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    Boutros Ghali: via dall'Irak le truppe straniere

    Guerra illegale come in Kosovo
    1 ottobre 2004 - Marc Innaro
    Fonte: Il Mattino

    Diplomatico, deputato, ministro degli Esteri ai tempi di Sadat, giurista, professore universitario, scrittore di successo, ma soprattutto segretario generale dell’Onu dal 1992 al 1997. A 82 anni suonati, magro, agile, Boutros Boutros-Ghali ci viene incontro a grandi passi, con un sorriso contagioso, nel suo studio di presidente del Consiglio nazionale per i diritti umani. Lucida, impietosa la sua analisi.
    Molto diplomatico, Boutros Ghali, quando gli chiediamo come mai Kofi Annan, il suo successore alle Nazioni Unite, ha atteso quasi due anni per dichiarare «illegale» l'occupazione dell'Iraq.

    «Non ho mai amato commentare l'operato dei miei successori o dei miei predecessori. Quindi mi consenta di non risponderle».

    Tuttavia, è d'accordo nel ritenere illegale l'occupazione dell'Iraq?

    «Certo, assolutamente illegale. Ma attenzione: esiste un precedente, che passò in sordina. Quello del Kosovo. Fu un intervento militare senza l'accordo del Consiglio di Sicurezza. Kosovo e Iraq, due conflitti scatenati per indebolire le Nazioni Unite e la loro credibilità. È chiaro: c'è chi non vuole che l'Onu abbia un ruolo nella gestione e nella soluzione delle sfide senza precedenti che l'umanità ha di fronte. A cominciare dalla globalizzazione, tecnologica, economica, medica, che sta radicalmente trasformando il nostro pianeta. E solo le Nazioni Unite hanno ancora l'autorità, morale e politica, per indirizzare, per gestire questi profondi mutamenti».

    Lei crede alla possibilità di riforma del Consiglio di Sicurezza dell'Onu?

    «No, per un semplice motivo. Lo statuto dell'Onu prevede che per una sua riforma ci sia l'accordo dei 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Usa, Gran Bretagna, Russia, Cina e Francia). Ognuno di questi Paesi può usare il veto per bloccare qualsiasi risoluzione. Il mio successore, Kofi Annan, ha varato recentemente una commissione incaricata di studiare una riforma. A mia memoria, questa è forse la cinquantesima commissione. Mi creda: anche stavolta non cambierà nulla. Gli Stati Uniti non vogliono. Hanno altre priorità».

    Come arabo, come cristiano, ma anche come ex segretario generale Onu, è d'accordo con chi afferma che questa epoca è segnata dal "conflitto di civiltà"?

    «Chi lo afferma è in malafede o non sa di cosa sta parlando. No, non esiste alcuno scontro di civiltà. Ci sono, piuttosto, conflitti fra ricchi e poveri, fra Stati sempre più ricchi e continenti sempre più drammaticamente poveri».

    Che opinione si è fatto del progetto di "Grande Medio Oriente", con cui l'amministrazione Bush intenderebbe esportare la democrazia nel mondo arabo?

    «La democrazia non si esporta. Non è una fabbrica chiavi-in-mano. La democrazia, in una nazione, deve nascere spontaneamente, crescere, consolidarsi lentamente, senza forzature. Prenda il caso dell'Egitto. Dai tempi di Sadat, del partito unico, di tipo sovietico, siamo passati gradualmente ad un sistema multipartitico. L'Egitto ha fatto adottare la Convenzione africana per i diritti umani. In campo economico, da anni va avanti la privatizzazione di ampi settori produttivi del Paese. Il nostro sforzo riformatore è una realtà ormai da 30 anni. Certo, non dobbiamo fermarci. Ma è una necessità generale, planetaria, non solo del mondo arabo. Lei mi chiede se condivido il progetto per un "Grande Medio Oriente". Certo che no. Per tre buone ragioni: primo, si spezzerebbero gli antichi e strettissimi legami economici, culturali, accademici, di solidarietà, del mondo arabo; secondo, si renderebbe marginale la questione palestinese per inglobare, invece, questioni strategiche come il contenzioso sul Kashmir fra India e Pakistan; terzo, verrebbero cancellati, in un colpo solo, decenni di politica euro-mediterranea, di accordi bilaterali e multilaterali, di feconda collaborazione fra le due sponde del Mediterraneo. Sono tuttavia fiducioso che anche questo progetto americano, come gli altri partoriti precedentemente, sia destinato a fallire».

    Col passare dei mesi, l'Iraq sembra precipitare in un baratro. Come se ne esce?

    «Prima le truppe straniere lasceranno il Paese, meglio sarà per tutti. Che siano gli iracheni a sbrogliarsela da soli, a trovare mediatori in grado di aiutarli. Mi creda: gli iracheni sono abbastanza maturi per farcela da soli. Non hanno bisogno di tutori. L'epoca coloniale è finita per sempre».

    Ma se le truppe straniere andassero via, l'Iraq andrebbe incontro a una guerra civile, alla frantumazione in Stati diversi...

    «Non credo proprio. E comunque, il ritiro dovrebbe avvenire gradualmente, dopo elezioni anche parziali, dopo aver creato vere istituzioni, un vero esercito, una vera polizia. L'idea è molto semplice: spetta agli iracheni trovare da soli le soluzioni più adatte a loro. Anche a costo del rischio di una guerra civile. A loro, e solo a loro, spetta decidere quali saranno i Paesi amici in grado di aiutarli. Anche a Baghdad gli americani si sono dimostrati dei perfetti incompetenti. Quando ero all'Onu, ho vissuto esperienze simili, come in Somalia. Quando invece le Nazioni Unite hanno agito da sole, quando hanno potuto parlare liberamente ai diversi protagonisti di un conflitto, si è sempre trovata la soluzione. Prenda, ad esempio, la Cambogia, il Salvador, Timor Est. Forse non tutto era perfetto, ma lì almeno abbiamo messo ordine e la parola "fine" a bagni di sangue e spaventose guerre civili».

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