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    Cecenia: le colpe dei padri

    2 settembre 2004 - Astrit Dakli
    Fonte: Il Manifesto

    «Abbiamo scoperchiato il vaso di Pandora. Questa guerra durerà cent'anni, e ci ammazzeranno tutti». Così un vecchio amico russo, che nella storia del suo paese aveva molte radici, diceva dieci anni fa, mentre la prima guerra cecena divampava feroce - e allora era ancora una vera guerra di resistenza, che cercava di risparmiare i civili, almeno da parte dei guerriglieri. Noi ci indignavamo per la violenza imperiale che Eltsin e i suoi generali corrotti stavano scatenando contro un minuscolo popolo caucasico: e lui aveva paura per il grande popolo russo. Non aveva torto. Anche se il conto dei morti è ancora enormemente sbilanciato, e quella profezia non si avvererà mai alla lettera, è chiaro che l'impero russo ha perso la guerra - e che non riuscirà nemmeno a ritirarsi in buon ordine dentro i propri confini, come si addice agli sconfitti, per il semplice motivo che di confini non ne ha. Uno stato multietnico che fa la guerra a una delle sue proprie etnie si condanna alla guerra civile senza fine - precisamente quello che sta accadendo.

    Si dirà: che cosa c'entrano i bambini osseti di Beslan con la guerra fra russi e ceceni? Ma in un paese complesso e multiplo come quello che sta sotto il tallone di Vladimir Putin, tutto si tiene, tutto «c'entra». Gli osseti cristiani sono da molto tempo in guerra strisciante - questione di terre e di case rivendicate da entrambi, grazie al buon lavoro del compagno Stalin - con gli ingusci, che sono parenti stretti dei ceceni e sempre più coinvolti nella guerra cecena, grazie alla grossolanità razzista del Cremino e dei suoi generali. Inoltre la Russia di Putin è ai ferri corti, quasi in guerra, con la Georgia «americana» del presidente Mikhail Saakashvili proprio a causa degli osseti - quelli del sud, che vogliono staccarsi dalla Georgia e unificarsi con i «fratelli» del nord, sotto bandiera russa. Mosca li fomenta, anche per colpire Tbilisi, che a sua volta aiuta i guerriglieri ceceni. Ed ecco che il cerchio si chiude, anche quei bambini «c'entrano»; un po' di orrore in Ossetia fa gioco a molti e serve a mostrare a tutti i numerosi popoli dell'impero quanto sia pericoloso servire Putin.

    Quanto all'atrocità del prendersela con i bambini, del fare a pezzi gente innocente presa a caso su un aereo o davanti a una stazione di metropolitana, non c'è che dire: russi e americani hanno fatto a gara, nei decenni passati, per ridar vita al mostro del fanatismo fondamentalista islamico - in Afghanistan, in Iran e poi via via dovunque possibile. Lo hanno alimentato, hanno spinto la gente a praticarlo per disperazione, hanno cercato di servirsene come di un utile strumento. E ora?

    Ora Putin ha quasi certamente ragione quando dice che ci sono rapporti strettissimi fra al Qaeda e i guerriglieri ceceni (o almeno una parte consistente di essi). Ma questo non lo aiuterà a venirne a capo, così come non gli basterà aumentare la pressione militare, o far eleggere uno dopo l'altro dei presidenti-fantoccio destinati ad essere uccisi, o ancora il tacito consenso europeo o americano o dell'Onu (ammesso che qualcuno glielo voglia dare) intorno alla repressione più feroce.

    La Russia ormai il male ce l'ha in corpo, e deve curare se stessa per sconfiggerlo. Più democrazia, più libertà civili, più rispetto dei diritti: è l'unica strada per estirpare il cancro del terrorismo islamico, così come si dovrebbe fare in Europa e in America - mentre si fa esattamente il contrario e ci si avvia sulla stessa strada.

    E d'altra parte è evidente come anche la logica dei fanatici che ormai sembrano comandare nelle file cecene sia senza sbocchi: possono ottenere - e otterranno - la messa fuori gioco di chi pensa ancora di poter trattare una via d'uscita pacifica; ma non otterranno di certo un futuro di pace per le genti del Caucaso. Potrebbero invece ottenere - e sarebbe davvero la catastrofe per tutti - la nascita di un mostro finora assente, il fanatismo fondamentalista cristiano. In Russia, certo, ma anche da noi.

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