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Sudan Occidentale: la paura è il peggior nemico

2 settembre 2004 - Semini Sengupta (trad. N. di Leonardo)
Fonte: New York Times


dal New York Times del 2 settembre
di SOMINI SENGUPTA

SHIGEKARO, Sudan, - Le Nazioni Unite avevano dato un ultimatum al governo sudanese: ristabilire la sicurezza per le tribù della regione occidentale del Darfur o affrontarne le conseguenze, tra le quali possibili sanzioni economiche.
L'avvertimento, che risale al 30 luglio, ha portato poco conforto a coloro che vivono in quelle terre dure, fatte di sabbia e di qualche collina rocciosa. Il deserto è cosparso di corpi di cammelli e di crani di asini. Qua e là qualche villaggio arroventato e crateri prodotti dalle bombe.
La gente, se si riesce a trovarla, continua a raccontare di storie penose di programmi governativi che hanno preceduto l'ascesa della milizia araba, la Janjaweed, che appoggia il governo. Il governo sudanese è ostile alla libera circolazione della stampa, quindi non è possibile stabilire l'esatto scopo degli attacchi o il coinvolgimento del governo stesso. All'esame del Consiglio di Sicurezza, non risulta chiara l'origine delle ultime violenze. Una cosa è certa, che queste continuano intense: le promesse di sicurezza del governo non sono più attendibili e la gente ha paura di tornare nelle proprie case, tanto da nascondersi in grotte e da piantare tende di rami e tessuto nei cespugli del deserto. Sopravvivono con quello che offre il deserto e raccolgono l'acqua piovana per dissetarsi. Disperdono i loro figli per metterli al sicuro e si muovono velocissimi per rendersi quasi invisibili.
Nonostante le trattative di pace tra governo e ribelli, con la promessa di disarmare la Janjaweed riportando la pace nel Darfur - una zona in mano ai ribelli e lontana dalle truppe governative -, il terrore impera.
Nonostante la visita dei primi di luglio del Segretario dell'ONU Kofi Annan, le forze militari sudanesi e la Janjaweed sono piombati su città e villaggi, così riferisce la popolazione più volte intervistata qui ed anche al confine con il Chad, dove è rifugiata: nelle ultime settimane hanno continuato a bruciare le case, a rubare le riserve, ad uccidere gli abitanti dei villaggi ed a violentare le donne; tutto questo viene spesso preceduto dalla ricognizione degli aerei del governo e da qualche bombardamento. Ma non è facile conoscere le date esatte degli attacchi. Un negoziante di Adu Dilek, un mercato a sud-est di El Fashir, uno dei principali centri del Darfur, è arrivato una notte ed ha raccontato di un attacco congiunto di miliziani e governo avvenuto il 4 luglio. Durante la preghiera di mezzogiorno, racconta il negoziante Adam Mindi, otto camionette piene di soldati e miliziani hanno circondato il mercato ed hanno iniziato a sparare. I membri della Janjaweed erano travestiti da lavoratori e, mentre si sparava, loro caricavano sacchi di zucchero sui loro camion. Mindi, 42 anni con un figlio di 11 anni, è stato testimone dell'accaduto, era a terra nascosto nei chioschi del mercato. Racconta di aver saputo più tardi che tre donne erano state violentate, che suo padre era stato ammazzato mentre si recava alla moschea, riferisce di 14 persone uccise e di un villaggio svuotato. Mindi ha lasciato la sua famiglia in un campo profughi ad Abu Shouk vicino al El Fashir, è salito su un asino, impiegando diversi giorni per raggiungere Shigekaro. Dice di volersi unire al gruppo ribelle del Sudan Liberation Army.
Da un rifugiato in Chad, si viene a sapere la storia simile di una attacco ad un villaggio, più a sud, vicino alle colline Jabal Moon. Il rifugiato, Muhammad Mursal, 38 anni, ha raccontato che la seconda domenica di agosto stava seminando il suo campo di miglio quando ha udito i cavalli e spari nella sua direzione. E' fuggito, ma gli uomini a cavallo si sono impadroniti di quanto più bestiame potevano. Il girono successivo sono tornati ed hanno vuotato la casa del sig. Abd: coperte, una radio ed una televisione che aveva acquistato quando lavorava in Libia.
Anche quel villaggio si è vuotato. Gli abitanti si sono nascosti nelle paludi e poi sono fuggiti. Dieci famiglie, compresa quella del sig. Abd, sono andate ad occidente verso il Chad.

Note:

http://www.nytimes.com/2004/09/02/international/africa/02darfur.html?hp

traduzione Noemi di Leonardo a cura di Peacelink

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