclusi sono avvenute in un braccio della prigione riservato ai criminali comuni e alle persone insorte contro la presenza delle truppe alleate, non nei settori destinati agli esponenti dei gruppi terroristici.

Sotto giuramento, Kasim Mehaddi Hilas — detenuto numero 151108 — afferma di aver visto il caporale Charles A.Graner, aiutato da un individuo a lui sconosciuto, legare un carcerato al letto nel corso di una notte di Ramadan e conficcare "la lampada al fosforo nella sua cavità anale".

Il recluso sopracitato asserisce inoltre di aver assistito ad un caso di stupro ai danni di un minore di cui si è reso protagonista un traduttore, Abu Hamid, il quale "vestiva un’uniforme militare ed ha inserito il proprio pene nel sedere del bambino". In entrambi i casi, un imprecisato soldato di sesso femminile scattava delle foto.

Da parte sua, il prigioniero Abd Alwhab Youss, dopo essere stato accusato di ordire un piano volto ad aggredire un membro della polizia militare con uno spazzolino spezzato, è stato condotto in un locale chiuso e cosparso di acqua fredda. In un secondo momento, la sua testa è stato immersa nell’urina mentre veniva picchiato con un manico di scopa.

Le ammissioni dei soldati americani contenute nei documenti mantenuti segreti dalla Casa Bianca svelano ulteriori dettagli. L’ormai tristemente nota Lynndie England ha testimoniato di essersi recata l’8 novembre scorso — data del suo ventunesimo compleanno — nel settore 1A.

Poco dopo la mezzanotte, sette detenuti incappucciati ed ammanettati vi sono stati condotti poiché incolpati di aver partecipato ad una rissa. Scaraventati contro i muri, essi si sono accasciati formando quella che il soldato Lynndie England definisce un’"ammucchiata canina". In seguito, taluni esponenti della polizia militare hanno cominciato a saltare sulle loro schiene, mentre altri ne calpestavano le mani e i piedi.

Allarmato dalle grida di dolore, il sergente Shannon Rider è accorso al fine di comprendere quel che accadeva e, resosene conto, ha ordinato ai suoi subalterni di porre fine alle torture. Approfittando della partenza del proprio superiore, Charles A.Graner — nuovamente coinvolto in un episodio di violenza — ha ordinato ai carcerati, ai quali erano state tolte le manette, di denudarsi.

Nel momento in cui uno di essi ha iniziato a svestirsi, il soldato statunitense gli ha stretto il collo con un braccio e, contemporaneamente, ha sferrato un energico pugno in direzione della sua tempia. In merito, Jeremy Sivitis — anch’egli presente al momento dei fatti — ha dichiarato agli inquirenti "di essere andato verso il recluso per vedere se" aveva sopportato l’urto e di aver notato che "era incosciente", ma vivo.

Traumatizzato da quanto accaduto quella notte, uno dei sette prigionieri ha confessato ad un investigatore dell’esercito americano di "aver cercato di uccidersi, ma di non avere avuto nulla a disposizione per poterlo fare".

Fra attacchi esterni e sommosse interne

Per quel che concerne la sicurezza della struttura detentiva, il materiale reso di pubblico dominio dal Rolling Stone evidenzia delle macroscopiche lacune. Da una parte, occorre rilevare che fra il luglio ed il settembre 2003 si sono verificati più di venti attacchi dinamitardi che hanno causato il decesso di otto persone — sei carcerati e due militi — nonché settantun ferimenti.

Va inoltre ricordato che gli ufficiali statunitensi assegnati ad Abu Ghraib avevano vanamente richiesto dei rinforzi e dei veicoli blindati: "Sento, e i miei soldati sentono, che stiamo semplicemente seduti attendendo di morire", ha affermato il capitano James Jones, della 229ª Compagnia della polizia militare."In qualità di comandante, sono incaricato di riportare a casa i miei uomini, ma come posso farlo? È frustrante, è spaventoso".

Sottoposti a condizioni di reclusione degradanti, i prigionieri hanno inoltre dovuto far fronte a gravi problemi di natura alimentare. A tale proposito, risultano eloquenti due messaggi elettronici trasmessi dal maggiore David DiNenna ai propri superiori. Nel primo, egli asserisce che "almeno tre o quattro volte alla settimana il cibo non può essere consegnato poiché contiene degli insetti". Nel secondo, in cui — introduttivamente e in maiuscolo — itera a tre riprese l’aggettivo "urgente", DiNenna dice che nel corso dei due giorni precedenti i detenuti hanno vomitato dopo aver mangiato.

In un simile contesto, il rischio di sommosse carcerarie non può che aumentare notevolmente: "Non capisco per quale motivo i reclusi non si rivoltino ogni giorno", ha dichiarato James Jones al generale Taguba. In merito, il sollevamento più pericoloso è avvenuto lo scorso 24 novembre, quando — secondo le conclusioni di un’indagine interna — alcuni reclusi hanno "marciato urlando ‘abbasso Bush’ ed altri slogans", originando così una ribellione che si è rapidamente diffusa in altri settori.

Tempestati dalle pietre gettategli contro dai rivoltosi, i soldati hanno dapprima impiegato delle munizioni non letali, ma in una seconda fase — quando si stava ormai profilando lo spettro di una sommossa generale — si è fatto ricorso a proiettili mortali. Bilancio: tre prigionieri uccisi e diciotto feriti, tra i quali nove militi.

Le responsabilità del generale Geoffrey Miller

Inviato in Iraq dal segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, il generale Geoffrey Miller — alla luce di quanto contenuto in un rapporto ufficiale a carattere confidenziale — ha raccomandato alle guardie carcerarie di Abu Ghraib di "attivarsi affinché vi" fossero "i presupposti per un favorevole sfruttamento dei detenuti". Un’utile parafrasi è stata proposta da un anonimo agente dei servizi informativi militari: "Vuol dire di trattare i reclusi come feccia sino a quando venderanno la propria madre per una coperta, per del cibo senza insetti e per del sonno".

Geoffrey Miller, ex comandante a Guantanamo Bay ed attualmente responsabile di tutte le prigioni controllate dall’esercito statunitense sul suolo iracheno, ha affermato lo scorso mese di maggio quanto segue: "Voglio scusarmi a nome della nostra nazione e a nome delle nostre truppe per il piccolo numero di soldati che hanno commesso degli atti illegali e non autorizzati qui ad Abu Ghraib. Abbiamo cambiato le cose, fidatevi".

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