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Uganda: il rifugio dei bambini-soldato

La tragedia ininterrotta dell'Uganda, rispecchiata nei volti e nei corpi dei ragazzini ospiti di una comunità religiosa di Roma dopo essere fuggiti da una quotidianità di violenze e massacri
25 agosto 2004 - Damiano Tavoliere
Fonte: Il Manifesto

La guerra continua, condotta per procura, dell'«Esercito di resistenza del Signore» comandato da Joseph Kony. Adulti massacrati, bambine violentate, bambini rapiti
e trasformati in soldati
Ragazzi e ragazze che non parlano e non sorridono mai, testimoni, anche con il proprio corpo, di un orrore che non si può rimuovere. Per fortuna qualche spiraglio di umanità c'è anche nel nostro Occidente
DAMIANO TAVOLIERE
Il coordinatore delle emergenze Onu, John Egland, dice che è la più grave fra le crisi umanitarie trascurate e dimenticate. È quella che dal 1986, dopo il regime barbarico del dittatore Idi Dada Amin, terrorizza l'Uganda del nord. Dove le bande criminali capitanate da Joseph Kony massacrano gli adulti, stuprano le bambine, rapiscono i maschietti per farne carne da macello e soldati forzati. Dire che da diciotto anni il sangue e l'orrore investono questa parte del mondo è però improprio, poiché è difficile cogliere nel passato una soluzione di continuità fra una ragnatela di ferocia precedente e una successiva. Possono mutare i nomi, gli schieramenti, le intensità, ma il teatro della realtà continua a mettere in scena un raccapriccio permanente. Al quale le potenze dominanti non sono estranee, poiché in gioco - come sempre - ci sono interessi economici, strategici, territoriali, tribali, etnici, di politica nazionale e internazionale. Ciò non riguarda solo l'Uganda, bensì aree continentali assai più vaste. Amin e Bokassa e i loro numerosi epigoni erano protetti e foraggiati come ora i protagonisti contemporanei. Per cui parlare di conflitti e crisi dimenticate è ridicolo. In questi casi la dimenticanza e la colpa coincidono, e l'analisi dei fattori serve a identificare responsabilità i cui autori dovrebbero essere adeguatamente sanzionati.
Uno sciamano bellico
Ma dobbiamo sbrogliare la matassa, partire da un punto; anche se questo rimanda a un altro e poi a un altro ancora... Kony è un tipo sui quarant'anni, una sorta di sciamano bellico, di profeta esaltato che intreccia Bibbia e violenza, animismo e paranormalità. È il comandante di un esercito di tremila soldati definito Lord's resistance army (Lra), viene protetto dal regime islamico del Sudan, si oppone al governo centrale dell'Uganda controllato dal filoamericano Yoveri Museveni. Quest'ultimo usa gli aiuti internazionali incrementando le spese militari e giustificando le mancate riforme democratiche con l'emergenza imposta dalla guerra. Museveni appartiene all'etnia bantu (diffusa nell'Uganda meridionale) e lotta contro gli antagonisti acholi presenti nel Nord, tenendo instabile la frontiera col Sudan e compiacendo così George Bush che vede in Khartum un nodo del terrorismo internazionale. 18 anni di conflitto hanno prodotto 50.000 morti e 1.600.000 profughi (l'80% della popolazione di questa regione). Il regime sudanese è contento di dar rifugio e procurare armi alle bande di Kony, poiché contribuiscono a tenere sotto scacco le tribù in rivolta del Sud. Da qui, gli assassini subalterni del cosiddetto sciamano fanno scorrerie nel Nord Uganda popolato dagli acholi. Ai quali pure Kony appartiene, ma che ugualmente vengono massacrati, violentati, rapiti. Nelle province ugandesi più colpite dall'Lra - Gulu, Kitgum, Pader - villaggi e terreni sono desertificati. Nei campi profughi la presenza delle forze dell'ordine legate a Museveni è incerta (dieci soldati per diecimila profughi), di notte si fa evanescente. E di notte giungono le bande di