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Palestina/ Israele: Tra violenza e non violenza

C'e' veramente speranza per una lotta popolare palestinese disarmata? Gli ostacoli sembrano a prima vista insormontabili. Molto dipendera' anche da un risveglio delle coscienze del popolo israeliano.
31 agosto 2004 - Amira Hass
Fonte: www.haaretz.com del 25 agosto 2004

Il nipote del Mahatma Gandhi e' in visita nel nostro paese questa settimana, su invito dei palestinesi che vogliono promuovere l' idea di una lotta popolare contro l' occupazione israeliana. Si prevede che Gandhi parli ai palestinesi della lotta non-violenta, ma e' una discussione che anche noi israeliani dovremmo affrontare.
Come occupanti.

La violenza originaria, primordiale, che viene esercitata attualmente e' la violenza di chi ha imposto, per mezzo di superiori mezzi militari, il proprio potere su un' altra nazione. E' la societa' israeliana in grado di prestare attenzione alla lotta popolare palestinese e portare avanti il necessario processo di rivoluzione interna per affrancarsi dal carattere colonialista dello stato di Israele?

La presenza israeliana nei territori occupati e a Gaza e' violenta, anche senza carrarmati ed elicotteri , ed e' cosi' dal 1967, compreso il periodo 1994-2000, quando alla maggior parte degli israeliani piaceva credere che avessimo abbandonato i territori. Violento e' l' ordine di espropriare la terra palestinese per 'pubblico interesse', cioe' solo per quello degli ebrei; violento e' il modo in cui Israele distribuisce l'acqua (gli insediamenti vicini ai villaggi, che non sono neanche collegati alla rete idrica, possono averne quanta ne vogliono); violenza e' quella dei legali delle forze occupanti che hanno stabilito che la 'terra di proprieta' dello stato' non può essere lavorata da palestinesi, e degli ispettori dell'Amministrazione pubblica che hanno preso nota di ogni singola vigna e di ogni albero d'olivo piantato in quella terra; violento e' il funzionario dello Shin Bet che dice cortesemente a chi ha bisogno di un permesso di viaggio: 'se aiuterete noi, noi aiuteremo voi' e quelli che poi mandano quella persona a compiere una determinata missione; violenti sono quelli che hanno disegnato i confini recintati intorno alle citta' palestinesi e le hanno circondate di insediamenti e di strade di
sicurezza; violente sono le norme burocratiche che provocano file interminabili di persone che aspettano per ore o giorni di parlare con un impiegato dell'amministrazione pubblica; violento e' il divieto israeliano che impedisce ai nati nei territori occupati o nella striscia di Gaza di ritornare alle proprie case se per caso si trovavano fuori del paese nel 1967; violento e' il concetto che la Promessa Divina sia una licenza per imporre un regime di discriminazione basato sull'etnia.

I palestinesi che cercano di far riconoscere alla loro comunita' l'efficienza della lotta popolare disarmata, appartengono indubbiamente alla scuola della "risoluzione dei due stati". Si tratta per lo piu' di veterani, risoluti attivisti di Fatah oltre a membri dell'associazione del People Party (il Partito del Popolo), l'ex Partito Comunista, che appoggiava la risoluzione dei due stati prima ancora che venisse adottata anche dall' OLP. Il loro compito e' quello di convincere i membri dei propri gruppi che la lotta popolare e' molto piu' efficace della lotta armata.

Due i principali ostacoli sulla loro strada. Il primo e' la capacita', tutta israeliana, di giustificare ogni cosa con la 'preoccupazione per la sicurezza' o con 'necessità di ordine strategico-militare', che nasce, a sua volta, da un lavaggio del cervello esercitato per far passare l'idea che i palestinesi vorrebbero solo distruggerci e che l' attuale conflitto non abbia niente a che vedere con l'occupazione israeliana.

Consideriamo l'ipotesi che, nell'ottica di una lotta popolare non-violenta, i palestinesi decidano un giorno di inviare 50.000 persone a piantare degli olivi in un'area definita ' terra di proprieta' dello stato' vicino ai loro villaggi. Cosa farebbero le forze di sicurezza israeliane, imporrebbero un coprifuoco sui villaggi e sulle strade, con la scusa che uomini armati potrebbero infiltrarsi tra i 'piantatori di olivo' ? O che ci potrebbe essere un rischio per gli insediamenti vicini? E supponiamo che 20.000 dei "piantatori" palestinesi decidano di correre il rischio ed ignorare l'ordine dell'esercito in base all quale l'area era stata chiusa: siamo sicuri che nessun ufficiale israeliano ordinerebbe ai militari di sparare (prima gas lacrimogeno, poi proiettili) alle migliaia di persone armate solo di zappe?

Supponiamo anche che qualche centinaio di persone che inmbracciavano solo alberelli di olivo venissero ferite, o perfino uccise. Pensate che questo fatto sarebbe in grado di scuotere la societa' israeliana? E se l'esercito israeliano si limitasse a sradicare tutti gli alberelli, senza sparare? La societa' israeliana sarebbe in grado di capire che e' comunque diritto dei palestinesi coltivare la propria terra, anche se non e' proprieta' privata?

Questo e' il secondo ostacolo, ed e' molto piu' difficile da superare. A centinaia di migliaia di israeliani (ma forse piu' ) interessa che gli insediamenti rimangano dove sono, in continua espansione, che si costruiscano nuove strade che colleghino anche gli insediamenti piu' remoti a Kfar Sava ed a Beit Shemesh e che si possa mantenere il controllo di Israele su tutte le risorse idriche dei territori occupati, nella West Bank.

C'e' l'interesse di israeliani a cui il paese non offre alcuna speranza di miglioramento delle proprie condizioni di vita, a meno che non si trasferiscano negli insediamenti, nei territori occupati. C'e' l'interesse di imprese edilizie israeliane che costruiscono edifici negli insediamenti; quello delle industrie specializzate nella 'sicurezza', che fabbricano attrezzature ed addestrano persone a difendere la sicurezza dei coloni israeliani e quello di chiunque abbia a che fare direttamente o indirettamente con i coloni: famiglie, datori di lavoro, lavoratori dipendenti, funzionari dello Shin Bet e le loro famiglie, funzionari degli apparati dell'istruzione e della sanita'.

Un' intricata ragnatela di interessi si e' sviluppata per decenni. Questo complesso sistema di interdipendenze, combinato con il consueto mantra sul continuo rischio per la sicurezza che rappresenterebbero i palestinesi , ed il reale rischio affrontato personalmente dai soldati e dai civili, ha fatto si che la resistenza palestinese non avesse alcuna voce per gli israeliani.
Quelle parti della societa', con i loro interessi, appoggeranno l'esercito incondizionatamente, qualunque mezzo usi per soffocare la lotta popolare.

La lotta armata palestinese non e' riuscita a fermare l'espansione degli insediamenti israeliani. Significa forse che niente e nessuno potra' mai opporsi alla violenza dell'occupazione?

Note:

Amira Hass e' la corrispondente da Ramallah del quotidiano israeliano Ha'aretz. È l'unica giornalista israeliana ad avere mai vissuto nei Territori palestinesi. Ha scritto Drinking the sea at Gaza: days and nights in a land under siege (1999). Nel 1999 ha vinto il premio per la stampa libera World Press Freedom Award.

Traduzione di Patrizia Messinese a cura di Peacelink.

articolo orginale: http://www.haaretz.com/hasen/spages/468932.html

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