Kony: dopo avere sterminato gli adulti davanti ai loro figli, prendono le bambine per farne schiave sessuali, per ingravidarle e talvolta mandarle a combattere col neonato sulle spalle. I banditi attaccano pure le missioni, come è accaduto a suore comboniane che ospitavano 150 bambine, tutte sequestrate. I maschietti rapiti fanno i trasportatori se hanno pochi anni, altrimenti li si fa soldati. Ma prima devono subire una metamorfosi psichica, devono essere lacerati e traumatizzati attraverso il rito di iniziazione militare, devono uccidere in gruppo altri bambini e ragazzi, assistere e compiere mutilazioni, trucidare corpi e spezzettarli. Pur se si tratta di parenti stretti. La pena per il rifiuto è lo stesso trattamento. Vengono eliminati e gravemente amputati anche solo per non voler sparare. Così si diventa bambini-soldato nell'esercito/setta di Kony. Oggi, quando arriva il buio e stanno per piombare i criminali, dai campi profughi e dai villaggi residui migliaia di bambini si riversano nelle città, dove il presidio dei governativi è più attendibile. Li chiamano i night's commuter, pendolari della notte. Alcuni bambini-soldato sono riusciti a fuggire dal Lra, altri hanno tentato e fallito subendo una fine indicibile. Chi resta è minacciato e forzato a continuare nel massacro. Se l'esercito irregolare conta solo tremila soldati a fronte dei ventimila bambini rapiti negli ultimi venti mesi, è per tale vortice di continui annientamenti. Chi riesce a uscire dall'inferno rivive in permanenza incubi di sangue e carni spappolate, è condannato a ripercorrere senza limiti il terrore inferto e subito, è spezzato, isolato, confuso nella mente e nel corpo.
In questo scenario di apocalisse reale, alcuni uomini e donne osano muoversi e agire. Talvolta persino vincere. Sono ong e associazioni religiose, volontari, persone incrollabili come il comboniano Tarcisio Pazzaglia che da quattro decenni opera in Uganda, criticando lucidamente le «superiori» ragioni politico-economiche alla base dei conflitti ed essendo più volte sequestrato dai ribelli o dai governativi per la «colpa» di lottare a favore di una soluzione umanitaria.
Cattolici d'alto profilo
A Roma, presso la comunità di sant'Egidio, abbiamo incontrato alcune espressioni grandi della cattolicità d'alto profilo, attivamente impegnate anche dove morte e sofferenza si presentano in forma estrema, come le martoriate province ugandesi; quest'estate la comunità accoglie a Roma tre adolescenti scampati alla guerra, ai quali il comune ha pagato le spese di viaggio e soggiorno. Sono i primi a giungere in Italia, ospiti alla «Casa del Rifugio».
È un magnifico palazzo del Cinquecento nel cuore di Trastevere. Il palazzo Leopardi è stato appena restaurato, impreziosito e accogliente. Sulla facciata d'ingresso, una lapide coi caduti partigiani del quartiere, anch'essa ripulita e incorniciata di fiori secchi che nessuno ha rimosso dopo le celebrazioni dell'ultimo 25 aprile. Daniela Pompei mi accompagna a visitarlo. Ci sono spazi ampi, saloni comuni, autonomia fisica di residenza e di cucina, rispetto delle differenze e delle peculiarità culturali e religiose per ogni ospite. Non ci sono imposizioni, solo braccia aperte e il sorriso discreto del massiccio e gioviale uomo nero che fa da custode. Daniela è una signora col viso dolce, attraversato da una vena di misericordia e di comprensione di tutti gli orrori, le ingiustizie, le discriminazioni del mondo. Si esprime in termini misurati, ma è aperta e precisa nell'osservare l'assenza delle istituzioni, la negligenza tra i responsabili pubblici, l'inosservanza del dettato costituzionale sull'accoglienza agli stranieri, l'arretratezza legislativa, il rifiuto di dare dignità ai profughi, in Italia e altrove. Daniela ricorda la loro prima storica casa d'accoglienza, la Tenda di Abramo, e il loro primo ospite assoluto, il sudafricano Jerry che fuggì dall'apartheid e rimase bloccato un mese all'aeroporto di Fiumicino nel 1988; gli unici a mobilitarsi con determinazione furono Amnesty International e la Comunità, presso la quale Jerry stette un anno e mezzo; d'estate andava a lavorare in campagna, e mentre raccoglieva pomodori a Villa Literno, una mano razzista bloccò per sempre il suo respiro... Daniela mi dice che loro, a Sant'Egidio, hanno pensato giustamente di destinare un posto come palazzo Leopardi («una casa vera») per ospitare persone che non hanno nulla se non il proprio corpo (o pezzi di esso) e hanno subito torti gravi dalla sorte e dagli uomini, persone che scappano dalla guerra e dalla fame, dalle persecuzioni e dalla disperazione.
Nessuna distinzione
La Comunità non fa distinzioni fra rifugiati politici e rifugiati economici, né ama il termine clandestini quando si parla di profughi, «perché chi scappa spesso non può neanche avere i documenti». Daniela mi dice che certuni han manifestato un po' di fastidio per avere destinato un luogo di tale bellezza e storicità e pregnanza e valore a dei..., che insomma si potevano ospitare pure altrove... Ma Daniela passa velocemente oltre, la sua voce è una danza gentile fra i rovi che graffiano il piacere di esistere. Mi presenta uno studente eritreo sfuggito alla coazione a una guerra infinita, una coppia di curdi con bimbo, una famiglia di etiopi con quattro piccini allegri, adulti e ragazzi senegalesi e rumeni senza casa e in attesa di permesso di soggiorno...; «la maggior parte dei fuggiaschi dalle aree del pianeta a rischio sono giovanissimi, anche 14/15 anni», spesso vengono da paesi dove il crepitio delle armi è stata la colonna sonora della loro nascita e della loro sopravvivenza (l'Afghanistan, il Sudan, la Somalia...): «sono muti, non parlano, non sorridono mai, è impressionante». Per ognuno l'ospitalità è senza limiti di tempo.È questa, adesso, la casa dei tre ragazzini ugandesi. Sono arrivati un pomeriggio di sabato in piena estate, accolti all'aeroporto con grida di giubilo, e poi scortati da un festoso corteo di automobili, composto in prevalenza dagli stessi studenti che hanno sensibilizzato le scuole di Roma e coinvolto le Istituzioni. È stato il primo, formidabile bypass psichico per ricucire la mente, il primo solido ponte per tentare la riconciliazione con se stessi e col mondo. Paolo Gros, coordinatore della Casa del Rifugio, e Vittorio Scelzo, reduce da più missioni nel teatro della desolazione, mi raccontano, mi fanno toccare con mano il baratro: George oggi ha vent'anni, gli mancano due gambe e un braccio, Concy ha diciassette anni, è anche lei senza gambe, Nancy è una quattordicenne col velo che le copre il volto deturpato, nell'ultimo scontro armato le hanno sparato in bocca. Il rosario delle crudeltà è quello che s'è detto. Ora, il calvario del tempo passato si apre al controcalvario della riabilitazione. Nella Capitale al policlinico Umberto I e a Pisa nell'ospedale Santa Chiara, si procederà a risanamenti, protesi, ricostruzioni. (Se fossero pazienti privati, i costi sarebbero nell'ordine delle molte centinaia di migliaia di euro; ma in questo caso le aziende ospedaliere offrono alla riflessione di tutti un comportamento semplicemente e umano). Una dottoressa pisana che sta a Gulu è tornata con loro per seguirli, il suo nome è Antonella Ninci.Dunque l'opulento Occidente dove l'egoismo individualista è entrato nel senso comune, l'Europa che si chiude come fortezza agli altri, partoriscono altresì chi si sottrae alle uniformità sterili e apre brecce nei muri.

Note:

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/24-Agosto-2004/art118.html

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